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Storie magazine

2/2011 | COMIZI, VIZI E PREGIUDIZI

LETTERATURA

Tom Perrotta, “Election” e voto di scambio

    (Giulia Borioni) – Mancava una settimana alle elezioni. La competizione era alle stelle, il che rappresentava ovviamente un motivo di totale eccitazione per una come Tracy Flick, cinquanta chili di ambizione nuda e cruda pronti a tutto pur di trionfare. Era domenica ma grazie a strategiche aderenze per lei non costituiva certo un problema intrufolarsi a scuola e tappezzare le pareti con i suoi striscioni. L’imperativo categorico imponeva di affiggerne uno ogni cinque armadietti, in modo che il suo nome si spargesse ritmato per i corridoi, “come se la scuola intera stesse sussurrando la sua vera preferenza”.

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    Tom Perrotta: “Ho scritto ‘Election’ sulla scia delle presidenziali del 1992. Non saprei spiegare il motivo per cui quella campagna elettorale ha attirato così tanto la mia attenzione. È vero che in quel periodo ero senza lavoro, ma di fatto diventai un drogato di politica. Finite le elezioni, ho sentito il bisogno di descrivere il sistema che ne era alla base, concentrandomi sull’assurda esaltazione provocata dalla democrazia. Ho pensato che non potevo scrivere un vero romanzo politico, visto che sull’argomento non so niente di più di quello che sa chiunque legga i giornali. Però conosco bene la scuola. Allora mi è venuta in mente l’equazione tra la politica dei professionisti e quella praticata in un liceo”

    Tutto procedeva secondo i piani fin quando Tracy non si imbatté in uno dei manifesti di Paul Warren, appiccicato proprio su uno dei “suoi” armadietti. Idealizzato in colori pastello, il ritratto del suo rivale stava lì appeso come uno spiritello ultraterreno e la guardava con un mezzo sorriso altamente irritante. In più, c’era quel ridicolo slogan, “Abbiamo bisogno di lui”, farina del sacco della sua fidanzata, nonché arma segreta, Lisa Flanagan, un essere a metà tra Hillary Clinton e Peggy Noonan. Guarda caso, l’armadietto incriminato apparteneva alla stessa Lisa e rappresentava quindi il principale baluardo della propaganda nemica. Inutile dire che a quel punto nulla avrebbe più potuto trattenere Tracy e il suo ossessivo desiderio di potere: in un rabbioso istante aveva già stracciato il primo manifesto e, colta dall’esaltazione, aveva continuato con tutti gli altri. Quando se ne andò, alle facce dei suoi avversari s’era sostituita la sua.

    Ecco, questo è solo uno degli episodi che animano l’agguerrita campagna elettorale di Winwood High, raccontata dal Tom Perrotta di “Election” (in Italia: “Intrigo scolastico”, e/o 2009). Il libro, da cui è tratto l’omonimo film di Alexander Payne, è un vero e proprio concentrato politico che, sviscerando le dinamiche delle consultazioni per eleggere il rappresentante d’istituto in un liceo americano di periferia, non fa che riprodurre i meccanismi perversi della democrazia, restituendo un ritratto tanto spietato quanto realistico della politica a stelle e strisce. “Ho scritto ‘Election” – spiega Perrotta – “sulla scia delle presidenziali del 1992. Non saprei spiegare il motivo per cui quella campagna elettorale ha attirato così tanto la mia attenzione. È vero che in quel periodo ero senza lavoro, ma di fatto diventai un drogato di politica. Finite le elezioni, ho sentito il bisogno di descrivere il sistema che ne era alla base, concentrandomi sull’assurda esaltazione provocata dalla democrazia. Ho pensato che non potevo scrivere un vero romanzo politico, visto che sull’argomento non so niente di più di quello che sa chiunque legga i giornali. Però conosco bene la scuola. Allora mi è venuta in mente l’equazione tra la politica dei professionisti e quella praticata in un liceo”.

    Il gioco era fatto e l’impatto grottesco garantito. Insomma, è chiaro che il potenziale offerto dalla materia politica pura poteva solo essere esaltato dalla dimensione giovanile in cui qui viene declinata. Siamo alle prese con giovani brufolosi in cerca d’identità e in preda a tempeste ormonali o familiari (una combriccola alla “Breakfast Club”, per intenderci) che ambiscono a un ruolo di comando, sostenuti da una massa di coetanei urlanti e da una schiera di adulti altrettanto esaltati. Personaggi caricaturali, certo, che però mantengono – più nel libro che nel film – quel tanto di spessore umano che basta a giustificare l’identificazione del lettore, o almeno un briciolo di comprensione persino verso le figure più immorali.

    Comunque sia, dato l’esplicito parallelo (elezioni reali-elezioni scolastiche), non è certo azzardato identificare i protagonisti della storia con i veri rappresentanti della scena politica americana dell’epoca. Allora, nel ’92, la sfida tra Bush Sr e Clinton venne disturbata da un terzo incomodo, il miliardario Ross Perot, che ottenne un risultato eccezionale per un indipendente, sottraendo un bel po’ di voti ai repubblicani e favorendo di conseguenza la vittoria di Clinton. Bene, anche in “Election” la partita si gioca a tre: c’è Tracy Flick, l’appariscente arrivista senza scrupoli, Paul Warren, l’alternativa sana ai giochi sporchi di lei e infine Tammy Warren, la destabilizzante sorella di Paul, rappresentante dei giovani scoglionati e ribelli.

