rivista internazionale di cultura

Storie magazine

3/2012 | COPIONI E COPISTI

LETTERATURA

García Márquez ha copiato García Márquez?

    (Barbara Pezzopane) – La storia, in sintesi, è che anche lui riciclava. Gabriel García Márquez l’ha fatto almeno una volta, come ogni onesto redattore, per riempire un buco nel timone di un giornale, perché il tempo stringe e la pagina va chiusa a tutti i costi e allora dàgli, allunga il brodo, scorri i cablogrammi, vedi se c’è qualche notizia che può essere gonfiata, trova qualcosa, semmai riscrivi il già scritto, presto, su su. È volgare? Eccome! È volgare, il mestiere cartaceo, per esempio quando si deve metter mano alle cesoie per sfoltire incisi e altri presumibili esuberi d’inchiostro, proprio e non. Dài che siamo lunghi, siamo corti. Fermi tutti: raccontiamola senza tanti fronzoli, la storia di Marquez quando quella volta copiò se stesso in un modo così sublime da trasformare un suo pezzo umoristico sull’amore in un poema in prosa sulla morte che recitato a voce alta farebbe scendere i brividi lungo la spina dorsale persino a un sordo.

    marquez giornalista

     1948: il giovane Gabo “periodista”

    Poco più che ventenne, Gabriel comincia la sua carriera giornalistica a Cartagena, presso El Universal, quotidiano liberale fondato da nemmeno due mesi. L’anno è il 1948, il mese maggio. Il suo ingresso nelle pagine culturali è salutato dal caporedattore con spargimento di sentite lusinghe scritte tramite le quali si annuncia ai lettori la venuta di questo promettente talento letterario, i cui racconti sono stati già pubblicati su El Espectador di Bogotà.

    A El Universal, il giovane Marquez rimarrà per una ventina di mesi fra il ’48 e il ’49, scrivendo trentotto brevi pezzi firmati per intero o siglati G.G.M. nella sua rubrica “Punto y aparte”. Uno di questi, datato 4 luglio 1948, è una struggente, iterata serie di pennellate sull’amore e la caducità (amorosa e umana), ispirato come molti di quel primo periodo dall’influenza formale del “piedracelismo”:

    E pensare che tutto questo sarà un giorno abitato dalla morte. Che questa calda opulenza della tua pelle, che sale lungo il mio tatto fino all’abisso della mia irrequietezza, dovrà un giorno schiantarsi sul suo stesso silenzio desolato. Che quest’ordine di cose naturali, che fanno di te e di me e dell’acqua e degli uccelli chiari volumi per la vendemmia dei sensi, sprofonderà una sera nella nebbia di lontane contrade. Che questo tremito di voci interiori che sale lungo il tuo sangue, che si annida nel tuo ventre come un figlio, quando ti parlo di cose semplici, elementari, come queste cose terribili di cui sto parlando, dovrà essere un giorno trasferito in un altro corpo, quando i nostri conosceranno il peso delle pietre, e tuttavia l’amore continuerà a essere vero. Che questo dolore di stare dentro di te, e lontano dalla mia stessa sostanza, troverà un giorno il suo rimedio definitivo. [1]

    E avanti così per un paio di cartelle in prosa celestiale, salvo poi dare una bella svegliata al lettore con una conclusione caustica e autoironica, una scintilla satirica che fa riavvolgere il nastro della scrittura per poi ripercorrerlo mentalmente con nuova consapevolezza data dalla scoperta che l’amore…:

    …è una malattia del fegato contagiosa quanto il suicidio, che è una delle sue complicazioni mortali (…) Ma il pericolo maggiore della malattia amorosa è quanto ha di teatrale (…) Appena si presentano i primi sintomi, il paziente diventa impaziente, elabora argomenti, monta il suo apparato scenografico con il più complesso sistema di addobbi sospiranti, di suggeritori letterari, di sipari decorati con pennellate di lirica timidezza (…) Di qui se le maggiori opere della letteratura universale non hanno altro fine che localizzare la vulnerabilità epatica del lettore. [2]

    jacques gilard

    Secondo il latinoamericanista francese Jacques Gilard, l’intensa attività  di García Márquez a El Heraldo spiega come mai riprendesse spesso testi già apparsi sul El Universal di Cartagena, o ricorresse ad appunti personali e persino alle sue carte segrete di scrittore

    Tempo più tardi, il 25 gennaio del 1950, nel suo pellegrinaggio imberbe attraverso varie redazioni colombiane Gabito debutta come collaboratore regolare di El Heraldo, a Barranquilla. Con lo pseudonimo Septimus firmerà la serie di quattrocento puntate della rubrica “La Jirafa”. Lasciamo alla puntualissima introduzione di Jacques Gilard agli “Scritti costieri 1948-1952” il compito della cronologia e dell’analisi intestina di questi anni marqueziani densi di fervore giornalistico. Rileviamo giusto un’osservazione che attiene al periodo di El Heraldo utile per dar ragione del ritrovamento in cui ci siamo imbattuti leggendo il García Márquez di Cartagena “plagiato” da quello di Barranquilla. Intuisce Gilard:

