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2/2014 | FLOP!

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La Coppa dei Campioni persa dalla Roma nel 1984: una ferita ancora aperta

    (Paolo Valenti) 30 maggio 1984: allo stadio Olimpico di Roma si disputa la finale della Coppa dei Campioni tra la Roma e il Liverpool. Il calcio italiano, dopo i fasti vissuti con le squadre milanesi negli anni sessanta, ha attraversato un decennio di flessione a livello europeo dal quale sta riemergendo solo adesso. Già l’anno precedente la Juventus è tornata a disputare, pur senza successo, la finale della Coppa più prestigiosa. Ora tocca alla Roma provare aroma-liverpool-gazzetta vincere un trofeo che, in Italia, manca ormai da quindici anni.

    L’attesa della città è spasmodica. La squadra progettata dall’ingegner Viola arriva al match decisivo con un carico di aspettative enorme: tutti sanno che la possibilità di giocare la finale di Coppa dei Campioni in casa è un fatto irripetibile. Assomiglia ad un ineluttabile invito del destino, avallato anche dalla vittoria del Bancoroma nella simmetrica competizione cestistica poche settimane prima. Liedholm conosce troppo bene l’ambiente e, per non rendere insostenibile ai suoi giocatori il peso della vigilia, decide di portare la squadra in ritiro in montagna nei giorni che precedono la partita con gli inglesi.

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    Si consuma la beffa: il rigore fallito dal povero Ciccio Graziani

    Alla fine il 30 maggio arriva. Quella mattina tutti i tifosi della Roma sono consapevoli del fatto che stanno per vivere un momento storico. Una splendida giornata di sole sembra essere il miglior viatico verso una “notte di sogni, di coppe e di campioni”. Il fischio d’inizio è previsto alle 20.15 ma molti hanno aspettato la notte davanti ai cancelli per assicurarsi un buon posto allo stadio. Le bancarelle sul Lungotevere e in prossimità dell’Olimpico vendono bandiere e palloni giallorossi raffiguranti la Coppa dei Campioni. I cancelli aprono presto, ore e ore prima dell’inizio. Gli uffici in città dopo pranzo sono già vuoti. Nel primo pomeriggio lo stadio è quasi pieno. Il tempo passa lento tra un panino, una sigaretta, qualche discussione col vicino conosciuto per l’occasione e tanto sole a stemperare una tensione che cresce in modo direttamente proporzionale all’avvicinarsi della partita. Tanta speranza e un pizzico di timore, quasi per dovere scaramantico: ai più sembra che il destino stia portando per mano quella coppa ai piedi della curva Sud.

    Ed eccolo il fischio d’inizio: spalti gremiti, qualche vuoto solo in curva Nord, dove sono sistemati i tifosi del Liverpool a cantare il loro inno. Le squadre sono contratte: per entrambe lo stress della finale drena energie. Ma è la Roma che lo subisce di più: tra gli spettatori dell’Olimpico, abituati a vedere la squadra praticare un calcio quasi brasiliano, sale più di una preoccupazione nel vedere Falcao e Cerezo quasi impacciati in mezzo al campo. Dopo un quarto d’ora, complice un fallo su Tancredi non rilevato dall’arbitro e un paio di rimpalli sfortunati, i reds passano in vantaggio. L’urlo della curva Nord è sovrastato dal silenzio del resto dello stadio. Deve passare mezz’ora prima che il bomber Pruzzo riaccenda le speranze. Che però, col passare dei minuti, si fanno sempre più sbiadite. Lo stesso centravanti, a metà del secondo tempo, è costretto a uscire, proprio quando la Roma, pur senza brillare, sembra aver preso le misure all’avversario e alla partita. Si arriva così ai supplementari, e poi ai rigori, senza particolari emozioni. Nel frattempo i giallorossi perdono un altro possibile rigorista, Toninho Cerezo, vittima dei crampi. Per la prima volta una finale di Coppa dei Campioni si decide ai calci di rigore.

    Pochi gli specialisti rimasti alla Roma: Pruzzo e Cerezo sono stati sostituiti in corso di gara, Maldera è assente dall’inizio per squalifica; Falcao, nonostante le attese di tifosi e compagni, non se la sente di calciare. Liedholm vorrebbe inserire nei cinque tiratori il giovane Strukelj ma i senatori della squadra glielo impediscono. Alla fine entrano nella lista Conti e Graziani, encomiabili per disponibilità, campioni del mondo due anni prima in Spagna ma anche molto emotivi e di certo non avvezzi ai tiri dagli undici metri. Tocca proprio a Ciccio calciare il penultimo rigore, quando le due squadre ne hanno sbagliato uno a testa (quello della Roma, guarda caso, fallito da Conti) e si trovano in parità.

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    Graeme Souness, capitano del Liverpool, solleva la Coppa “dalle grandi orecchie”

    Grobbelaar, il portiere del Liverpool, conosce Graziani. Lo vede teso, ne respira l’angoscia e decide di fargli perdere la fiducia che va disperatamente cercando: balla sulla riga di porta, ondeggia, barcolla atteggiandosi a buffone ubriaco. Graziani, calzettoni abbassati dalla fatica e sguardo perduto, calcia quel rigore come se volesse liberarsi di un peso, con una potenza imprecisa che manda il pallone in orbita oltre la traversa. Nel gelo dell’Olimpico nessuno riesce a sperare che Alan Kennedy possa sbagliare l’ultimo tiro, che finisce come un pugno nello stomaco dei giallorossi.

    Nei giorni seguenti, sui muri di Roma, la frase più scritta dai writers giallorossi sarà GRAZIE LO STESSO. Il tentativo inutile di chiudere una ferita che, anche a distanza di trent’anni, a chi ha vissuto quella sera in campo, sugli spalti o in televisione fa ancora male.


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