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Storie magazine

3/2012 | COPIONI E COPISTI

ARTE

La “Sant’Anna”: gli allievi hanno copiato Leonardo

    Non c’è dubbio: copiare è un’arte. Ma a che serve la
    copia nel mondo dell’arte? In linea di massima a saziare
    tre tipologie di fame: quella delle budella, quella del mercato
    e quella di conoscenza. Il caso della Sant’Anna di
    Leonardo
    è emblematico di quest’ultimo appetito.
    Le numerose
    “versioni d’atelier” così come le “copie
    d’epoca” attribuite
    ad altri pittori testimoniano infatti la
    ricerca ossessiva di
    perfezione e rinnovamento culminata
    nell’opera finale.
    Un percorso che
    ci suggerisce, tra l’altro, come Leonardo
    fosse già anche un grande artista concettuale, per
    cui l’idea e l’innovazione sono il cruccio del maestro,
    la realizzazione e la riproduzione quello degli allievi…


    (Gabriella Montanari) – Non c’è dubbio: copiare è un’arte. Ma a che serve la copia nel mondo dell’arte? In linea di massima a saziare tre tipologie di fame: quella delle budella, quella del mercato e quella di conoscenza.

    sant-anna-leonardoTempo fa il Louvre ha dedicato alla Sant’Anna di Leonardo da Vinci una mostra a ritroso nel tempo e nello spazio delle botteghe in cui il maestro lavorò, a spizzichi e bocconi, per oltre vent’anni a questo capolavoro-testamento, rimasto incompiuto alla sua morte. Invitati d’onore del museo erano il primo cartone preparatorio della National Gallery, una ventina di schizzi di proprietà di Her Majesty Queen Elisabeth II e le numerose copie della Sant’Anna eseguite da allievi del maestro e successivi seguaci. Le “versioni d’atelier”, contemporanee all’opera e realizzate dagli assistenti secondo le direttive del maestro, così come le “copie d’epoca” attribuite ad altri pittori, fanno luce sugli stadi intermedi e sulle diverse soluzioni formali e iconografiche ipotizzate di volta in volta da Leonardo. Alcune saranno mantenute nell’opera finale, altre scartate durante quest’ossessiva ricerca di perfezione e rinnovamento. La copia, in questo caso, permette al maestro di sperimentare e superarsi, di diffondere la forza del suo operato e ispirare gli artisti dei secoli a venire.

    Nella saletta dedicata alle opere di Leonardo contemporanee alla Sant’Anna, una Gioconda quasi in disparte ammicca timidamente ai visitatori. Già, UNA e non LA Gioconda, quella condannata nel suo irremovibile sarcofago di vetro del Salon Carré, la stanza dei capolavori. Le presentazioni sono d’obbligo: si tratta della copia d’atelier della Monna Lisa, dipinta sotto gli occhi del maestro dal suo discepolo preferito, nonché amante, Andrea Salai. Quel che si definisce una copia parallela, sincronica. La “gemella”, proveniente dal Prado di Madrid, ha un colorito più vivace (grazie al make-up del restauro), due boccoli più marcati che incorniciano il viso e un bel paio di sottili sopracciglia (assenti nell’originale).

    sant-anna-cartone

    Il primo cartone preparatorio della Sant’Anna di Leonardo. L’opera, come raccontò Vasari, riscosse grande fama tra i contemporanei: “Finalmente fece un cartone dentrovi una Nostra Donna et una S. Anna, con un Cristo, la quale non pure fece maravigliare tutti gl’artefici, ma finita ch’ella fu, nella stanza durarono due giorni d’andare a vederla gl’uomini e le donne, i giovani et i vecchi, come si va a le feste solenni, per veder le maraviglie di Lionardo, che fecero stupire tutto quel popolo”

    Mentre esco dalla Piramide di Ming Pei, giungo alla conclusione che Leonardo era già un grande artista concettuale. L’idea e l’innovazione sono il cruccio del maestro, la realizzazione e la riproduzione quello degli allievi.

    Mi passano davanti agli occhi i wall drawings di Sol LeWitt, eseguiti da squadre di suoi aiutanti, e riconsidero il suo gusto per la serialità, la negazione del valore della mano singola dell’artista, l’esaltazione del concetto che sta dietro l’opera e l’oltrepassa. Visualizzo la Factory di Warhol e l’instancabile ricerca che vi condusse sulla frontiera che separa un originale dalla sua copia.

    Immagino come, nei tre atelier londinesi, i cento operai di Damien Hirst assicurino la continuità dei suoi teschi e delle sue farfalle e la moltiplicazione degli spins e degli spots. Ripenso a Jeff Koons che svela di non realizzare personalmente nessuna delle sue opere. Da imprenditore dell’arte come merchandising si affida alle competenze di collaboratori iperspecializzati per sfornare opere volte a conciliare l’artigianato, l’high-tech, l’oggetto d’arte e il prodotto di consumazione.

    Ne deduco che oggi parlare di “copia” è obsoleto. Meglio dire “imitazione creativa”. Anche “produzione in serie” è superato, gli esperti preferiscono gli “esemplari multipli”.

    Ci s’interroga sull’utilità e la funzionalità della creazione artistica, si mette in discussione la feticizzazione dell’opera unica firmata e si auspica la democratizzazione dell’arte.

    Tutta colpa/merito di Duchamp e del ready-made? Mah… Forse l’aveva vista giusta Gauguin: “L’arte è o plagio o rivoluzione”. E magari dovremmo tutti investire nell’acquisto di verbali di riunioni di condominio, uno dei pochi atti per i quali la legge richiede la stesura di manoscritti originali da parte di ormai rari amanuensi.


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