rivista internazionale di cultura

Approfondimenti

EX LIBRIS | 2/2013

Racconti, poesie e altre parole

Alessandro Bergonzoni | Bulbul Sharma | Meri Nana-Ama Danquah
Angelo Mainardi | Rodolfo de Matteis | Sandro De Paoli | Benny Nonasky
Federico Balducci | Federica Malnati | Flavia Capoano | Dario Lodi
Fabiana SchianchiTeodoro Lorenzo | Adolfo Ferraro
Andrea Simonetti | Chiara Beltrami

LA FASE CRITICA: John Cooper Clarke | Giuseppe Pontiggia

AGENDA: Marie Ndiaye | Will Self | Michel Houellebecq


O ti scavi la fossa da solo o te la scavano i mafiosetti messicani mentre il Gato Montés, tredicianni di miseria, a ogni palata te la farà pagare il doppio. Decidi di farlo, rinunci pure alla canna di consolazione e scavando scavando seppellisci a uno a uno gli amici senza tomba che hai perduto chissà dove. Sarà davvero arrivata la fine anche per te? Sì, vecchietto stronzo, avrai il tuo finale. Triplice.

 


LA FOSSA
di Rodolfo de Matteis


1
Stanco, sono tremendamente stanco, la mia giornata è stata un disastro, dalle 4 di mattina, cazzo non potevo dormire! i maledetti postumi, ieri ancora una volta ho bevuto troppo, da solo, senza scuse di amici o delusioni d’amore o scazzature, no, mi sono ubriacato da solo e con piacere, senza una ragione, e se il piacere non è una ragione valida… allora quale lo è?

Ed ora tanto stanco come sto, non ce la faccio, non posso scavarmi la fossa così come questi ragazzini con le loro mitragliette AK47 fra le mani m’impongono… davvero non ne ho le forze, ma questi stronzi m’hanno fatto il solito vecchio discorso: non abbiamo tempo cabrón, se ti scavi la fossa da solo e senza tante storie, t’ammazziamo comodo ben accostato nella tua tomba, senza dolore, un paio di colpi in testa e via, sennò… diamo mano libera al Gato Montés, che si diverte a torturare la gente e per ogni palata di terra che dobbiamo scavare noi egli te la farà pagare il doppio.

Il Gato Montés è bruttissimo, con due occhietti malvagi piccini e rossi, credo che quando piange pianga sangue per quanto rossi sono i suoi occhi. Pare che tenti di sorridere cinicamente ma non sa sorridere, piuttosto il suo sorriso è una maschera di pena e disperazione, l’hanno acchiappato e lo sa, prigioniero di quello che sembrava un gioco: gli hanno dato duemila pesos e una mitraglietta che striscia per terra per quanto è più grande di lui. Tredici anni di miseria non l’hanno segnato tanto nella faccia nel corpo e nell’anima come gli ultimi due anni nei quali s’è sentito un re. Scuro, faccia macchiata, rosso naso rotto, mani piccine. Cazzo! si dice al villaggio che non sappia leggere né scrivere…

M’hanno chiesto 100mila pesos per la canna d’erba che ho venduto loro… per dieci miseri pesitos: insistevano, sanno che fumo, non abbiamo niente, dicevano, facci il favore con due canne, eddai tu sempre ce l’hai! Ci ho creduto, li ho visti nascere, conosco i loro genitori, più giovani di me i loro padri, il fratello maggiore del Gato Montés che se n’è andato a lavorare clandestino dall’altro lato, negli Stati Uniti, era mio amico, simpatico vivo e donnaiuolo come me, quante ragazze quante storie quanta birra quanta festa ho fatto con lui… ed ora il suo fratellino piccolo mi vuole torturare, perché commosso gli ho venduto un poco della mia erba, ed appena ce l’ebbero fra le mani la tirano al suolo ci camminano sopra e appuntandomi le armi dissero: ti sei fregato da solo stronzo! vendere erba qui nella mia piazza! Ma se me l’avete chiesta per favore… Per vedere s’era verooo! Vero che? Che vendi stronzo! Ma se non ce n’è mai, voi non vendete più, lo sapete bene che quando vendete la compro sempre da voi… Ti sei fregato da solo vecchio! hai venduto l’erba qui nella piazza del mio boss, che ci ha ordinato: chi vende qui… che paghi 100mila pesos, o muoia! Davvero ci fai pena vecchietto penoso, però giàsssai o tu o noi! Il mio boss non perdona chi gli disobbedisce e se oggi non ti facciamo fuori non saremo così fortunati come te, tranquillo a prepararti il tuo lettino… a noi lui ci farà torturare a morte dal Gato Montés prima di tagliargli i coglioni farglieli mangiare e lasciarlo morire così dissanguandosi lentamente dallo scroto… giàssai cabrón, non fare lo stronzo, zitto e scava!

