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2/2014 | FLOP!

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John McEnroe e la maledizione della terra rossa: la sconfitta con Lendl in finale al Roland Garros

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    John McEnroe. Roland Garros 1984

    (Paolo Valenti) – Che fosse un predestinato il grande pubblico lo capì già nel 1977 quando, ancora in età scolare, arrivò alla semifinale di Wimbledon partendo dalle fasi preliminari di qualificazione. Il primo di una serie di record, che ancora oggi gli appartiene: il miglior risultato mai raggiunto in un torneo del Grande Slam iniziando dalle qualificazioni. John Patrick McEnroe, nato in Germania nel 1959, dove il padre prestava servizio nell’esercito americano, è stato uno dei migliori tennisti di tutti i tempi. Mancino naturale, fu protagonista sulla scena del tennis mondiale a cavallo degli anni ‘70-80 con un gioco fatto di tecnica sopraffina, serve and volley e sceneggiate impareggiabili con gli arbitri, che gli fruttarono multe, penalità e la nomea di Super Brat, che in inglese significa qualcosa come “grande peste”.

    Incrociò la racchetta con i migliori giocatori di quegli anni, dando luogo insieme a loro a incontri rimasti nella storia del tennis. In particolare le finali a Wimbledon e agli US Open contro Borg, avversario acerrimo ma rispettato, sono ancora scolpite nella memoria degli appassionati. Il ragazzino capriccioso, sguardo imbronciato e fascia rossa tra i capelli ricci, da una parte; il freddo svedese, col manico della racchetta rivestito fin quasi alle corde per consentirgli l’impugnatura del rovescio bimane, dall’altra. Dettero luogo a partite di rara intensità, fatte di servizi micidiali e impossibili passanti da fondo campo.
    Altrettanto entusiasmanti furono le guerre fatte di colpi e insulti col connazionale Jimmy Connors e le sfide con un altro grande del tennis, opposto a lui per caratteristiche tecniche e comportamentali, come Ivan Lendl. Tra il 1981 e il 1984 Super Mac espresse un tennis divino che lo portò a disputare sette finali del Grande Slam.

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    Lendl e McEnroe. Roland Garros, 1984

    Con la terra rossa non ebbe mai un grosso feeling e, se si esclude un vittoria in doppio misto agli Open di Francia in coppia con la connazionale Mary Carillo agli albori della carriera (1977), a Parigi non riuscì a coniugare al meglio le sue caratteristiche con la superficie dei campi. Del resto, il suo gioco d’attacco mal si conciliava con la perdita di velocità che le palline subivano al contatto col terreno: le sue battute a spalle parallele alla rete, le sue volée, i suoi colpi d’anticipo a fondo campo avevano bisogno della velocità del rimbalzo sul sintetico o sull’erba per essere irrimediabilmente fatali.

    Nel 1984 ebbe l’occasione della vita. Il 10 giugno si trovò a disputare la finale contro Ivan Lendl, all’epoca già un top player del ranking mondiale, che però nelle finali dello Slam aveva uno score deficitario: niente più di quattro sconfitte. Tanto che qualche precipitoso giornalista aveva già cominciato ad accollare all’allora tennista cecoslovacco la sgradevole etichetta del perdente. Quel giorno Super Mac partì alla grande, giocando il suo miglior tennis, forse il più bel tennis mai visto sulla terra rossa. Tutto gli veniva alla perfezione: la lendl-mcenroe-2sua Dunlop Max 200G sembrava il pennello di Michelangelo alle prese con la Cappella Sistina.

    I primi due set volarono via con una leggerezza soave: 6-3 6-2 senza sussulti né discussioni. Il coriaceo Lendl, aggrappato alla sua racchetta, ostica solo a guardarla, sembrava la vittima di una decisione già presa. Nel terzo set qualcosa cambiò: i geni hanno le loro sregolatezze. Il bambino capriccioso forse pensò di aver già chiuso il match o semplicemente si stufò di mostrare al mondo quanto fosse capace. Lendl aspettava solo questo, il momento per dare finalmente efficacia alla sua potenza, per inserirsi nel corridoio che lo riportasse alla luce. Il terzo set finì a suo favore: 6-4. E poi gli altri due, combattuti ad armi pari e diverse: 7-5 7-5. Di fronte alla prima affermazione dell’avversario in una finale del Grande Slam, Super Mac tornò Super Brat, abbandonando la cerimonia di premiazione subissato dai fischi dei parigini. La sua Cappella Sistina rimase un’incompiuta.


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