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Storie magazine

3/2012 | COPIONI E COPISTI

ARTE

Gli autoritratti di Rembrandt

    È il 1609, l’Olanda è di fatto indipendente dalla
    Spagna cattolica. Tre anni prima, a Leida, nasce
    Harmenszoon van Rijn Rembrandt. Il pittore
    rappresenta la sua epoca in una serie
    infinita
    di autoritratti. E consegna all’uomo
    moderno
    una nuova coscienza di sé.


    (Fabio Insenga) – Il 28 settembre 1583 Domenico Scandella, detto Menocchio, viene denunciato al Sant’uffizio per eresia. Fa il mugnaio a Montereale, un paese fra le colline friulane, venticinque chilometri a nord di Pordenone. Menocchio divide le sue giornate fra il lavoro duro al mulino e la sua passione per i libri. Occupazione insolita per i membri delle comunità di collina alla fine del Seicento. Legge di tutto e si ostina a inseguire verità pericolose. Non solo farfuglia all’osteria complicate teorie sui preti, ma addirittura vaneggia una cosmogonia tutta sua. Nelle sue parole le ragioni di una condanna che lo spinge sul rogo nella primavera del 1601: “Io ho detto che tutto era caos (…) cioè terra, aere, acqua et foco insieme; et quel volume, andando così fece una massa, aponto come si fa il formazo nel latte, et in quel deventorno vermi, et quelli furno li angeli…”. [1] Appena un anno prima, si conclude il processo a Giordano Bruno: la Chiesa stringe, dall’alto e dal basso, il cerchio dell’Inquisizione. Difende la sua stessa identità: Dio al centro dell’universo, con l’uomo sottomesso alla volontà divina e alle gerarchie ecclesiastiche. La tensione della Chiesa controriformista lascia trapelare il timore di spinte sovversive che possono minare lo stato delle cose. Ogni segnale, ogni parola o pagina scritta fuori posto, innesca il sospetto.

    rembrandt-autoritratto

    “Quello che spinge Rembrandt a studiare nei particolari ogni tratto e ogni diversa espressione del proprio volto è la volontà di scoprire se stesso. Come individuo che fa della propria vita il soggetto e l’oggetto dell’arte”

    In questi stessi anni opera a Leida, nei Paesi Bassi, un altro mugnaio, il padre di Harmenszoon van Rijn Rembrandt (Leida 1606 – Amsterdam 1669). La sua vita, le sue abitudini sono molto più distanti dei duemila chilometri di terra che lo separano da Menocchio. L’Olanda, una delle sette province che ottengono di fatto l’indipendenza dalla Spagna nel 1609, è un laboratorio culturale e sociale in continua attività. L’ascesa della borghesia e lo sviluppo di un capitalismo embrionale aprono le porte a un più diffuso e consapevole senso della modernità. Un’eccezione nel quadro dell’assolutismo europeo, ben più incline alle chiusure conservatrici e alla spietata repressione religiosa. Quello olandese, invece, è un terreno che lascia ampia libertà d’azione e consente una grande fioritura intellettuale.

    Il mugnaio olandese lavora per tutto il giorno, poi verso sera torna a Leida a gestire le rendite del suo mulino. Nella piazza principale, intorno ai banchi del mercato si muove una folla affannata a scambiare merce e a investire denaro. Uomini che discutono, si agitano e si accapigliano valutando i margini di un’operazione o la consistenza di un profitto. L’uomo medio olandese si muove con disinvoltura in città. Istruito e intraprendente, apre botteghe, si dedica agli studi, intavola complicate speculazioni finanziarie e si appassiona alla polemica politica. E nel frattempo contribuisce a far circolare nuove idee, alimentando una cultura effervescente.

    Anche il mugnaio partecipa alla vita pulsante di una città che non conosce discriminazioni di classe, né tanto meno di religione, secondo la piega che il calvinismo prende da queste parti. Spesso porta con sé suo figlio, che impara a comprendere una realtà che lo vede affascinato osservatore fin da quando è piccolissimo. Per le strade di Leida, fra la bottega del maniscalco e il laboratorio del fabbro, passando per i vicoli della città alta.

    Il giovane Rembrandt non segue le orme del padre, ma intraprende gli studi e non trascura la sua precocissima passione per l’arte, percorrendo la strada che lo porta a mettere insieme una produzione eccezionale per numero e per qualità dei dipinti. Le sue opere sono la voce di un’epoca rivoluzionaria. Lo spirito della società olandese si traduce nell’arte e nella letteratura in una sempre più convinta riscoperta dell’individuo. È l’uomo a posizionarsi al centro dell’universo, a rivendicare la facoltà di indirizzare e gestire il proprio destino. Quello che l’attenta politica ecclesiastica tenta di impedire con ogni mezzo nei paesi cattolici diventa realtà in Olanda.

    L’autobiografismo ispira i letterati e spinge i pittori a riconsiderare l’oggetto della propria arte. Si diffonde l’abitudine di ritrarre se stessi, in una celebrazione dell’artista che assume rilevanza sempre maggiore.