Condannato a morte per non avere 100mila pesos, per far un favore ai figli dei miei compari, che stronzo! E sono troppo stanco per scavare una fossa così grande e con ‘sto cazzo di mal di testa che mi martella… non ho avuto tempo nemmeno di fare colazione stamattina senza niente più vino, a fumare fumare e fumare per sentirmi meglio… e alle 7 so’ arrivati loro.

È mezzogiorno, il sole brucia il deserto e la testa mi scoppia, il Gato Montés mi guarda storto, meglio scavare, prendere tempo, può succedere qualsiasi cosa. Non può esser vero! Però la terra è dura e secca, non sa di sogno non sa di allucinazione, sa di terra, salata com’è la sabbia qui, che mi scricchiola fra i denti quando mi pulisco la faccia dal sudore colle mani inzaccherate.

‘Sta cazzo di terra che non ho voluto coltivare quest’anno, per mancanza d’acqua dicevo… per mancanza di coglioni, per stare sempre stonato, per domani vediamo! E la primavera se n’è andata, e devo morire d’estate, estate di siccità, siccità nel cielo, siccità nell’anima gli occhi le labbra spaccate, cuori di pietra, vacche magre tanto magre che non ce la fanno più ad alzare la testa nemmeno per mangiare. L’unica acqua che scorre abbondante qui è quella dalla fica della ragazzine eccitate d’andare coi gangster, d’esser fottute, violentate… elette. Povere ragazzine violentate a casa loro, davanti agli occhi dei familiari.

La canzone di Paolo Rossi non mi lascia in pace: era meglio morire da piccoli/ con in bocca un cavaturaccioli/… che vedere ‘sto schifo da grandi!

E vomito, e i pistoleri se la ridono: non rovinarti la tomba vecchietto, o vuoi passare l’eternità immerso nella tua merda? Verdastra esce la bile dal mio stomaco, sa di vino d’aceto, verdastra e acida, ed io che gli dicevo ad Erick quando mi domandava se il mondo sarebbe finito nel 2012, prendendolo per il culo, non lo so, gli rispondevo, ma pensa se il mondo finisce quando hai i postumi della sbronza… mamma mia! Ed ora il mondo va a finire davvero nel 2012 e mi tocca morire coi postumi e d’estate… cazzo! l’estate non è tempo per morire, si muore d’inverno no d’estate! E vomito per i nervi, e sputo, che tanto la terra ricicla tutto, merda vomito e peccati.

Era meglio morire da piccoli/ con in bocca un cavaturaccioli…

Com’è possibile averci ‘sta canzone nella testa in un momento così? Parole del cazzo che non mi lasciano pensare, e sì che sono stanchissimo e devo scavare, per morire stanco per morire da stronzo, sequestrato da coglionetti analfabeti che volevano giocare ai grandi e che ora si cagano nei pantaloni ancor prima di svegliarsi la mattina: l’esercito li cerca per sparargli alle spalle, i marines li cercano per farli sparire nel nulla, l’altra famiglia mafiosa li cerca per torturarli, e sanno bene che se sopravvivessero a tutto ciò il loro stesso boss li farà fuori appena sbagliano, e tutti sbagliano, tutti sbagliamo, chi non sbaglia non nasce qui, nasce dall’altro lato, lì ove le luci splendono d’un altro colore, e le donne ti mantengono, e tutto è pulito e scintillante ed i soldi non puzzano mai, e chi ce l’ha è sempre bello, e onorato.

