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Storie magazine

3/2012 | COPIONI E COPISTI

MUSICA

Francesco De Gregori ha copiato “Zingara”?

    (Valentina Natale) – Se c’è un campo in cui la nozione di plagio (riproduzione totale o parziale, da parte di un autore che fa passare per propria un’opera frutto del lavoro altrui) regna sovrana è sicuramente quello musicale: tenere il conto del gran numero di casi accertati, denunciati, dichiarati o solo presunti potrebbe conciliare il sonno anche alle menti più instancabili e operose. Motivetti famosi dalla melodia incredibilmente simile ad altri già sentiti e mandati a memoria, coincidenze che a volte si rivelano molto poco casuali. Certo, perché un plagio sia ufficialmente riconosciuto come tale i sospetti non bastano, ci vogliono prove. E la legge italiana in proposito latita, non fornendo regole precise: altri stati pongono come condizione fondamentale l’uguaglianza di quattro o otto battute tra i due pezzi incriminati, nel nostro paese invece si preferisce esaminare separatamente ogni controversia. La melodia e l’arrangiamento devono presentare chiari e inequivocabili segni di uguaglianza e più importanza viene attribuita anche al lato emotivo: l’opera “copiata” deve infatti suscitare nell’ascoltatore sentimenti simili o affini all’originale, per essere dichiarata plagio. Un’interpretazione che ha aperto il campo a una lunga serie di congetture e ipotesi alternative, chiamando in causa anche i concetti di “somiglianza” (due pezzi accomunabili per andamento ma indipendenti e estranei uno all’altro), “elaborazione” (quando una canzone viene deliberatamente modificata con scopi artistici, i campionamenti nell’hip hop ad esempio) o “variazione” (l’improvvisare a partire da un motivo base, tipico della musica classica). Anche perché, a detta degli esperti, essendo le note sul pentagramma un numero limitato è ovvio che prima o poi si ripropongano le stesse combinazioni. Il maestro Ennio Morricone, uno dei più ferrati e consultati in materia, ha espresso in diverse occasioni la sua (piuttosto pragmatica e onesta) posizione in merito: per comporre in modo originale, bisognerebbe uscire dal campo del già sentito, ma la musica leggera o popolare che dir si voglia invece si basa proprio sul reiterare qualcosa di noto modificandolo a sufficienza da suonare fresco, ma non rivoluzionario. Chi si occupa di musica dovrebbe accettare l’idea che ciò che fa possa venir ripreso da altri come uno dei rischi del mestiere quindi, e (sempre secondo Morricone) smettere di “disturbare i giudici” intentando cause per plagi indimostrabili. Peccato che pochi autori sembrino pensarla come lui, preferendo invece ricorrere al tribunale per risolvere anche il minimo dubbio.

    Una gran confusione insomma, che ha spesso portato alla nascita di situazioni al limite del grottesco. Sì, perché oltre al plagio musicale esistono anche cause per plagio del testo di una canzone (o di una sua parte). Le “lyrics” godono infatti dello stesso genere di protezione riservata al loro accompagnamento, e non possono essere plagiate ma solo “citate” in pezzi altrui. Sulla differenza tra plagio e citazione si è discusso a lungo, fin da tempi non sospetti. Il primo caso di questo tipo risale al 1951: il paroliere Ornella Ferrari (in arte Biri) avrebbe inserito parte di una poesia di Guido Gozzano (“L’amica di nonna Speranza”, tratta dai “Colloqui”) nella canzone “La luna si veste d’argento”, arrivata terza al Festival di Sanremo di quell’anno e cantata dalla coppia Nilla Pizzi-Achille Togliani. Plagio o arguta citazione letteraria? La prima ipotesi, fu stabilito all’epoca. Certo le cause intentate per plagio di un testo sono molto minori rispetto a quelle relative alle sette note, ma esistono e più di quanto non si creda. Spesso a finire sul banco degli imputati sono state fedifraghe aziende, ree di aver usato versi tratti da canzoni famose per reclamizzare i loro prodotti (violando quindi il copyright). Tra le dispute più feroci: una casa automobilistica che cercava aumentare le vendite ricorrendo a Battisti-Mogol (coppia tra le più saccheggiate, tanto che Mogol ha ormai alzato bandiera bianca rassegnandosi mestamente a non denunciare chiunque provi a utilizzare indebitamente una delle sue creazioni); un pub chiamato come una canzoncina di Morandi.

    Il caso principe in materia, però, è quello che ha visto coinvolti Francesco De Gregori e Iva Zanicchi. Il primo è stato portato davanti al giudice con l’accusa di essersi appropriato del ritornello della canzone “Zingara”, usandolo poi nella sua eloquente “Prendi questa mano, zingara” pubblicata nell’album “Prendere e lasciare” (anno di grazia 1996). A intentare la causa gli autori, Albertelli e Riccardi, insieme alla BMG Ricordi (per cui il brano vincitore a Sanremo nel ’69 era uscito, e anche ex casa discografica di De Gregori). Dopo lunghe discussioni il verdetto è stato, piuttosto sorprendentemente, di condanna: il tribunale di Roma ha ritenuto De Gregori colpevole di plagio, obbligandolo a pagare le spese processuali, i danni morali, e stabilendo inoltre che se avesse voluto continuare a suonare la canzone dal vivo, avrebbe dovuto modificare i versi incriminati o ometterli del tutto. Una decisione a cui il cantante si è ovviamente ribellato, commentando furioso: “Immagino (…) che siano fieri di questo loro successo che mi impedisce per ora di cantare una mia canzone. Mi sembra una decisione incredibile contro la quale presenterò immediatamente appello anche nell’interesse di tutti coloro che scrivono canzoni al giorno d’oggi”. A dare man forte alla sua battaglia è intervenuta, altrettanto sorprendentemente, proprio la Zanicchi: mettendo da parte le numerose differenze che li separano (lui uomo, lei donna; lui paladino della sinistra, lei aquila della destra e via discorrendo) ha dichiarato piccata di non essere assolutamente d’accordo con l’iniziativa di Albertelli e Riccardi. Considerava quel titolo, quelle parole, un sentito omaggio al pezzo da lei portato al successo, ormai diventato un evergreen: per nulla offesa, anzi onorata di essere finita in un pezzo del poeta De Gregori, e pienamente solidale con lui.

    Vista la lunghezza elefantiaca tipica dei processi italici, sono passati anni prima che si arrivasse a un giudizio definitivo. Solo nel 2007 il Francesco nazionale ha potuto cantare vittoria (è proprio il caso di dirlo), quando la giuria d’appello l’ha prosciolto da ogni accusa: non plagio, ma una ben più banale (e corretta) citazione. Non copione né copista quindi, ma (per brevità) semplice artista.


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