rivista internazionale di cultura

Approfondimenti

EX LIBRIS | 1/2017

Racconti, poesie e altre parole. Inedite

PROSA Gerald Locklin | Massimo Bucchi | Francesco De Vitis | Sandro Dionisio

POESIA Marco Lodoli | Thurston Moore | Stefano Milioni

LA FASE CRITICA Ouyang Yu: perché i cinesi non dicono “grazie”
Joyce Carol Oates: Alice Munro, se la tecnica c’è non si vede


A metà anni ’80, i Panoramics firmano il loro primo contratto discografico con la stessa etichetta della band più rappresentativa del rock italiano, i Litfiba. A San Casciano, fra le campagne che abbracciano Firenze, vive il loro leader. Nella memoria di Sandro Dionisio, allora voce del nascente gruppo new wave partenopeo, Piero Pelù diventa Pluto e la sua insolita dimora lo spunto per afferrarne il carisma in un soggiorno toscano dai risvolti inattesi quanto allucinati. Aveva ragione Andy Partridge degli XTC quando borbottava “Adoro trovarmi in case strane”…



IL DOMINIO DELL’OMBRA
di Sandro Dionisio


Sulla moto in folle corsa verso San Casciano sto scoprendo il lato oscuro della proverbiale bellezza della campagna toscana; mentre mi tornano alla mente racconti inquietanti di “mostri” e di fatti di sangue, tutto mi appare come filtrato dalla stanchezza e dal velo nero della notte. Questo dovrò ricordarmi di raccontarlo, al mio ritorno a Napoli: questa accoglienza diffidente e vorticosa alla stazione di Santa Maria Novella. Altro che alberghetto al centro e cena col “boss”, come mi avevano assicurato al telefono i dirigenti della mia etichetta discografica.

Dopo due ore di attesa e di telefonate inutili, non mi è chiaro neanche come mi ritrovi su questa moto, stordito dal frastuono del motore sotto sforzo e del mio stomaco che rumoreggia. Di tanto in tanto cerco di comunicare col giovane dark dai lunghi riccioli neri, carico di argenti pesantissimi a forma di croci e di serpenti che, dopo avermi squadrato a lungo prima di convincersi che fossi proprio io il cantante del gruppo rock, sia pure “mediterraneo”, che era stato inviato ad accogliere, mi sta trasportando alla casa in campagna di Pluto, carismatico leader di un gruppo punk trasgressivo che incide per la mia stessa etichetta.

Mentre ascolto le risposte lapidarie del centauro, frasi mozze, urla disperate controvento, mi pare di vedere pantofole e calzini e pigiama di lino frullati nello zainetto di pelle dal movimento della motocicletta, e mi sento come loro: strapazzato e fuori luogo. Ora che abbiamo raggiunto la casa mi accorgo di essere troppo esausto per poter parlare. Il vecchio casolare che abbiamo raggiunto sembra completamente sprofondato nel buio e non mi è facile seguire il centauro, quando, senza una sola parola, s’infila in un portoncino angusto scurissimo e scompare come risucchiato all’insù da una piccola rampa di scale. Avanzo procedendo a tentoni e misurando con i piedi la profondità degli scalini: man mano che il mio sguardo si abitua al buio e metto a fuoco lo spazio attorno a me, mi riesce più facile sintonizzarmi sul suono sottile e monocorde che ho percepito senza attenzione fin dall’inizio, come una nenia acuta e lagnosa, o un mantra sommesso, o un cigolare di porta sui cardini, o.

