rivista internazionale di cultura

Storie magazine

3/2012 | COPIONI E COPISTI

ARTE

Appropriation art: Patrick Cariou vs. Richard Prince

    In termini artistici, l’appropriazione consiste nell’incorporare,
    mantenendoli riconoscibili, oggetti o immagini preesistenti in
    una nuova opera. Lo facevano già Picasso o Braque inserendo
    ritagli di giornale nei loro collage, ma fu Duchamp a consacrare
    questa pratica con i ready-made, aprendo la strada alle “repliche”
    dei surrealisti, della pop-art e poi di cultori del citazionismo come
    Sherrie Levine e Jeff Koons che con le loro opere si sono esposti
    più di una volta ad accuse di violazione di copyright e plagio.
    La querelle tra Richard Prince e Patrick Cariou in occasione
    della mostra del primo alla Gagosian Gallery di New York (era
    il 2007), è dunque solo uno di una lunga serie di casi che,
    dibattendo su quale sia il limite del diritto d’autore nell’arte,
    non fanno che interrogarsi sulla natura stessa dell’arte.


    (Valentina Natale) – In principio fu Andy Warhol, che pensò di utilizzare lattine della nota zuppa Campbell come soggetto di una serie di quadri. Chissà se lo immaginava, che quell’idea rivoluzionaria avrebbe fatto proseliti e che decenni dopo suoi nipoti e pronipoti putativi (Jeff Koons in testa) ci avrebbero costruito sopra un vero e proprio filone. Fenomeno ormai dilagante, quello della “appropriation art”: rielaborare pubblicità, oggetti, immagini o intere opere create da altri aggiungendo un piccolo tocco personale, inglobando o modificando l’originale in base al proprio gusto, alla necessità, all’esigenza del momento. Un modo indubbiamente controverso di intendere l’arte, che concede all’autore massima libertà esponendolo però spesso ad accuse di violazione del copyright o plagio. Per regolarizzare (almeno in parte) la situazione e evitare gli abusi, negli Stati Uniti è stata introdotta la dottrina del cosiddetto “fair use”, che stabilisce che le opere protette da copyright possano venire rielaborate a piacimento purché il risultato finale della trasformazione rappresenti una nuova opera, diversa e con una propria identità ben definita, in grado di arricchire culturalmente la società.

    art-rogers-jeff-koons

    Sopra, la scultura “String of Puppies” (1988) di Jeff Koons e, sotto, la fotografia di Art Rogers (“Puppies” 1980) a cui l’artista si è ispirato o, meglio, che ha replicato, visto che a Koons non fu riconosciuto il “fair use” dell’opera di Rogers, ossia l’utilizzo “parodistico” dello scatto

    Spetta al giudice dirimere eventuali controversie e nel corso degli anni sono stati molti gli artisti finiti in tribunale, obbligati a difendersi dall’infamante accusa di essersi limitati a “copiare” lavori altrui, apportando modifiche così infinitesimali da risultare insignificanti o trascurabili. Primo tra tutti il Jeff Koons di cui sopra, condannato per aver usato senza permesso l’immagine di una coppia con le braccia cariche di cuccioli, tratta da una cartolina in bianco e nero del fotografo Art Rogers, come base per creare la celebre scultura String of Puppies. Era il 1989, e da quel momento in poi il numero di casi non ha fatto che aumentare. La querelle tra Prince e Cariou è solo l’ultima di una lunga serie, quindi.

    Richard Prince non è certo un nuovo arrivato nel mondo dell’arte: conosciutissimo fotografo e pittore, si è da tempo specializzato nel campo dell’appropriation art diventandone in fretta uno dei massimi rappresentanti, esposto in tutto il mondo, molto quotato e ricercato dai collezionisti. La mostra del 2007, intitolata “Canal Zone” e ospitata dalla prestigiosa Gagosian Gallery di New York, doveva essere un’ulteriore conferma del suo status ma le cose sono andate diversamente. Grande successo di critica e pubblico, pezzi venduti a cifre astronomiche (in totale dieci milioni di dollari), ma molte delle opere presentate erano state concepite prendendo come base di partenza immagini tratte da un libro del collega francese Patrick Cariou, “Yes Rasta”, uscito nel 2000: testimonianza di prima mano di un viaggio lungo sei anni nei posti più poveri e sperduti della Jamaica. Prince le aveva rielaborate aggiungendo alcuni artifici grafici, attraverso il collage e numerose altre tecniche. Gli originali però erano stati usati nella loro interezza senza chiedere conto all’autore (cosa che invece andava fatta, visto che le modifiche non erano state svolte per motivi accademici e l’artista statunitense ne aveva tratto un profitto) rimanendo chiaramente riconoscibili e identificabili. Cariou, per nulla contento del fatto, ha sporto denuncia per violazione del copyright. La sentenza di primo grado, se confermata in appello rischia di mettere i bastoni tra le ruote a molti appropriation artist.

    cariou-prince

    “Le venticinque opere d’arte di Prince mostrano un’estetica completamente diversa dalle foto di Cariou”. Con questa motivazione, sostanzialmente, la Corte d’Appello di New York ha ribaltato la sentenza di primo grado stabilendo che Richard Prince non ha violato il copyright incorporando nei suoi dipinti e collage alcuni scatti del fotografo Patrick Cariou

    Prince è stato infatti condannato, nonostante il sostegno della potente comunità di artisti newyorkesi e di numerose gallerie. Il giudice Deborah Batts non ha infatti ritenuto che i lavori di “Canal Zone” costituissero una trasformazione rilevante dei ritratti del fotografo francese, considerandole invece semplici opere derivate non protette dalla dottrina del “fair use”. Ha inoltre evidenziato come Cariou abbia subito un ingente danno, morale ed economico, dalla vicenda: ogni suo tentativo di esporre le foto tratte dal libro è andato in fumo, nessuna galleria d’arte era infatti interessata a entrare in concorrenza con la mostra esposta alla Gagosian, presentando opere così simili tra loro. A nulla è servita la difesa di Prince, incentrata sul fatto di aver inserito nelle immagini alcuni oggetti (strumenti musicali in particolare) ispirandosi a grandi nomi come De Kooning: i quadri sono stati sequestrati. Spetta alla parte lesa (Cariou quindi) deciderne il destino, può scegliere di distruggerli, oppure venderli (come pare voler fare) a patto di notificare per iscritto ai compratori che l’opera di cui entreranno in possesso costituisce una violazione del copyright e non può essere legalmente esposta in pubblico. La stessa comunicazione deve essere inviata a coloro che hanno acquistato una delle opere prima della sentenza (molti collezionisti però hanno dichiarato di non essere per nulla preoccupati, anzi di considerare il quadro in loro possesso un investimento proprio perché oggetto di un caso mediatico).

    Una bella batosta per Richard Prince e l’intera Gagosian Gallery (che ha cercato, senza riuscirci, di migliorare la propria posizione dichiarando di non aver alcun controllo sul processo creativo dell’artista), che vedono andare in fumo guadagni milionari, ma anche un monito per tutto il mondo dell’arte che, nell’epoca digitale del copia e incolla costante, ancora una volta viene spinto a interrogarsi sulle mille difficoltà di regolamentare l’utilizzo delle opere visuali. Anche se la vicenda è tutt’altro che conclusa, le polemiche non sono certo mancate. Autorevoli professori hanno voluto esprimere la propria opinione, schierandosi dall’una o dall’altra parte. Philippa Loengard, che insegna legge alla Columbia University, ad esempio si è chiesta cosa dovrebbero fare le gallerie: dire a pittori e fotografi di stare attenti, visto che potrebbero far loro perdere molti soldi? O stipulare una specie di assicurazione? Il caso di Prince e Cariou sembra essere destinato a far parlare ancora molto quindi, e non è escluso che finisca per rimettere in discussione la concezione stessa di “fair use”, tassello fondamentale su cui i difensori dell’appropriation artist sembrano voler impostare la nuova arringa.


    Per un approfondimento.
    Un filmato in cui Richard Prince commenta una delle sue opere più celebri e discusse, ovvero “Untitled (Cowboy)”, ripresa dalla pubblicità della Marlboro. La voce dell’artista si alterna a quella della parte lesa, rappresentata dagli autori degli scatti utilizzati da Prince. Il video è un essenziale compendio sul tema del diritto d’autore e sul valore dell’immagine della società multimediale. Guarda.


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