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Storie magazine

3/2012 | COPIONI E COPISTI

ARTE

Shenzhen, Cina: il villaggio dei copisti

    (Gabriella Montanari) – Con la metro e un visto per la Cina continentale, si passa, in appena quarantacinque minuti, dalla grattacielesca Hong Kong all’onnivora Shenzhen, metropoli fungina del sottobosco cantonese. Sotto il suo cappello brulicano circa dieci milioni di laboriosi insetti. I più indaffarati sono senz’altro gli ottomila artisti di Dafen, l’ormai celebre Oil Painting Village, situato a nord-est della città e ribattezzato da curiosi e habitués “il villaggio dei copisti”.

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    Situato nel distretto Longgang di Shenzhen, a nord di Hong Kong, il Dafen Oil Painting Village si estende su un’area di 400mila metri quadrati e ospita circa 7000 artisti, 300 residenti e oltre 1200 gallerie. Dafen cominciò a delinearsi come colonia di artisti nel 1989 su iniziativa di un pittore di Hong Kong attratto dai prezzi bassi della zona e dalla sua vicinanza alla città. L’anno successivo aprirono molte nuove gallerie e nel 1998 arrivarono anche i primi finanziamenti dal governo locale

    Non ci si può sbagliare: all’entrata si è accolti da una mastodontica scultura di bronzo raffigurante una mano che tiene un pennello. Ha l’aria di dire: “Qui facciamo le cose in grande!” E in effetti ci si ritrova in un’immensa fabbrica a cielo aperto in cui si produce arte su misura e su larga scala. Non si contano le gallerie, gli atelier, le botteghe dei corniciai e i negozi di materiali per artisti.

    Tutto è predisposto e finalizzato alla creazione e alla vendita giornaliera di centinaia di copie di dipinti dei grandi maestri. Partono, per lo più, verso i mercati occidentali, destinate alle pareti di camere d’albergo, ristoranti e uffici.

    In barba all’improvvisazione e alla faccia dell’ispirazione, a Dafen nulla è lasciato al caso. Gli studi sono catene di montaggio in cui vige una disciplina militaresca e s’inalano solventi à gogo. Gli artisti ci lavorano, ci mangiano, ci bevono il tè, ci fumano e ci dormono. Considerata la giovanissima età dei garzoni di bottega, non è escluso che ci si accoppino anche. Ad ogni operaio specializzato spetta una postazione ben precisa davanti alle tele inchiodate al muro (non che siano sensibili alla deforestazione, semplicemente i cavalletti di legno costano troppo): Yan si occupa degli sfondi, Yen della composizione, Yin della figura umana, Yon del paesaggio. Il tocco finale, la cura di un dettaglio o il dosaggio chiaroscurale competono al capomastro Yun, proprietario o affittuario dell’atelier.

    Per poche centinaia di yuan si può ripartire da quell’universo di epigoni con sotto braccio una riproduzione da fare invidia all’originale e in testa il delirante progetto di costituire una collezione di copie.

    I più gettonati? La Gioconda, il Bonaparte a cavallo di David, i Girasoli di Van Gogh e l’Autoritratto di Rembrandt. Stracopiati anche i contemporanei cinesi, campioni d’incassi nelle aste di mezzo mondo: Yue Minjun (quello che si ritrae ovunque con la bocca spalancata in una risata a sessantotto denti), Zhang Xiaogang (con i suoi personaggi in bianco e nero macchiati di rosso e giallo) e Zeng Fanzhi (burattinaio di uomini mascherati dalle mani sproporzionate e sanguinolente).

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    “Prima della crisi del 2008, oltre il 90 per cento dei quadri riprodotti a Dafen venivano esportati, soprattutto in Europa e Nord America”, spiega Huang Tong, direttore della Huang Jiang Oil Painting Company e proprietario di decine di gallerie a Dafen. “Ora invece le esportazioni di dipinti a olio sono scese a meno di un terzo del totale”. “Ma se il mercato di esportazione è crollato”, aggiunge Zhang Yazhe, proprietario della Non-Formula Art Gallery, “la domanda locale è sempre più grande perché il mercato cinese sta diventando sempre più ricco […] I proprietari di case e alberghi sono i nostri maggiori clienti e più case e alberghi vengono costruiti in tutto il paese, più sono le pareti che hanno bisogno dei nostri quadri”

    Gli artisti di Dafen ci tengono a precisare che eseguono copie e non falsi, in quanto non le spacciano per originali né riportano in calce la firma contraffatta dell’autore. Davanti alle perplessità degli acquirenti occidentali, ligi al rispetto della politica anti-fake, raccontano che nel loro paese copiare è considerata da sempre un’attività nobile e che l’imitazione dei maestri è la strada verso il loro superamento. Poi tirano fuori la storia dei Romani che copiavano le statue greche e alla fine citano per filo e per segno la legislazione cinese secondo la quale un’opera che ha più di cinquant’anni (ma alcuni diranno settanta) non è più protetta dal diritto d’autore. Se si fa loro notare che, stando alla legge e alla logica, la copia di opere contemporanee non dovrebbe essere consentita, se non autorizzata dall’autore, ci si ritrova davanti un viso ebete che farfuglia “Solly, don’t undelstand. Can you lepeat?”

    E non si può che lasciar perdere, consapevoli che, grazie ad una manciata di euro, quella famiglia, per almeno una settimana, potrà affiancare alla proverbiale ciotola di riso qualche fettina di maiale laccato e una spruzzata di germogli di soia.


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