Ormai avanzo spedito quando all’improvviso l’ultimo scalino si sottrae al mio piede con uno scatto: mentre cado al suolo pesantemente, un suono straziante esplode proprio nel mio orecchio destro, un suono che ne comprende molti che sembrano sovrapporsi l’uno all’altro, nota su nota, come un parto perfetto di un “Intonarumori” di Russolo. Atterro su di un liquido viscoso e vengo stordito da un odore acre, pungente, che inalo col viso ormai schiacciato sul pavimento. Nel buio immagino il crollo da angolature diverse, vedo le mani che brancolano, il naso che frana sul pavimento, e gambe sbalzate in alto, senza peso. Il rumore perfetto, con una modulazione improvvisa, si è intanto trasformato nuovamente nel suono che mi ha distratto e trascinato nella caduta; ora lo riconosco: è un lamento fioco, insopportabile; una voce di donna querula che ha già ripreso a lamentare un disastro irreparabile.

Intuisco una sagoma ricurva che esplora carponi il pavimento e si libera dal giogo delle mie gambe, finalmente libere di atterrare con un salto netto. “Mi dispiace” dico nel vuoto “era buio…” e immagino gli attimi di sospensione sul corpo della sconosciuta come nelle avventure di Vil Coyote, quando levita a lungo prima del crollo. “Forse non è andato perso del tutto, forse ce n’è ancora nella boccettina; era nuova… era perlato” riesce a mormorare il mio ostacolo con una nota di preoccupazione quasi materna ed un ultimo soprassalto di angoscia.

Cerco di raccogliere il mio corpo lottando contro il liquido scivoloso che lo spinge lontano, quando qualcuno accende la luce e con voce sorda domanda da dietro una porta “Perché non accendi la luce e fai meno casino?” Poi tace e scompare per sempre. China sulle reliquie di una boccettina di smalto, una donna di età indefinibile fissa immobile la grande chiazza nera sul pavimento, di cui anch’io sono ormai parte. Il senso di colpa mi invade all’improvviso e nel panico comincio a farfugliare scuse patetiche ed esagerate.

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Il racconto di Sandro Dionisio è tratto da Storie 1/1988. Le foto che illustravano interni ed esterni della casa di Piero Pelù/Pluto nella campagna fiorentina sono di Cesare Dagliana, fotografo cardinale della new wave della Signoria

Lei si volta rivelando un volto triangolare, dipinto pesantemente di rosa attorno agli occhi e di nero sulla bocca piccolissima, incorniciato da una massa incredibile di capelli rossi cotonati verso l’alto, come tesi in una fuga impossibile che abbia il suo fulcro nel centro del naso. “Fa niente” dice mentre torna a contemplare il danno. “C’e’ un cucchiaio sul lavandino, forse ne posso raccogliere un po’”. Con un gesto lento, nobilissimo, mi indica la direzione.

Solo ora mi rendo conto di trovarmi in una cucina, di fronte ad un enorme camino di pietra e praticamente disteso sotto un grande tavolo di legno tarlato. Mi accorgo anche di tremare violentemente e per un attimo mi chiedo se il mio corpo autonomamente non stia liberando la tensione e la paura improvvisa. Poi, alzandomi, scopro che dalle fessure di una finestra sgangherata filtra un vento gelido, tagliente, che ghiaccia lo smalto nero al suolo e spazza il mucchietto di polvere accumulatasi nell’angolo sotto il lavandino. Oltre il vetro la notte è limpidissima ed un grande albero si staglia sulle onde scure delle colline.

Cerco di conversare con la medusa rossa per tutto il tempo infinito che impiega nel tentativo di recuperare il prezioso liquido, le racconto praticamente tutto di me, traumi infantili, paure, diete, sogni. “Probabilmente lo racconterà” rifletto con vergogna senza riuscire a fermarmi, abbandonato in una situazione instabile e sbilanciato, senza punti di riferimento, con un bisogno nevrotico di informazioni primarie “Dove dormirò? Quando? Chi sei? Dov’è il bagno? Accendiamo il riscaldamento?” e frustrato da amare considerazioni sulla fatalità della vita e sull’oroscopo che le “diceva di non fare acquisti, proprio oggi!”

