rivista internazionale di cultura

Storie magazine

3/2012 | COPIONI E COPISTI

ARTE

Street art e la campagna Obama

    Storia felice di un successo inatteso. Così si può riassumere
    la vicenda di Shepard Farey, il diabolico designer ideatore
    del poster che è diventato il simbolo della campagna
    presidenziale di Barack Obama del 2008. Cominciata
    come Guerrilla Marketing, l’iniziativa di Farey è stata
    poi appoggiata dall’entourage dell’allora senatore ed è
    dilagata, portando con sé un successo planetario ma anche
    qualche rogna per lo street artist che avrebbe realizzato
    il poster utilizzando senza permesso uno scatto non suo…


    (Valentina Natale) – La faccia è quella nota, seria, concentrata, compunta e un filo accigliata, di Barack Obama. Il poster è quello, altrettanto famoso, della campagna elettorale del 2008: il volto del futuro presidente degli Stati Uniti che campeggia in primo piano, tra colori sgargianti, con una parola scritta in fondo che colpisce forte e chiaro: Speranza (“Hope”), Cambiamento (“Change”) o Progresso (“Progress”) a seconda delle versioni. Un’immagine che il critico del New Yorker Peter Schjeldahl ha definito “la più efficace illustrazione politica dai tempi di Uncle Sam Wants You”, mentre la giornalista del Guardian Laura Barton l’ha paragonata al ritratto di Che Guevara realizzato da Jim Fitzpatrick. Un’icona in grado di sintetizzare uno slogan meglio di tanti discorsi, di cento ospitate televisive, secondo gli esperti.

    shepard-fairey-obama-poster

    Shepard Fairey è l’ideatore della campagna presidenziale di Barack Obama del 2008. Il volto del futuro presidente degli Stati Uniti campeggia in primo piano, tra colori sgargianti, con una parola scritta in fondo che colpisce forte e chiaro: Speranza (“Hope”), Cambiamento (“Change”) o Progresso (“Progress”) a seconda delle versioni

    Oppure molto più semplicemente, un caso mediatico nato per caso. Shepard Fairey, il diabolico designer e artista a cui è venuta la geniale idea di realizzarlo, inizialmente ha fatto tutto di testa sua, in beata solitudine. Ispirato (come tanti altri) dalle parole dell’allora senatore, voleva contribuire a divulgarne il messaggio: creati e stampati a velocità record una grande quantità di manifestini, ha cominciato ad affiggerli (abusivamente) alle fermate degli autobus, sui pali della luce, un po’ ovunque insomma. Guerrilla Marketing applicato allo scontro politico, qualcosa con cui l’entourage di Obama pensava fosse meglio non aver nulla a che fare. Poi però, visto che l’idea funzionava, il think tank dell’aspirante inquilino democratico alla Casa Bianca ha cambiato idea, appoggiando pienamente l’iniziativa: Fairey è stato incaricato di produrre nuovi esemplari, man mano che la popolarità del candidato cresceva e le chance di vittoria aumentavano. Pian piano, i manifesti clandestini sono diventati poster semiufficiali e, alla vigilia dell’Election Day, anche piccoli adesivi. A novembre, ogni città americana traboccava dei Barack colorati made by Shepard, che ricordavano ai cittadini di votare (al posto di “Hope” compariva la scritta “Vote”). Un contagio virale su larga scala che, complice l’avvenuta elezione, è uscito dal ristretto mondo della street art per diventare principale testimonianza di un evento storico. Gli originali di quei poster hanno ormai lasciato le trafficate strade a stelle e strisce, per venire appesi sui muri delle gallerie d’arte più prestigiose. E quando la rivista Time ha nominato il presidente uomo dell’anno, in copertina campeggiava un’immagine analoga sempre opera della stessa matita (se così si può dire).

    Storia felice di un successo inatteso, quindi. Però come spesso accade, con la popolarità arrivano i problemi, le contestazioni, le cause legali. Fairey, non nuovo a questo tipo di esperienze, stavolta si è trovato a dover fare i conti con un osso particolarmente duro, un avversario di tutto rispetto. L’Associated Press nel 2009 l’ha infatti denunciato, lamentando una violazione del copyright: il rinomato poster presentava una strana somiglianza con una fotografia scattata dal free lance Mannie Garcia, che l’artista statunitense secondo l’agenzia aveva utilizzato come base di partenza (modificandola poi attraverso la tecnica dello stencil) senza permesso. Un’accusa non certo di poco conto, cui Shepard ha reagito tergiversando. Prima affermando di essersi ispirato sì a una fotografia, ma non a quella di cui l’AP reclamava il possesso; poi invocando a propria difesa la dottrina del “fair use” (che permette di utilizzare immagini non proprie in campo artistico anche senza chiedere autorizzazioni, purché l’opera creata sia nuova e diversa dall’originale e l’autore non ne tragga un profitto economico).

    fairey-garcia

    L’Associated Press nel 2009 ha denunciato Farey, lamentando una violazione del copyright: il rinomato poster presentava una strana somiglianza con una fotografia scattata dal free lance Mannie Garcia, che l’artista statunitense secondo l’agenzia aveva utilizzato come base di partenza (modificandola poi attraverso la tecnica dello stencil) senza permesso

    Convinto della propria buona fede, Fairey ha persino preteso che un tribunale certificasse, documenti alla mano, il suo diritto a usare lo scatto incriminato. Ce l’aveva quasi fatta, a farla franca. Fino a qualche anno fa, l’avrebbe sicuramente spuntata. Però nell’odierno mondo virtual-digitale, nascondere le proprie tracce è diventato sempre più difficile. È bastato un computer con cui fare i dovuti confronti, per capire che l’Associated Press aveva ragione. Il comportamento di Fairey stesso poi, tutt’altro che irreprensibile, non ha certo contribuito a convincere la giuria della sua innocenza: con un misto di spavalderia e ingenuità, ha dichiarato di aver nascosto e successivamente distrutto prove importanti, probabilmente decisive, che lo incolpavano. Visto che si era messo nei guai e la condanna sembrava ormai quasi inevitabile, Shepard ha optato per un elegante marcia indietro e un accordo amichevole tra le parti (i cui dettagli sono rimasti confidenziali). A suggello della ritrovata armonia, Fairey e l’AP hanno diramato un comunicato dai toni distensivi, annunciando di aver sotterrato l’ascia di guerra e di non escludere nuove “collaborazioni” in futuro.

    Giustizia è stata fatta, tutto bene quel che finisce bene. Ma l’odissea dello street artist non è ancora terminata: dichiaratosi colpevole per la soppressione del materiale probatorio, Fairey potrebbe rischiare fino a sei mesi di prigione, un anno di libertà vigilata, e cinquemila dollari di multa. E la domanda più importante resta ancora senza risposta: tutto quello che è successo, fa di lui un banale copione, un abile copista o un artista a tutto tondo che si sacrifica per il proprio mestiere (magari con un po’ di coda di paglia e qualche scheletro nell’armadio)?


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