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    Reese Witherspoon nel ruolo di Tracy Flick, “appariscente arrivista senza scrupoli” che si contende il ruolo di presidente del consiglio scolastico con altri due candidati: il bello e ingenuo Paul Warren, campione sportivo della scuola e alternativa sana ai giochi sporchi di Tracy, e Tammy Warren, la destabilizzante sorella di Paul, rappresentante dei giovani scoglionati e ribelli e vero manifesto dell’antipolitica”

    Nessun dubbio su chi sia Tracy, anche perché in un passo del libro lei stessa si rivela: “A volte, quando non riesco a dormire e lo stomaco è tutto un groviglio di tensione, penso a quello che sentii dire alla tv durante le elezioni presidenziali dello scorso anno. Un gruppo di esperti stava discutendo sui candidati, e uno di loro disse: ‘Il problema di George Bush non è che gli manca il fuoco nelle vene, il suo problema è che ha solo quello’. […] E così adesso, quando sono sveglia alle tre del mattino e mi chiedo perché non ho nessun vero amico, mi consolo con l’idea di appartenere a un club esclusivo e potente – ci siamo io, George Bush, Madonna, Dan Rather e migliaia di altre persone di cui non si sente mai parlare – e ce ne stiamo ognuno nel suo letto con gli occhi sgranati e questi piccoli falò accesi nello stomaco, a illuminare la notte”. Certo, la differenza è che Bush non poteva sfoderare le armi della seduzione, di cui Tracy si serve invece senza remore, strizzata com’è in quel tubino rosso che devia gli occhi della giovane platea dalle sue poche parole alle sue belle chiappe.

    Quanto a Paul il bello, alias Bill Clinton, beh lui è il campione sportivo della scuola, un ragazzo tanto popolare quanto ingenuo, un bamboccione che fatalmente dimentica gran parte della sua vocazione politica nel momento stesso in cui fa le sue prime esperienze sessuali. Per inciso: no, nel libro non c’è una vera e propria Monica Lewinsky, ma un sexgate sì: la piccola Tracy infatti non si farà mancare una storia con il suo prof di matematica, in seguito alla quale lui sarà licenziato e lasciato dalla moglie, mentre lei continuerà a marciare a testa alta verso la sua meta. Con la sola differenza che dopo quell’episodio tutti saranno convinti che la poverina abbia subito una molestia di cui in realtà lei non si sente affatto vittima, visto che lei è ben contenta della scappatella (“proprio come la Lewinsky”, fa notare Perrotta).

    Per finire, c’è la terza incomoda Tammy Warren, la pallida e problematica ragazzina del secondo anno in lotta con un lesbismo palese ma non dichiarato oltre che con il sistema che è ovviamente fottuto. La provocatrice di turno, insomma, il vero manifesto dell’antipolitica. Una che si candida per ripicca e sempre per ripicca si fa sospendere più volte, tanto che alla fine non partecipa alle elezioni ma lo stesso si becca un sacco di voti in schede nulle. Una che invece di affiggere manifesti scrive criptici messaggi su foglietti che piazza nei posti più improbabili. Poteva capitare che “srotolavi il planisfero e trovavi un cartoncino rosa attaccato al Corno d’Africa recante la seguente statistica: “Due bevitori di caffè su tre preferiscono Tammy all’espresso”. E ancora, una che scuote l’assemblea dicendo “Chi se ne frega di queste stupide elezioni? Credete che sia davvero importante chi verrà eletto rappresentante qui a Winwood? Credete che per noi cambierà qualcosa, che ci sarà anche solo una persona più felice, più in gamba o più simpatica?” Forse no, viene da pensare, ma intanto lei è lì a parlare, loro stanno ad ascoltare, e noi a leggere. Non solo, è chiaro che tra Tammy e gli altri due candidati una differenza c’è eccome. E tanto basta a insinuare il dubbio, o anche solo l’illusione, che scegliere possa ancora servire a qualcosa.

    Tom Perrotta: “La protesta politica rappresenta un vicolo cieco nella cultura di oggi. O meglio, la protesta è intesa solo nella sterile accezione secondo cui la politica non ha senso”

    “In fondo – confessa lo stesso Perrotta – credo che Bush e Clinton non siano la stessa cosa e ricordo che quando Clinton vinse io ero entusiasta. Infatti, nonostante una parte di me pensi che la politica non abbia senso, che sia un teatrino di cariche rituali, rimango comunque convinto che c’è qualcosa di terribilmente sbagliato nel manomettere il sistema. Insomma, da una parte voglio ribellarmi all’impotenza di fronte a chi riveste un ruolo di potere ma dall’altra nutro una qualche fiducia nel processo democratico. Nel libro stesso questi due concetti si scontrano per imporre un’autorità morale. Perché anche le elezioni in un liceo hanno un certo valore, sebbene i candidati lavorino su un consenso limitato. Quanto a Tammy, il suo personaggio non fa che dimostrare che la protesta politica rappresenta un vicolo cieco nella cultura di oggi. O meglio, la protesta è intesa solo nella sterile accezione secondo cui la politica non ha senso […] Negli anni ’70 invece c’era sì un senso di disillusione ma c’era ancora quell’etica hippy secondo cui era giusto manifestare un dissenso, tentare di colpire qua e là la società e tenersi alla larga dal sistema. Con gli anni ’80 tutto questo si è perso: non c’è alcun atteggiamento virtuoso nel vivere. Oggi la regola è che se non fai fortuna, hai perso”.


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