Precipito verso il basso e continuo a parlare con un senso di vertigine nauseante. Poi finalmente s’infila in una stanza per mettere su un disco, e dopo qualche secondo mi accorgo di non ricordare più dietro quale delle innumerevoli porte che si aprono sulla cucina è sparita; mi sento come in uno spazio cieco al fondo di molti sguardi, spiato dalle porte chiuse. Mi sembra di essere lì da ore quando, lentamente, si leva un canto lugubre che sembra penetrare nell’ambiente come trasudando dall’intonaco delle pareti. Riconosco il disco dei “This Mortal Coil” quando sono ormai rannicchiato sul divano liso di fronte al camino spento, e ne osservo il fondo, come per riscaldarmi.

La tedesca secca e pallidissima, avvolta in una vestaglia lunga e floscia, che è ora intenta a cucinarsi delle uova al tegamino sul fornello alle mie spalle, spuntata senza un rumore dall’oscurità, è la prima persona a darmi notizie di Pluto. Dal suo italiano secco ed infastidito scopro la sua attesa fremente e nevrotica dell’arrivo di Pluto, già due volte rimandato da oscure telefonate, di ritorno da una tournée. Tremando considero che devono essere ormai quasi le tre. La tedesca, forse mossa a compassione, accende due vecchi tronchi nel camino. Il mio sguardo lacrimevole le rivela che, se potessi, le scodinzolerei. Rinfrancato azzardo con tono distaccato qualche domanda sulla mia sistemazione per la notte e sulla disponibilità di coperte. La tedesca sembra di colpo non comprendere più una sola parola di italiano. Mi punta addosso due occhi sgranati che sembrano accusarmi di qualche abominevole colpa. Abbasso lo sguardo nella direzione del suo, e osservo la macchia nera sui pantaloni.

“Tu sporco”, commenta. Stavolta la sua erre raschiante si stempera in un suono quasi dolce, memoria di frequentazioni fiorentine, ma conclusivo, che non ammette repliche. Qualcuno ora suona la chitarra elettrica al piano superiore ad un volume così forte che pare sul punto di spalancare le finestre. Le note di chitarra si incrociano con i suoni del disco, ma sembrano sospese nello spazio ad un livello più alto delle altre, come su grafici diversi e, per natura propria… incomunicabili. Il risultato, rifletto, è assolutamente migliore delle singole performance.

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Il racconto di Sandro Dionisio è tratto da Storie 1/1988. Le foto che illustravano interni ed esterni della casa di Piero Pelù/Pluto nella campagna fiorentina sono di Cesare Dagliana, fotografo cardinale della new wave della Signoria

Concentrato sui suoni, e sulle uova che la tedesca trascina ingorda nel chiuso della sua tana, senza cedere a nuovi sentimenti di compassione, quasi non mi accorgo dell’ennesima telefonata di Pluto e del conseguente riapparire del centauro, che, posato il telefono, attraversa la cucina e mi scopre stretto nell’angolo del divano. Un lampo di interesse attraversa per un attimo il suo sguardo. Ma è solo un attimo. Comunque, come ricordandosi di me, mi fa cenno di seguirlo e mi conduce nella stanza che mi è stata assegnata, dove mi ritrovo nuovamente solo col mio zainetto di pelle.

Non ricordo in che ordine, con un movimento panoramico del capo, lentissimo e sempre più riluttante, ho “scoperto” l’arredamento particolare della stanza; ricordo invece, fin nei minimi dettagli, ogni cosa: dal crocifisso capovolto a capo del letto, alle lenzuola rigorosamente nere in bel contrasto col piumone rosso fuoco, dallo specchio incrinato con scritte sanguinolente che dicevano di Venerdi 17 e di feste del fuoco, ai paramenti sacri, ai libri di introduzione all’occultismo, al teschio sul comodino, alle corone… rammento ogni cosa; mi sfugge, invece, da quanto tempo sono qui, esausto, al buio nella cucina deserta, reduce da una fuga rapida ed incontrollata, ad osservare la brace morire sotto la cenere, affamato, semiassiderato, pensando di dormire sul divano liso piuttosto che nella nicchia, desiderando di piangere. E ci riuscirei, se non fosse per il ripetuto tintinnare delle stoviglie e per quegli occhietti rossi satanici che brillano ora sul lavandino dietro di me.

