rivista internazionale di cultura

Approfondimenti

EX LIBRIS | 2/2014

Racconti, poesie e altre parole

PROSA Mary Morris | Norberto Luis Romero
John Biguenet | Riccardo Malossi | Erika Magistro
Antonio Miele | Parvati de Matteis

POESIA Tonino Guerra | Oliviero Beha
Gabriella Montanari | Stefano Milioni | Dom Gabrielli

LA FASE CRITICA I vantaggi della transletteratura
Il declino dell’intervista letteraria

 

(L’ultima cosa che ha scritto sul suo blog si intitolava “Le parole sono importanti” ma, adesso, ne abbiamo poche, noi che di inchiostro viviamo. Mente fervida e tortuosa, giornalista, saggista e  poeta, Oliviero è stato fin dalla prima ora amico vero e praticante di Storie. Permetteteci di sottrarci alla bolgia luttuosa che si scatena come al solito nell’informazione pubblica. Che il nostro dolore rimanga privato, per una volta. Lo ricordiamo alla scrivania ma pure a tavola – patriarcale e affabulante – con intorno la moglie Rosalia e i figli Germana, Saveria e Manfredi. Ora ci fa piacere rileggere le sue parole accese. Ad esempio i versi dissenzienti che dedicò a un’Irlanda divisa…) 

Le guerre di religione sono sempre esistite e non sono un fenomeno esotico come concludono i meno avveduti. Quello che è successo in Irlanda tra la fine degli anni ’60 e la fine degli anni ’90 è passato alla Storia come “The Troubles”, un conflitto “a bassa intensità” che ha significato oltre 3000 morti. Oliviero lo ha ricordato con un breve poema lancinante, disperato, istruttivo…

 


BELFAST
di Oliviero Beha


Che significa Belfast, mi chiedi
andando per le strade nel giorno
delle bombe più bombe (1), mentre a piedi

è tutta la città, e d’intorno
ogni rumore è un falso o un vero
mitra… l’Ira ha già acceso il suo forno

e brucia auto al fuoco del pensiero
di una sigla che le fa da specchio…
e il muro, il muro – vuoi ancora sapere – c’è davvero

c’è sempre, quello che divide – hai letto
nelle “corrispondenze dei nostri inviati” –
un quartiere più povero, sì, un ghetto

dal rigoglioso centro protestante dove sono nati
parlando un inglese appena più stretto
che a Dublino gli stessi fortunati

che da Londra schiacciano i bottoni
di una guerra che chiamano di fede
per non dirla di soldi (e di coglioni)

offerti in pubblico alla Santa Sede…
non particolarmente preoccupata, devo dire,
del massacro inesauribile che erode

pezzo a pezzo, uomo a uomo, qualsiasi prospettiva d’avvenire…
quasi San Pietro avesse delegato
per la colonna sonora della strage che non vuole finire

direttamente gli U2, che hanno cantato
a sufficienza di “bone and blood”, di ossa
e sangue trasformati in carbone:

era o no guerra di religione? E dunque, come si possa
comporla senza il Papa è già un mistero…
O forse è la Thatcher non abbastanza “rossa”

mentre i cattolici morenti con quel poco di voce
chiamano la sinistra per aiuti…
Aspettando Dukakis (2)… Belfast, allora: vuol dire “foce”

credo, in gaelico antico, quasi una profezia…
E invece il muro, cara, è un altro discorso.
Non è Berlino, Belfast, e ammesso che lo sia

questo shopping perennemente in corso
con i rastrellamenti, i carri armati,
la città rovesciata come sul suo dorso

verso i monti, così che quei soldati
possano stringere ribelli o passanti,
vecchi o bambini da soli tre lati

in un controterrorismo da teatro che va avanti
da vent’anni, cioè da sempre… Belfast, dicevo,
non è Beirut, come tu leggi nelle “scottanti”

e formali corrispondenze farcite di sollievo
(del sollievo per loro) che i nostri inviati
congetturano in tv, evocando il Medio Evo,

le Crociate, motivi di principio radicati
e insanabili mentre lo shopping impazza
senza pathos a qualche metro… strati

di morti fanno l’abitudine e la razza
di chi fruga tra i saldi, nelle vetrine
ancora in piedi, ha forse la corazza

più dura a morire… né vedo avvisaglie della fine
nei negozi dove i ventilatori
sembrano elicotteri, in sterminate mattine

uguali pei soldatini inglesi usi ai rumori
uguali degli elicotteri, pronti a “giocare”
inutilmente a una guerra da cui sono fuori,

teen agers (3) in divisa facili da beccare
come tordi per l’Ira, a sua volta
strappata dalla licenza di sparare

regalata da governo e giornali
a squadre della morte (4), giustizieri
senza divisa, killer professionali

senza neppure l’ira, oggi come ieri,
di due ghetti realissimi che si spartiscono
di tutti una non-vita, (ma) ricchi e poveri cimiteri…

l’ordine pubblico è in saldo, suggeriscono
cartelli al centro, murales, e troppe, troppe chiese,
estradizioni di cuori fasulle che garantiscono

sani non-processi, digiuni (Maze, Bobby Sands), attese
garrendo l’Union Jack per favorire
bande protestanti dalle feroci pretese

di suonare strumenti (musicali, certo) che facciano sentire
cruenta la millenaria superiorità (5)
su chi non ha lavoro, per sport…
ma già rantolanti, cercano provano a morire

nel loro ghetto che pian piano si fa
i rivoluzionari in fase di estinzione
che macchiano di “errori” la “tranquilla” città

colpendo spesso a caso: ma a giustificazione,
no, ma per essi, al contrario delle foche
sembra esserci forse molta meno attenzione…

Sarà le bombe, sarà perché son poche
le “cose” giudicate così fuori dal tempo
come l’Ira, che non ce la fanno quelle voci roche

di questa gente ad arrivare in tempo…
non c’è neppure l’Onu vestito da pompiere…
non è Berlino né Beirut, ma solo Belfast

lontanissima foce folgorata da un sole freddo, nelle sere
smarrite come un metallico lago deserto
quando la City viene incatenata – da chiavi vere (6)

e tutto (carne e sangue) si svolge normalmente…
a Belfast infatti, nell’orto botanico famoso,
anche le rose – rosse – profumano di niente (7).


Note
(1) Il 27 agosto del 1988 nel giorno dell’estradizione di un membro dell’Ira,
Robert Russell, da Dublino a Maze, nell’Ulster, solo a Belfast scoppiarono
24 bombe e la città venne presidiata dall’esercito inglese.
(2) Se negli Usa avessero vinto i democratici, probabilmente avrebbero
aiutato l’Eire e quindi anche l’Ira, indirettamente, contro la Thatcher.
(3) Ormai Londra manda nell’Ulster ragazzi di 17-18 anni a morire e far morire i ribelli.
(4) L’UDA, Ulster Defence Association, che fa da mano armata protestante senza controlli,
limitazioni, leggi, per conto dell’amministrazione inglese: un’Ira al contrario, ma “tollerata”.
(5) Dopo le bombe, con l’esercito schierato, una banda musicale protestante sfilò suonando
e cantando, con i colori inglesi, per il centro-città presidiato, davanti a curiosi e agli utenti dello shopping.
(6) Dalle 6 di sera al mattino, il Centro viene chiuso dai cancelli per evitare agguati dell’Ira:
un catenaccio davanti a Piazza Navona, per avere un’idea.
(7) Sembra una licenza poetica, ma è vero: le rose non profumano.


Oliviero Beha, giornalista, scrittore, poeta, autore e conduttore radiotelevisivo, commediografo. Ha pubblicato vari saggi dedicati allo sport e alla politica, romanzi (“Sono stato io”, Marco Tropea editore; “Eros Terminal”, Garzanti) e sillogi (“Lo stige in piazza”, Edizioni del Leone). Fa parte del comitato editoriale di Storie dalla fondazione della rivista.


“Belfast” è tratta da Storie 5/1993 – Le idee fisse
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