    Rembrandt si spinge oltre, la sua infinita serie di autoritratti partecipa ad una sperimentazione avvincente e controversa. Il pittore olandese dipinge se stesso più di settantacinque volte in oltre quarant’anni, all’incirca fra il 1627 e il 1669. E lo fa in maniera sempre diversa e senza rispettare i canoni abituali dell’arte borghese. Gli altri artisti lavorano su commissione per soddisfare il desiderio di mecenati e monarchi. Si ritraggono come eleganti gentiluomini, adornati con collane d’oro e in atteggiamenti principeschi. Come fa Rubens, quando confeziona un autoritratto per Carlo I d’Inghilterra. Rembrandt, invece, non accetta commissioni e attribuisce a se stesso un’infinità di ruoli: mendicante, santo, cortigiano rinascimentale, artista. Secondo un realismo che vuole sottrarsi all’icona del pittore di corte, virtuoso, nobiluomo, diplomatico e cavaliere. Carlo I per avere un autoritratto di Rembrandt è costretto a comprarlo, così come fanno il commerciante d’arte Johannes de Renialme e Cosimo de’ Medici.

    Lo spirito della società olandese si traduce nell’arte e nella letteratura in una sempre più convinta riscoperta dell’individuo

    Quello che spinge Rembrandt a studiare nei particolari ogni tratto e ogni diversa espressione del proprio volto è la volontà di scoprire se stesso. Come individuo che fa della propria vita il soggetto e l’oggetto dell’arte. Il suo è un individualismo che rappresenta l’età in cui vive e le aspirazioni dell’uomo che si scrolla di dosso il giogo di una divinità soffocante. L’uomo si rivolge verso la propria interiorità per trovare delle risposte, assecondando la fede crescente nella ragione. Si tratta di un percorso che si scompone e ricompone nel corso della storia, ricongiungendo momenti lontani nel tempo. Gli autoritratti di Rembrandt, insieme alle “Confessioni” di Sant’Agostino e ai testi di Rousseau, scrivono il manifesto dell’uomo moderno.

    La scoperta dell’individuo
    Fra il 1627 e il 1631 Rembrandt dipinge il suo volto più di venti volte. Lavora ai suoi tratti somatici perfezionandone le espressioni e focalizzando la propria attenzione sullo studio delle forme. Non è interessato a riprodurre fedelmente la somiglianza e non si preoccupa della sua immagine pubblica. È una fase di contestualizzazione e progettazione. Rembrandt ha bisogno di studiare se stesso perché deve rendere concrete le emozioni, indispensabili per il suo ruolo di pittore della storia. Sperimenta nuove formule per rappresentare emozioni specifiche. In “Autoritratto con il berretto, ridendo, 1630”: per descrivere la spensieratezza utilizza gli occhi semichiusi, una risata allegra, con la bocca parzialmente aperta. In “Autoritratto proteso in avanti”: è proteso in avanti, appunto, con le spalle incurvate, per l’effetto di vedersi in uno specchio. Intento a rappresentare la profondità dello stato d’animo più che la semplice somiglianza, presta poca attenzione al suo corpo, disegnandolo sommariamente. Questo modo spontaneo di dipingere privilegia gli umori e gli stati d’animo a spese dei dettagli descrittivi. Pennellate libere e abbozzate creano un’atmosfera uniforme. Limitando la gamma di colori alle tonalità del grigio, del marrone e del giallo, ravvivate solo da tocchi di rosa, focalizza la sua attenzione interamente sui giochi di luce e ombra.

    rembrandt-autoritratto-con-berretto-di-velluto-e-giacca-con-pelliccia-1634

    “Rembrandt, autoritratto con berretto di velluto e giacca con pelliccia”, 1634

    L’individuo assume diverse identità
    Intorno al 1629 Rembrandt inizia a fornire ai suoi autoritratti identità sempre differenti e sempre più particolareggiate. I corpi  si vestono di indumenti e il pittore appare in ruoli disparati: mendicante, cortigiano rinascimentale, signore orientale, funzionario pubblico e, più tardi, nei panni di San Paolo e dell’antico pittore Zeuxis. Nel 1631 Rembrandt lascia Leida per Amsterdam. È un trasferimento che va molto oltre lo spostamento fisico. In questo periodo oltrepassa la tradizionale impostazione dell’autoritratto e modella una maschera che prescinde dalle nobili origini ma rappresenta la libertà del suo potere artistico. In “Autoritratto come un ufficiale, 1636”: Rembrandt si ritrae in atteggiamento marziale. Oltre al collare d’acciaio e alla sciarpa indossa anche una bandoliera e un cappello piumato dello stesso tipo di quelli adottati dai soldati. La sua posa attiva – sembra che abbia appena girato la testa verso l’osservatore – rinforza la sgargiante apparenza del costume.