Prima ancora che possa lanciare il corpo verso la porta più vicina, mi ferma l’inatteso riapparire della Medusa, appena libera dal trucco pesante e già mezza ricoperta di creme notturne, che, reggendo trionfante un bicchierino con lo smalto superstite, accende la luce e lamenta “sono ancora troppo scossa per dormire”. Piego la testa molto lentamente verso il lavandino e mi sento in uno di quegli sceneggiati televisivi del terrore di cui si ride con superiorità e ad ogni piè sospinto ci si chiede del protagonista imbambolato “Ma perché non scappa?” La rossa nota il movimento e, spiandomi, appollaiata sul bracciolo del divano, comincia a dipingersi le dita dei piedi, che ha incredibilmente grandi.

Sul lavandino nient’altro che un piattino colmo di briciole. Forse per il mio ostinato puntarle i piedi, probabilmente fonte insospettabile di orgoglio femminile, cede ad un improvviso moto di socievolezza e mi racconta dei topi di campagna cui spetta, per tacito accordo, lo spazio della cucina durante la notte. Piccoli tremiti di disgusto sottopelle cominciano ad irradiarsi ad intervalli regolari sul mio corpo, dalle braccia fino agli alluci. In compenso la Medusa comincia a parlarmi di sé con una disarmante visceralità, lanciandomi ogni tanto sguardi obliqui che si ritraggono sulle unghie sempre più nere appena casualmente li individuo.

Parla della sua permanenza a Londra, dove ha lavorato per una boutique “ignobile” (da cui, arguisco, è stata perentoriamente cacciata), dei locali londinesi che ha frequentato e che hanno nomi invitanti come “The Crypt” (“Un posto meraviglioso, in un cimitero vero che devi attraversare tutto”), del suo massacrante lavoro per la Mortiria Records, e di come “Londra è un posto unico, pieno di contatti e di opportunità. Tutti i miei amici lì cominciano ad avere successo”. “Fantastico” le dico, e non capisco cosa l’abbia spinta ad abbandonare il suo Eden. La sua improvvisa disponibilità quasi mi infastidisce, ora che la sua voce acquista frequenze nuove e i suoi sguardi si fanno più pressanti. Poi, un piede pittato e l’altro no, comincia a sottopormi una serie di articoli su Pluto, ritagliati da riviste di ogni genere e sottolineati con evidenziatori colorati, accompagnando l’esposizione con commenti orgogliosi e giudizi di disprezzo sugli articoli non entusiastici.

Non faccio in tempo a leggere le prime righe che già vengo bombardato con fogli nuovi e commenti ormai logorroici. La testa mi gira e lo sguardo scivola sui caratteri sbiaditi dal colore, che iniziano a confondersi nella mia testa con le frasi della Medusa. Comincia a stuzzicarmi con domande e comparazioni che mi lasciano nudo con il mio mal di testa e un oscuro senso di colpa. Ma il suo interrogatorio è venato da un tono quasi di supplica. Poi “Sono morta di sonno”, dichiara imprevedibilmente, tacendo di colpo. Mi guarda fisso negli occhi. Mi scopro a comparare mentalmente varie possibilità ad una velocità vorticosa: preferire una notte in compagnia dei topi in cucina, accovacciato sulla cenere ancora tiepida; subire le avance della Medusa in un letto che immagino fornito di accessori di conforto caldi; affrontare stoicamente le atmosfere iettatorie della stanza… Un dito enorme affiora dai fogli di giornale accanto alla mia coscia e si irrigidisce in un movimento di accostamento che rimane sospeso: l’unghia laccata riflette un ultimo scoppiettio di carboni nel camino.

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Il racconto di Sandro Dionisio è tratto da Storie 1/1988. Le foto che illustravano interni ed esterni della casa di Piero Pelù/Pluto nella campagna fiorentina sono di Cesare Dagliana, fotografo cardinale della new wave della Signoria

Torno alla stanza, rassegnato, abbandonando la rossa ad una sigaretta alla menta affrontata con dispetto, a lunghe boccate dimostrative. Tocco con ansia il piccolo corno di corallo che mi dondola al collo. In camera, forse per farmi coraggio, mi sforzo di passare in rassegna i dischi accanto al letto e cerco di non pensare agli esercizi di scrittura meccanica che ho scoperto con rinnovata pena di me sulla scrivania, ma l’autocommiserazione mi distrae e, volendo azionare il registratore, premo freneticamente tutti i tasti a portata di mano… il registratore rimane muto, ma la luce dell’abat-jour si spegne lentamente ed il mio cuore torna a dimenarsi nella cassa toracica…

Mi pare di vivere un momento dejà-vu mentre scruto l’oscurità e percepisco la consistenza del letto dove sono piombato arretrando meccanicamente. Sono sicuro di avere già vissuto ogni cosa, il contatto con la tela morbida del piumone, il soffio di aria gelida dietro la schiena ed anche il buio che mi avvolge e il piccolo clic metallico che risuona da qualche parte nella stanza e si prolunga sempre uguale come per un’eco improvvisa. Chiudo gli occhi…

Due pupille iniettate di sangue mi cercano nell’oscurità e mi individuano, poi un enorme testa di alce infuriato compare a racchiudere lo sguardo minaccioso, pompando dalle narici gigantesche una cortina di fumo denso e scuro, e spiccando infine un salto portentoso dal centro dello schermo… Lo schermo è apparso con un flop ottuso, srotolandosi proprio ai piedi del letto, subito illuminato dalla luce bianca del proiettore sospeso al lato del crocifisso capovolto. Non mi pare di averlo notato, prima. Né mi accorgo, ora, dello scorrere accelerato dei secondi che mi portano, fotogramma dopo fotogramma, ad una risata pazza e sonorissima, strozzata dalla tosse che la fa suonare a tratti, mi rendo conto, diabolica, e che non riesco più a frenare: il canto del mio corpo copre completamente le musiche che ora accompagnano Pippo e poi anche Paperino e Topolino nella loro fuga convulsa sulle montagne di cartone di “Moose Hunters”, 1937,  il mio Disney preferito.

L’aria è tiepida e la campagna oltre la finestra che intravedo riflessa nello specchio sul lavandino sembra disegnata con i colori pastello delle avventure dí carta che mi hanno tenuto sveglio fino all’alba, ipnotizzato. Mi sciacquo con l’acqua fredda e il contatto mi rinfranca dalla sensazione appiccicosa accumulata durante tutta la notte sotto il piumone caldissimo di Pluto. Il mio sonno è stato sereno e profondissimo. Mi volto verso la finestra; la apro. Respiro gli odori della campagna e chiudo gli occhi per conservarne i colori dentro di me; “Tra poco il centauro verrà a prendermi”, penso, e dietro gli occhi chiusi lancio un’occhiata di intesa a Pluto e cerco di immaginare il furgone in corsa verso San Casciano, che lo sta riportando a casa, dopo la tournée.


Sandro Dionisio
, regista e sceneggiatore, nato a Napoli. Voce dei Panoramics, gruppo pop indipendente molto apprezzato dalla critica e prodotto da Peter Gordon nell’89, ha collaborato con i maestri del cinema italiano: Loy, Rosi, Amelio, Risi, Martone. Ha diretto il cortometraggio “Il mare di sotto” (1998), presentato alla 55° Mostra del Cinema di Venezia. “La volpe a tre zampe”, suo primo lungometraggio, è stato premiato al Giffoni film Festival 2003 e presentato al Festival di Berlino nel 2004. È anche autore di “Un consiglio a Dio” (2011), lavoro sperimentale “a metà tra fiction, documentario, reportage e poesia filmata”.


“Il dominio dell’ombra” è tratto da Storie 1/1988 – L’ora di leggere
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