2
Il sole continua implacabile ed inclemente a stare su a picco nel cielo mentre io continuo a scavare. I mafiosetti che mi sorvegliano annoiati si fanno una canna dopo l’altra, io una palata dopo l’altra. Il lavoro ed il tanto sudore sembrano alleggerire i postumi della sbronza, o sarà che a ‘ste alture non costituiscono più un problema; come poteva esserlo e tanto importante sino a poco fa? Che è un mal di testa, uno stomaco contorto e tutto il resto, di fronte alla Vita e alla Morte?

Di colpo uno, il meno brutto dei tre, allunga il braccio verso di me con una canna enorme in mano: vo’ fuma’? E vedo il mio braccio estendersi, sento una ondata di calore salirmi dal cuore alla testa quando, proprio quando sto per dirgli grazie, l’enorme assurdità della parola in questo contesto esplode con tutta forza nella mia coscienza: ringraziare a ‘sti disgraziati che mi vogliono uccidere? manco p’o’o cazz! Ed è solo per questo risvegliarsi del mio orgoglio che comincio a pensare: fumare ora? sentirmi stonato e rincoglionito? e se ci fosse una minima possibilità di scappare o di salvarmi chissà come? No no no, non posso rischiare di non esser capace d’acchiapparla se dio volendo venisse la possibilità, unica, di salvezza… così per la fattanza. No, stavolta no! E sì che voglio salvarmi: aspetto un qualcosa, un miracolo, una chiamata che dia il contrordine, o chissà che… Mi sembra d’esser pazzo a pensare ancora di potermi salvare qui, già dentro la mia tomba quasi pronta con tre armi automatiche che mi puntano addosso, mi sento pazzo come mai in tutta la mia vita; a me che chiamavano ess’u pazz quando andavo alle otto del mattino a comprare ancora coca nei sobborghi più squallidi delle città più belle del paese… ora no, pazzo non voglio esserlo, ancor meno per morire… già volge al termine ‘sta giornata del cazzo, ed io con lei. Non voglio morire stonato, non voglio morire da stronzo felice, no! Non so cosa s’incontri dall’altro lato, il vero altro lato, dal quale nessuno è mai tornato indietro, nessuno che si conosca almeno… forse il nulla… ma mi sembra troppo facile, perdersi nel nulla sparire senza più memoria senza visione né coscienza, mi sembra troppo facile, ho sempre battagliato tutta la Vita… dovessi battagliare pure dopo la Morte.

Fumi o no cabrón?
NO! Ascolto la mia voce dire NO, infine, dopo una vita di sì.
E aggiungo rapido e furioso: e andate affanculo!

La sua risposta è una risata, una risata orribile volgare corrotta, mentre l’altro dice: affanculo ci vai tu vecchietto stronzo, ah ah ah, e scava più in fretta che mi sto annoiando! Il terzo, il Gato Montés, non parla mai.

E comincio a piangere, lacrime salate ed amare che vanno a mia figlia, a mia moglie, a tutto il male che ho fatto loro, a quando l’ho picchiate, a quando l’ho insultate gridando come un pazzo furioso, a quando rompevo le porte delle stanze ove si rifugiavano impaurite, ed io ch’entravo pazzo davvero per far pagare loro la sfida alla mia autorità. Io sono il padre il boss il padrone qui portate rispetto! Gridavo come un pazzo cogli occhi di fuori e le vene del collo gonfie come una fogna, mentre che a cazzotti distruggevo lo stereo da me regalato alla figlia… colpevole solo d’averlo acceso per non sentire la mia furia, per non dover ricordare tutta la vita delle cazzate orribili che profferivo…

