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Storie magazine

3/2012 | COPIONI E COPISTI

FILOSOFIA

Umberto Galimberti ha copiato da altri?

    Il “pasticciaccio brutto” comincia “il giorno e il mese
    e l’anno” 18 aprile 2008. Dalle colonne del Giornale
    Matteo Sacchi va giù duro e rivela che Umberto Galimberti
    ha copiato, e non una volta sola. La denuncia scatena
    una serrata caccia al plagio in cui all’incontestabilità dei
    fatti si mescolano la furia e l’invidia dell’accademia…


    (Gherardo Fabretti) – “Umberto Galimberti, l’unica macchina fotocopiatrice che abbia mai ottenuto una cattedra universitaria”. Sulle colonne del Giornale Matteo Sacchi va giù duro. Forse Montanelli la questione l’avrebbe posta con maggior eleganza, eppure, dati alla mano, la sostanza – l’inchiostro se si preferisce – non sembra mutare. Umberto Galimberti, filosofo e psicanalista, docente alla Ca’ Foscari di Venezia, articolista del Sole 24 Ore prima e della Repubblica poi, instancabile autore di libri predestinati quasi sempre alle vetrine delle principali librerie della nazione, ha copiato, e non una volta sola.

    umberto-galimberti

    ► “Umberto Galimberti, l’unica macchina fotocopiatrice che abbia mai ottenuto una cattedra universitaria”. Così tuonava Matteo Sacchi dalle colonne de Il Giornale a proposito dei sistematici plagi operati dal professore nelle sue pubblicazioni (comprese quelle con cui si è aggiudicato la cattedra alla Ca Foscari’)

    Il “pasticciaccio brutto” comincia “il giorno e il mese e l’anno” 18 aprile 2008 ma tutto si può dire tranne che sia stato “benedetto”: Giulia Sissa, studiosa italiana e docente della Ucla di Los Angeles lancia proprio sul Giornale il suo j’accuse: “si è servito del mio lavoro sulla droga, ci sono rimasta male”, dice a Roberto Farneti, che mette impietosamente a confronto una decina di brani del sesto capitolo del libro della Sissa (“Il piacere e il male. Sesso, droga e filosofia”, Feltrinelli 1999) con altri identici tratti dal libro di Galimberti (“L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani”, Feltrinelli 2007), il quale accusa il colpo e ammette di aver violato il copyright, riservandosi di fare ammenda. La Sissa accetta ma si dichiara comunque insoddisfatta e amareggiata.

    La vexata quaestio avrebbe potuto chiudersi lì, come “un pietoso accidente, anzi sventurato” ma come spesso accade in questi casi, “una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale” e volando “veloce di bocca in bocca” scatena una furiosa caccia al plagio, coordinata, spesso e volentieri, proprio dal Giornale; caccia la cui ostinazione, invero, sembra a volte travalicare i confini del puro amor di verità.

    Alla ricerca della genesi della ruberia accademica, deciso a rivelare l’alfa del saccheggio libresco, Matteo Sacchi contatta Guido Zingari, ricercatore dell’Università di Roma Tor Vergata e affidatario della cattedra di Istituzioni di filosofia. Zingari parla malvolentieri ma tra uno spizzico e un boccone  riconosce come vero l’affaire più volte trattato sottovoce: Galimberti nel 1986 pubblicò con Mursia una introduzione al pensiero di Heidegger (“Invito al pensiero di Martin Heidegger”) contenente ampi stralci di un lavoro che Zingari aveva dato alle stampe tre anni prima con la piccola casa editrice Studium (“Heidegger. I sentieri dell’essere”). Anche stavolta il professore poggia sul tavolo “le salmerìe e la roba predata” e tramite accordi legali tra le parti la questione nel 1989 viene maldestramente risolta.

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    Giulia Sissa: “Galimberti si è servito del mio lavoro sulla droga, ci sono rimasta male”. È stato dimostrato infatti che il libro di Galimberti “L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani” (Feltrinelli 2007) contiene interi brani tratti dal saggio della Sissa “Il piacere e il male. Sesso, droga e filosofia” (Feltrinelli 1999)

    Come chi “ad ogni sterpo che passando tocca, esser si crede all’empia fera in bocca”,  Galimberti teme nuove rivelazioni, puntualmente destinate ad apparire pochi giorni dopo, il tempo necessario al Giornale per ripescare un’ordinanza emessa il 30 maggio del 2006 con la quale il Tribunale Civile di Roma vietava a Galimberti e al gruppo L’Espresso qualsiasi utilizzo di un articolo del professore (“La stinta metropoli che spegne le emozioni”, 15 gennaio 2006) precedentemente apparso su Repubblica, dopo che la Corte aveva accertato la presenza in esso di ampi stralci di un libro di Alida Cresti (“Nell’immaginario cromatico”, Medical Books 1997) . Nel giugno del 2008 Sacchi, ormai affezionato “giudice e boia” del “Galimba”, lancia una bomba il cui potenziale non andrà di pari passo col danno promesso: le rivelazioni sulle pubblicazioni plagiate che avevano contribuito a rimpinguare il carniere dell’ammissione a ordinario di Galimberti chiamavano in causa quelle già coinvolte dalle precedenti inchieste dello stesso Sacchi.

    Un po’ come Sacchi cita i propri scoop anche Galimberti finisce per citare più volte se stesso, in una ecologica escalation del riutilizzo che vede un lungo interscambio di tronconi di brani tra articoli e libri, come ha malignamente dimostrato Francesco Bucci, che al fattaccio ha addirittura dedicato un libro: “Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale” (Coniglio Editore). Un lavoro talmente certosino da occupare ben trecento pagine, una cifra da lasciare perplesso anche il più duro difensore del diritto d’autore.

    Se Galimberti non merita “li strali d’ammirazione” è pur vero che “la ‘nvidia è tignuola dell’animo” e se i giornalisti mettessero sempre tanta pertinacia nel ricercare la verità, su Kennedy e su Piazza Fontana, su Moro e sull’Area 51, non avremmo più nulla da raccontarci. Tutta una questione di calibro probabilmente: la portata dei cannoni raramente va di pari passo con l’importanza dell’obiettivo. L’anno scorso, intanto, l’Advisory Board della Ca’ Foscari ha concluso l’esame delle segnalazioni ammonendo Galimberti ad adeguarsi alla prassi d’uso corrente per la citazione delle fonti. Noi, per non incorrere nella medesima ramanzina, ringraziamo a chiare lettere le nostre: Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto de’ via Merulana; Francesco Petrarca, Canzoniere; Emile Zola, Lettera al Presidente della Repubblica Francese Félix Faure; Giovanni Boccaccio, Decameron; Fabrizio De André, Bocca di Rosa; Bernardo Giambullari, Il Ciriffo Calvaneo; Ludovico Ariosto, Orlando Furioso; Friedrich Durrenmatt, Il giudice e il suo boia; Dante Alighieri, Comedìa; San Bernardo di Chiaravalle, Trattato della coscienza.


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