    La trasformazione dell’ideale virtuoso
    Il trasferimento ad Amsterdam stimola in Rembrandt la necessità di ridefinire la sua identità professionale. L’autobiografismo si accentua nei periodi di crisi storica e personale e il cambiamento di ambiente è un trauma non trascurabile. Arriva ad Amsterdam preceduto da una fama già consolidata che preannuncia nuovi successi e guadagni facili. Nel 1634 sposa Saskia, la cugina del suo socio e commerciante d’arte Uylenburgh. Un altro cambiamento che lo spinge a meditare la propria collocazione sociale e artistica. In “Autoritratto all’età di 34 anni, 1640”: Rembrandt fa chiaramente riferimento a Tiziano. Il suo soggetto aggiunge dignità alla posa appoggiandosi a una sponda, riprendendo il motivo dell’Ariosto, in cui la figura si sporge in avanti. Anche lo stile si rifà alla luminosità delle opere del pittore italiano, mettendo particolarmente in risalto i lineamenti del viso rispetto al resto dell’immagine. Il riferimento ai pittori italiani sancisce il distacco dalla precedente formulazione dell’ideale virtuoso. L’artista gentiluomo è collocato definitivamente nel passato. Rembrandt sale un altro gradino nella creazione della sua auto-immagine. Raffaello e Tiziano sono giganti di un altro tempo, il ruolo dell’artista virtuoso appartiene all’immaginazione, non alla realtà a lui contemporanea.

    L’artista nello studio
    Fra il 1640 e il 1650 Rembrandt dipinge molti meno autoritratti che nei periodi precedenti. Nel 1648 torna a ritrarre se stesso con “Autoritratto dipingendo alla finestra”. È un’immagine radicalmente rivista, che lo rappresenta nello studio in abiti da lavoro. È l’immagine che maggiormente sfrutta negli autoritratti dell’età matura. Rembrandt esplora la sua professionalità, ponendo le basi per un approccio più indipendente all’autoritratto. In un lavoro del 1652 si ritrae con un grembiule da pittore marrone, tenuto da una corda a fare da cinta, indossato su una maglia nera e una camicia bianca senza collo. In testa il classico berretto nero del pittore. L’abbigliamento dimesso, le mani in ombra e la tonalità scura del dipinto focalizzano l’attenzione sul volto e sull’autorità dello sguardo fisso. L’ultimo autoritratto nel ruolo di pittore è ironico e sarcastico: “Autoritratto, ridendo”. Sogghignando, con la bocca leggermente aperta, è girato verso l’osservatore. Presenta se stesso come l’antico pittore Zeuxis e ride di fronte alla propria mortalità. Negli ultimi anni della sua vita trova un’altra formidabile sfida nel confronto con la morte. Da giovane Rembrandt ha pagato qualche pedaggio alla vanità dell’arte a lui contemporanea, con la vecchiaia la vicinanza della morte gli dà nuovi significati da approfondire. Guardandosi allo specchio e vedendosi consumato e intristito, sceglie di ridersi addosso. La faccia a cui ride, quella della morte, è il suo stesso volto.

    I ruoli biblici
    Per tre volte Rembrandt si ritrae in ruoli che appartengono alla tradizione biblica. Lo fa in momenti diversi della sua storia personale e artistica. In “Ascesa della croce”, nei panni di un seguace che aiuta a portare la croce; in “Autoritratto con Saskia, 1636” è il figliol prodigo in una taverna; in “Autoritratto come l’apostolo Paolo” del 1661. Rembrandt è un profondo conoscitore della Bibbia e il suo coinvolgimento religioso è lo stesso che spinge ogni protestante a sottoporsi a un profondo esame critico. Questa è un’ulteriore spinta all’autobiografismo, che rappresenta nell’arte figurativa, così come nella letteratura, lo strumento per confrontarsi con la propria individualità. L’uomo moderno guarda alla propria interiorità, sfugge alla soggezione nei confronti della divinità e assume sempre maggiore consapevolezza di se stesso.


    Note
    [1] Carlo Ginzburg “Il formaggio e i vermi”, Cesare Garboli Editore 1976

    Bibliografia
    S. Shama, “Rembrandt’s Eyes”, Knopf 1999
    E. Van de Wetering, “Rembrandt: The Painter at Work”, University of California Press 1999
    R. Brilliant, “Portraiture”, Harvard University Press 1991
    H. Perry Chapman, “Rembrandt’s Self Portraits”, Princeton University 1990
    G. Schwartz, “Rembrandt: His Life, His Paintings”, Viking Adult1985
    H. Perry Chapman, “Roles and Guises in Rembrandt’s Self Portraits”, Princeton University 1983
    M. Ainsworth, E. Haverkamp-Begemann, “Art and Autoradiography: Insights Into the Genesis of Paintings by Rembrandt, Van Dick and Vermeer”, Metropolitan Museum of Art 1982
    K. Clark, “Rembrandt and the Italian Renaissance”, NY University Press 1966
    J. A. Emmens, “Rembrandt en de regels van de kunst”, Utrecht 1968
    Margaret Bottrall, “Every Man a Phoenix: Studies in Seventeenth Century Autobiography”, Murray 1958


    “Gli autoritratti di Rembrandt” è tratto da Storie 39/2000 – Mi sono dettostorie39


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