Ah! le lacrime non mi consolano non mi scaldano, NO! non voglio che mi consolino non voglio che l’erba mi consoli non voglio che nulla e nessuno mi consolino, voglio morire col mio dolore con tutte le mie colpe… e scavo più in fretta, non voglio più vivere, e con ogni palata di terra dura e secca che tiro fuori dalla fossa seppellisco me stesso seppelisco la mia anima il mio cuore le mie colpe la mia follia. E starò qui per sempre in questo buco di culo del mondo, in questa fossa sconosciuta persa nel nulla ove nessuno potrà venire a portarmi fiori a piangere o a festeggiare con me il 2 di novembre…

E penso a mio cognato Paolo ch’è morto appena, e di come feci la mia parte nel suo coinvolgimento colla droga… e ora stanno qui con me le Petit Serge, overdose in un hotel di Nuova Delhi, e Gerome, overdose in una cabina telefonica fredda in Europa… chissà se li avvelenarono gli spacciatori per levarseli dai coglioni… morti senza nessuno a piangerli, sepolto uno e cremato l’altro probabilmente a pubbliche spese e senza fiori… chissà se giammai lo seppero le loro mamme se ancora ce l’avevano… e piango piango per loro per i miei amici, mentre ‘sti assassini del cazzo se la ridono dicendo: e ora non cagarti nei pantaloni stronzo vigliacco!

Non sanno che non piango per me, non me n’è mai fregato un cazzo di me, piango per mia figlia, per mia moglie, per mio cognato, per i miei amici. E se nessuno li ha pianti i miei amici io lo faccio, e se non hanno ricevuto una degna sepoltura, io lo farò, ed ogni palata di terra che caccio dalla mia tomba è per loro, per dar loro una tomba con rispetto, infine. Gli amici si vedono nel momento del bisogno, si dice, e qui sto io per loro, con loro.

E penso a Mario, al mio amico Mario, quello che doveva sempre morire e niente e nessuno lo potettero giammai ammazzare, finché non venne il terremoto e né il terremoto potette, no, sopravvisse perfino al terremoto… ma non nel suo cuore e un po’ di giorni dopo se ne andò così, solo per non vedere la sua amata città in rovina e saccheggiata da politici e imprenditori sciacalli. E seppellisco pure Mario con le palate di terra che caccio dal deserto, e davvero non so perché, Mario sì una tomba ce l’ha e sorelle e fratelli, e non so perché devo farla questa cerimonia funebre, non sono un prete io… però sì, la faccio, per liberarci…

E penso a Gilberto, il mio amico, il mio maestro di letteratura underground durante lunghissimi pomeriggi che si trasformavano in notti che si trasformavano in albe fredde con birrette e sigarette, quando c’erano, perché non c’era niente, non c’era mai niente a casa sua, nel frigo spento solo un barattolo mezzo vuoto di nescafé, e mentre organizzava festival nazionali di poesia e scriveva articoli per l’Unità e scriveva tesi una dopo l’altra per semiologi pigri… in casa sua non c’era niente da mangiare, solo nescafé che si beveva freddo perché avevano staccato il gas, riscaldandoci solo colla musica l’ellesseddí e le sigarette, ma soprattutto colle idee che vulcaniche non mancavano mai… e penso che lo devo seppellire pure a lui, ma proprio in questo momento sento la sua voce, chiara e forte la cara inconfondibile voce di Gilberto che mi dice forte e chiaro: A me lasciami in pace…

3
FINALE A
E di colpo sento gridare fuori della fossa, una voce nuova che grida, una voce mai sentita prima, smircio fuori ed è il Gato Montés che grida. C’è una nube bassa strana e oscura che se lo sta inghiottendo ed un ronzio assurdo che sembra il decollare d’un aereo. Il Gato Montés butta via il suo mitra che a nulla gli serve ora contro uno sciame di api furiose e corre corre corre per il deserto prendendosi a schiaffi il collo la faccia e grida grida grida finché cade a terra, stecchito. Non sono così intelligenti i compari suoi del cazzo che sparano e sparano sventagliate di mitra totalmente inutili contro la nube nera, riuscendo solo ad abbattere un corvo di passaggio, un corvo che s’è offerto di accompagnarli all’altro mondo.

FINALE B
E di colpo sento gridare fuori della fossa, una voce nuova che grida una voce mai sentita prima, smircio fuori ed è il Gato Montés che grida:

Mo’ mi so’ proprio rotto le palle co’sto stronzo!

Una zampata in faccia con gli scarponi militari del Gato Montés non è cosa da ridere, anzi mi fa piangere, mi ronza il cervello le orecchie mi scoppia la testa, la mandibola mi sembra sganasciarsi e forse lo fa davvero, ma soprattutto è la paura, la paura che fa novanta quando mi strappa la pala dalle mani e comincia a buttarmi palate di terra addosso prendendola dal mucchio che io avevo formato fuori spalando tutto il giorno. Tento di uscire ed altre zampate mi scoppiano in faccia, da parte dei compagni che ridono a squarciagola

Nemmeno una pallottola ci fa sprecare il Gato Montés, t’avevamo avvertito nonnetto di fare in fretta!

E si mettono tutti a buttarmi terra addosso e darmi zampate per ributtarmi nella fossa ogni qualvolta tenti di uscirne finché le gambe sono bloccate e non posso più muovermi, ed altri calci mi fanno piegare ed urlo urlo urlo e mentre urlo impazzito dal terrore un’ape mi entra in bocca e si butta giù nella gola e sono terrorizzato che possa pungermi la lingua le tonsille, ma come si può pensare a stronzate del genere quando ti stanno per seppellire vivo? …era meglio morire da piccoli/ con in bocca un cavaturaccioli… Ma soffoco io e soffoca pure l’ape ché di colpo ho la bocca piena di terra e gli occhi e vedo tutto nero e l’ultima cosa che sento è il gracchiare di un corvo di passaggio.

FINALE C
E di colpo sento gridare fuori della fossa, una voce nuova che grida, una voce mai sentita prima, smircio fuori ed è il Gato Montés che grida:

Mo’ mi so’ proprio rotto le palle di voi due, amichetti di ‘sto vecchietto stronzo, pure la canna gli passate e vi fate pure rispondere male!

Ma che dici Gato? sei tu che non capisci la finezza, ah ah ah!

Non capisco dici? Guarda che la fossa è grande abbastanza per metterci pure voi due col vostro amichetto ad incularvi per sempre!

Ed è un finimondo di esplosioni armi da fuoco, il Gato cogli occhi paonazzi è veloce a farne fuori uno, ma l’altro gli spara e da terra il Gato gli rispara contro e così cade pure l’ultimo che però prima di spirare spara a raffica ed un colpo mi raggiunge mentre approfittavo per scappare.

E cade il silenzio rotto solo dal gracchiare di un corvo di passaggio e da un’ape che ronza fra quattro cadaveri buttati lì, tutt’intorno ad una fossa vuota.


Rodolfo de Matteis è cresciuto a L’Aquila. A vent’anni si sposta in India dove resta oltre un decennio e vive un’esperienza carceraria di cui scrive nel romanzo interattivo “Assurban”. Nei primi anni ’90 rientra in Italia e partecipa al Luther Blisset Project. Dopo una querela per abuso del diritto alla critica (“1998 Italian Internet Crackdown”) si trasferisce in Messico, dove è apprezzato come poeta e performer. Dal 2001 viaggia fra Europa, Nord e Centro America, scrive in italiano, castigliano e inglese, realizza performance, recital di poesia, video e cabaret mistico, partecipa a festival, specialmente in Italia, Guatemala e Messico. Collabora con Storie e Leconte.

lavora-con-le-parole
StorieMAG

English dept >

Storie

more >
chelsea

d’Italia >

Storie

d'Italia e d'Italiani >

A FUOCO | l'eeccezione

Storie online: cultura dall'Italia e dal mondo. Ogni giorno

error: