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Storie magazine

3/2012 | COPIONI E COPISTI

ARTE

“Las Meninas”: Picasso ha ricreato Velázquez 58 volte

    Nel 1956 Velázquez dipinse “Las Meninas”, opera destinata
    a rivoluzionare la storia dell’arte. I regnanti, Marianna d’Austria
    e Filippo IV, non sono visibili nello spazio del quadro, ma appaiono
    riflessi sullo specchio affisso alla parete di fondo. Tre secoli dopo,
    Picasso ne proporrà 58 travolgenti interpretazioni.
    Questa è la storia di 59 pitture
    .


    (Vania Colasanti) – “Dov’è il quadro?” domandò Théophile Gautier quando si trovò davanti a “Las Meninas”. Si sentiva confuso. Il dipinto che aveva di fronte sembrava piuttosto una rappresentazione dell’invisibile, un riflesso appena percettibile. Un’opera tridimensionale, quella eseguita nel 1656 da Diego Rodríguez de Silva y Velázquez, dove lo spettatore si ritrova catapultato all’interno della tela. Non ha scampo, è costretto a entrarvi. Il limite tra la nostra realtá e quella raffigurata diventa valicabile. Ci introduciamo in uno spazio che si prolunga oltre l’immagine ritratta. E alle spalle avvertiamo una presenza assente nel quadro, quella del re Filippo IV e della regina Marianna d’Austria che il pittore dipinto, Velázquez stesso, è intento a riprodurre in una tela di cui è rappresentato solo il retro. Che si tratti dei sovrani, lo percepiamo in un gioco di riflessi che si conclude nello specchio affisso alla parete. Il resto è intuizione.

    las meninas picasso

    Pablo Picasso, Las Meninas, 1957. Le 58 rivisitazioni del quadro di Velázquez sono conservate al Museo Picasso di Barcellona al quale sono state donate da Picasso nel 1968 in ricordo di Jaime Sabartés, morto nello stesso anno. Ricordando una conversazione con l’amico e segretario particolare che ebbe luogo nel ’62, un anno prima della fondazione del Museo, disse:  “Nonostante la malattia, vedevo davanti a me un Sabartés trasformato, felice… questo Museo Picasso a Barcellona è il successo della sua abnegazione, il momento che corona la sua vita, la sua apoteosi”

    Complici nostro malgrado, ci ritroviamo nel mezzo, stretti fra i personaggi della famiglia reale e i protagonisti che sono esterni all’opera. Ed è proprio questo coinvolgimento che verrá inseguito dagli artisti del movimento futurista, quando Umberto Boccioni, nel 1912, teorizzerá: “Noi vorremmo lo spettatore nel mezzo del quadro”. Una frase che agli inizi del secolo ricorreva spesso negli ambienti culturali e che influenzò lo stesso Pablo Picasso. Il professore Maurizio Calvesi non ha dubbi in proposito. “Las Meninas”, ovvero “le damigelle d’onore”, riprodotte negli anni cinquanta dal pittore cubista, sono ben 58.

    “Perché ispirarsi proprio a Velázquez? L’interesse è senz’altro legato all’origine spagnola comune ai due artisti”, spiega il critico d’arte che alla Biennale dell’84 ha esposto due delle opere provenienti dal museo Picasso di Barcellona. La rassegna “Arte allo specchio” era appunto incentrata sul rapporto tra pittura contemporanea e arte del passato. “Nelle opere di Picasso presentate alla mostra, si poteva cogliere un’adesione al passato che è del tutto particolare. L’immagine riproposta viene completamente stravolta. Il furor picassiano se ne appropria e la trasforma a un punto tale che l’opera originaria diventa quasi irriconoscibile”.

    Irriconoscibili, appunto. Le 58 tele cubiste, create a Cannes nella villa “La Californie”, non si rapportano subito a “Las Meninas” di Velázquez. Ma pian piano, osservandole attentamente, accostandole, ecco riaffiorare le stesse figure. Tra macchie di colore, tra forme geometriche, ecco emergere dal centro doña Isabel de Velasco che morì tre anni dopo la rappresentazione datata 1657, la nana Mari Bárbola e il nano Nicolasito Pertusato che poggia il piede sul cane mastino castigliano. Ci sono tutti, anche doña Marcela de Ulloa, addetta al servizio delle dame della regina, e l’uomo identificato con don Diego Ruiz de Azcona. Tutti traslati, ovviamente. Lo specchio che ritrae i regnanti diventa un riquadro con due puntini, una piccola tela bianca, una cornice che contiene un triangolo o dei raggi. Dipende dalle versioni. Alcune opere insistono sulla figura bionda, altre su quella inginocchiata. Altre ancora sull’uomo all’uscio, il maresciallo di Palazzo don Josè Nieto Velázquez, forse parente del pittore che viene invece riprodotto accanto alla sua tela gigante. Nulla è dimenticato. Sulle pareti di tela sono appesi i quadri che il pittore barocco aveva a sua volta affisso nel suo dipinto: mitologie di Pieter Paul Rubens e Jacob Jordaens. Copia di copie, quella cubista. Il mitologico diventa astratto. Le forme si irrigidiscono, i colori si intensificano, i caratteri somatici si alterano, assumono linee taglienti o si appiattiscono. Vestiti che sembrano piedistalli, che risaltano, che creano spessore. Strutture decorative che diventano ganci. Particolari irrilevanti portati all’eccesso, esasperati.

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    Velázquez, Las Meninas, 1656 (Museo del Prado, Madrid). Altri artisti oltre Picasso hanno tratto spunto dal quadro per eseguire loro opere. Nel campo pittorico Juan Bautista Martínez del Mazo riproduce nel XVII secolo lo stesso impianto architettonico per la tela intitolata “La famiglia del pittore”. Cento anni dopo, Francisco Goya y Lucientes riprende l’ordito chiaroscurale per il suo “Ferdinando VII che presiede la giunta delle Filippine”. Eduard Manet, nel 1860, ritrae “Velázquez nello studio”

    Eppure c’è una particolaritá che nella veste cubista non traspare: il gioco emotivo, la componente psicologica che invece permea il quadro secentesco. L’intreccio di sguardi non si coglie. L’espressione di Velázquez rivolta a noi non attraversa le tele moderne, non crea una linea immaginaria che ci rende oggetto d’osservazione, anche se puramente casuale. Nell’opera del XVII secolo occupiamo il luogo che è davanti ai regnanti ed è questa caratteristica a vincolarci al quadro. La nostra estraneitá è duplice. Non possiamo cogliere ciò che viene illusoriamente ritratto, rimanendo con un piede all’interno del dipinto e l’altro sospeso sulla soglia dell’immaginario. Ci domandiamo: siamo visti? Siamo realmente osservati? E se ci spostiamo, gli sguardi dove confluiscono? Verso lo stesso punto di fuga che sfonda esternamente la trama pittorica. La prospettiva non cambia perché, presenti o assenti, le linee convergono comunque verso la coppia eterea falsamente visibile dietro di noi. Questo sottile gioco psicologico, questa eco d’immagine, perché a Picasso non interessa? Risponde il critico Vittorio Sgarbi: “Non gli interessa perché ‘Las Meninas’ diventano un puro esercizio pittorico, da compiere con ripetitivitá. Nel caso specifico, addirittura 58 volte. A colpirlo è la modernitá del dipinto, quella componente costruttiva che è il parametro della pittura moderna. Nel quadro di Velázquez c’è giá Picasso e Picasso non è altro che il prolungamento ideale di Velázquez. Così come il pittore nel Seicento contiene giá Eduard Manet e Auguste Renoir. È un artista che riesce a mettere insieme cinque secoli di pittura, partendo da Raffaello e arrivando appunto a Picasso. Per questo credo sia il più grande pittore di tutti i tempi, capace con la sua arte di sfondare le barriere temporali. Il maestro cubista non ricerca un ordine contenutistico. Picasso è come un dio che non giudica, è come un’energia creatrice che non ha componenti emotive. A un dio non si attribuiscono dei sentimenti, in quanto è pura capacitá che determina il mondo. Picasso è forza pura. La scomposizione cubista dello spazio in elementi e la relativa ricostruzione di visioni può avere un richiamo a Velázquez. È un richiamo che non è un sogno, una follia, ma è una costruzione matematica, geometrica”. Ed è sempre Sgarbi a riportare un concetto elaborato dall’artista Michelangelo Pistoletto: “Ha sostituito lo specchio dipinto con uno specchio vero e ha postulato, con la variabilitá dello spettatore, la variabilitá dell’immagine. Diverso chi guarda, diverso quello che vede. Questo per evitare che il primo che passa possa sentirsi Filippo IV, equivoco nel quale volentieri lo attirava Velázquez. Dunque non, o non solo, come si guarda un’immagine, ma come ci guarda un’immagine”.

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    Quattordici delle “Meninas” di Picasso sono incentrate sull’infanta Margarita

    Lo specchio riflette l’invisibile. Lo specchio è il protagonista del quadro che si regge su una visione inesistente. Non perché riproduce i personaggi, ovvero i regnanti, ma perché senza la sua materia speculare l’immagine si dissolverebbe. Lo specchio va guardato e siamo noi a fissarlo. Così come siamo noi ad avere un ruolo determinante nella scena che si crea con la nostra presenza. Ha inizio una serie di rimbalzi visivi. La superficie riflettente mette in comunicazione due mondi. La dimensione in cui noi esistiamo diventa una realtá fantasma. Tutto è visualizzato dalla luce. Una finestra laterale, opposta e contrapposta alla tela, sottrae al buio lo stesso specchio, permettendo alla situazione di comporsi. Solo il quadro che il protagonista Velázquez sta dipingendo non si manifesta. Ci pensa ancora una volta lo specchio a rivelarne i soggetti, trasformandosi nella parete occulta della tela. Si genera un ritmo infinito, una danza a cui assiste uno spettatore come noi estraneo al ballo. È don Josè Nieto Velázquez, che attende all’infinito di entrare o uscire dalla scena. Al pari degli altri personaggi è di profilo e, come per lo specchio, siamo solo noi a vederlo.

    “Un interno tipicamente asburgico, con un pavimento sul quale si può quasi camminare”. Così nel XVII secolo il pittore e biografo spagnolo Antonio Acisclo Palomino de Castro y Velasco aveva definito l’opera barocca. La stessa immagine è stata colta dal regista Jaime Camino, anche lui spagnolo. Al Festival di Venezia dell’88 ha presentato “Luces y sombras” (Chiaroscuro), un film che nasce appunto dalla contemplazione del dipinto di Velázquez esposto al museo del Prado. La storia, con riferimenti autobiografici, è quella di Teo, un regista cinematografico, interpretato dall’inglese Jack Shepherd, che realizza una pellicola ispirata al soggetto del dipinto. Come per magia, come magica è la tela, si esaudisce il suo sogno infantile: introdursi nel quadro. Diventa amico di Nicolasito e partecipa alla vita della famiglia reale. Arriva il momento però di tornare alla sua epoca e può riuscirci solo riattraversando il quadro. Piccolo problema, l’opera non è stata ancora compiuta. Cerca quindi la complicitá della principessa, convincendola a farsi ritrarre dal pittore di corte. Ci riesce e nasce così “Las Meninas”. Trasposizione temporale avvenuta, la difficoltá diventa ora mettere in scena la storia, un’incertezza che si dissolve al momento del primo ciak. “Se il mio film è barocco? Lo è – ha dichiarato l’autore – nella misura in cui è un gioco di specchi. Cos’è più reale, un personaggio davanti a uno specchio o lui nello specchio? ‘Chiaroscuro’ è un’opera nella quale l’azione si svolge nei nostri tempi, con flashback della corte di Filippo IV. Ho voluto riprodurre sullo schermo il dolore del re davanti alla decadenza della sua Spagna. Quel che non ho voluto rivelare è ciò che Velázquez sta dipingendo sulla tela, tralasciando del quadro l’aspetto speculativo”.

    picasso

     “Picasso: Variationen Uber ‘Las Meninas’ von Velazquez” di Jaime Sabartés  (Schroll 1960)

    Altri artisti hanno tratto spunto da “Las Meninas” per eseguire loro opere. Nel campo pittorico Juan Bautista Martínez del Mazo riproduce nel XVII secolo lo stesso impianto architettonico per la tela intitolata “La famiglia del pittore”. Cento anni dopo, Francisco Goya y Lucientes riprende l’ordito chiaroscurale per il suo “Ferdinando VII che presiede la giunta delle Filippine”. Eduard Manet, nel 1860, ritrae appunto “Velázquez nello studio”.

    Quando Pablo Picasso, nell’estate del ’57, si rinchiude nella sua villa sulla Costa Azzurra, non è la prima volta che rivisita i temi di artisti del passato. Nel ’50 aveva rielaborato il “Ritratto di pittore” da El Greco, nel ’55 “Donne di Algeri” di Eugène Delacroix. Successivo allo studio di Velázquez è “Le déjuner sur l’herbe” da Manet del ’61. Solo de “Las Meninas” fará così tante riproduzioni. I 58 quadri nascono tutti nell’arco di tempo che va dal 17 agosto al 30 dicembre. Quarantotto tele sono dedicate all’analisi di volti, di figure isolate, di gruppi di personaggi e di distinte versioni d’insieme. Quattordici sono invece incentrate sull’infanta Margarita, su doña María Augustina de Sarmiento e doña Isabel de Velasco che conclude la serie con un gesto di riverente saluto. Quanto a Nicolasito Pertusato, diventa pretesto per riproduzioni libere. Il cane assume le sembianze dell’animale appartenuto nel ’57 al pittore cubista. Velázquez si riconosce a volte per la grande croce che nell’originale è dipinta in rosso sul petto. Questa, nella tela secentesca, sembra fosse stata aggiunta dal re in persona dopo la morte dell’artista, avvenuta il 6 agosto del 1660 “a las tres de la tarde”, come testimonia L. Díaz. Filippo IV, in segno di riconoscenza, avrebbe dipinto le insegne di cavaliere di Santiago, titolo che lui stesso gli aveva conferito nel 1659.

    Base della rivisitazione picassiana, è un ingrandimento fotografico in bianco e nero del quadro di Velázquez. Ecco dunque spiegata la prevalenza di grigi nella prima versione cubista. In un saggio dedicato a “Las Meninas”, Michel Leiris asserisce che “Picasso si è accasato nel quadro di Velázquez, che abita l’ambiente del palazzo reale e lo riempie con i suoi arredi domestici”. C’è poi un’altra dichiarazione che aiuta alla lettura delle 58 tele. È una frase di Pablo Picasso rivolta all’amico Jaime Sabartés nel 1950, sette anni prima dell’esecuzione artistica: “Se mi mettessi di buona lena a copiare ‘Las Meninas’, a un certo punto arriverei a un’interpretazione personale, dimenticando l’opera di Velázquez. Sicuramente modificherei o cambierei la luce, spostando dei personaggi. Così, poco a poco, le damigelle d’onore apparirebbero deplorevoli a un pittore che copiasse opere antiche in modo tradizionale. Non sarebbero più le figure che aveva visto sulla tela di Velázquez. Sarebbero solo le ‘mie’ Meninas”.


    → Guarda le 58 Meninas di Picasso


    “’Las Meninas’: Picasso ha ricreato Velázquez” è tratto da Storie 1/1992 – Quanto alle mie mani non mi lamento

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