    …che una così intensa attività non doveva essere molto propizia per una serena redazione della rubrica umoristica [La Jirafa, ndr], ed è chiaro che più di una volta García Márquez deve aver cercato disperatamente un argomento (al punto da scrivere sulla mancanza di argomenti), il che spiega come mai riprendesse spesso testi già apparsi sul El Universal di Cartagena, o ricorresse ad appunti personali e persino alle sue carte segrete di scrittore. [3]

    Ma veniamo alla ‘giraffa’ incriminata che si intitola “Per la morte di Albañina” ed è del 16 febbraio 1950. Un necrologio lungo neanche la metà del pezzo scritto un anno e mezzo prima su El Universal. La condensazione, come spesso succede, distilla il più alto afflato di quell’originario sentimento capace di corteggiare lo stucchevole senza finirci dentro, ci mostra Márquez nei panni di spietato editor di se stesso, mentre taglia, rifinisce, rinuncia, rideclina tutto quanto ha già dispiegato nel pezzo apparso su un altro giornale e con ben altro taglio, precisando la sua invocazione:

    E pensare che tutto – Albañina – sarà un giorno abitato dalla morte. Che questa calda opulenza della tua pelle, che fa scendere il tatto fino all’abisso dell’inquietudine, viene sospinta ogni giorno, ogni ora, verso la nebbia di ignote contrade. Che quest’ordine di cose naturali che fa di te e dell’aria e dell’acqua e degli uccelli, chiari volumi per la vendemmia dei sensi, è materia pronta per la prigionia della cenere e sostanza dal sapore gradito al palato della terra. [4]

    Il filologo troverebbe pane per i suoi denti proseguendo nella lettura. Invece, dimenticando copie e riproduzioni, come pure le sagaci vette parodistiche di Septimus, dopo qualche paragrafo dal tenore crescente ci troviamo con il fiato in gola, disperati – noi, non il filologo – per la morte dell’ignota Albañina alla quale quasi a nostra insaputa ci sentiamo d’un tratto sconfinatamente vicini:

    Quando questo accadrà – Albanina –, noi tutti sapremo che la morte ha cominciato ad abitare la tua bellezza, e che ha preso per sempre un’altra direzione la rotta meravigliata delle tue ossa. [5]

     

    marquez-escalona

    ► Rafael Escalona (a sinistra) con García Márquez

    POST SCRIPTUM.
    A proposito di plagi, il caso vuole che negli “Scritti costieri” sia contenuto un pezzo intitolato “Un plagio contro Escalona”. Si tratta di Rafael Escalona, uno dei grandi maestri compositori di musica vallenata che sappiamo esser stato amico dello scrittore colombiano (anche se probabilmente non ancora, all’epoca). Ebbene, qui si racconta della particolare filosofia che contraddistingue l’artista in questione, cioè quella di “mettere in musica i problemi”. García Márquez prima ci informa che El Testamento, una delle canzoni di Escalona, “è stata incisa senza il suo permesso”. Quindi commenta il fatto restituendoci parola per parola il senso intimo della contraffazione artistica, del tipo di ruberia che tale operazione rappresenta talvolta. Ci chiediamo soltanto se qualcuno abbia saputo mai spiegarlo meglio di così…

    Quando a Escalona viene contestata la paternità di una canzone, si abusa di una cosa che va oltre i semplici diritti d’autore. È quasi un’intromissione nella sua vita privata. Nel caso particolare di El Testamento, chi pretende di figurare come autore sta usurpando a Escalona quel personale e intrasferibile stato d’animo che gli suscitò in una lontana notte della sua provincia natale, la notizia che il giorno dopo sarebbero finite le sue vacanze. Rafael fece allora quello che avrebbe fatto qualsiasi innamorato: scrisse un commiato per la sua fidanzata. E questa lettera d’amore, scritta con parole di stupenda semplicità, di diafana poesia, è quanto si conosce musicalmente con il titolo El Testamento. Che tutti cantino le nostre lettere d’amore, è cosa non solo scusabile, ma anche lusinghiera. Ma che dalla sera alla mattina salti fuori qualcuno che non solo non si accontenta di cantarle, ma che addirittura le firma e le spedisce come se fossero sue, allora il problema non è da mettere in musica, ma da portare in tribunale, affinché la giustizia suoni all’autore dell’abuso la musica che gli spetta. [6]


    Note
    [1] Gabriel García Márquez, “Scritti costieri 1948-1952”, Mondadori 1997, p. 102
    [2] Ibidem, p. 104
    [3] Ib., p. 23
    [4] Ib., p. 158
    [5] Ib., p. 159
    [6] Ib., p. 517


    A FUOCO | l'eccezione

    Storie online: cultura dall'Italia e dal mondo. Ogni giorno

    error: