rivista internazionale di cultura

Storie magazine

2/2011 | COMIZI, VIZI E PREGIUDIZI

POLITICA

Egitto, la primavera araba

    (Enrico Papitto) – A più di un anno dall’inizio della rivoluzione di piazza Tahrir, l’Egitto si trova ad affrontare un dibattito molto aspro fra le diverse forze politiche in campo sull’opportunità di andare alle elezioni a settembre. Al referendum del 19 marzo, infatti, il 77 per cento degli egiziani ha approvato una serie di modifiche alla costituzione in vigore dal 1971 che, oltre ad alcuni cambiamenti riguardo al sistema elettorale e all’elezione del futuro presidente, prevede elezioni legislative per il mese di settembre ed elezioni presidenziali per dicembre. In seguito, il parlamento eletto dovrà creare un’assemblea costituente composta da cento membri che avrà il compito di redigere la nuova costituzione. Saremmo portati a pensare che un paese appena uscito da decenni di dittatura non aspettprimavera-arabai altro che andare al voto, ma la questione è complicata e la posta in gioco molto alta.

    Gli schieramenti si dividono fra isostenitori di “prima la costituzione” e quelli di “prima le elezioni”.

    Sul primo fronte si collocano al momento decine di partiti e coalizioni, che includono, fra gli altri, i vari movimenti della rivoluzione e alcuni partiti liberali. Rappresentativi delle forze laiche del paese, essi temono che andando alle elezioni prima dell’approvazione di una nuova costituzione si corra il rischio di lasciare il monopolio della stesura di quest’ultima alla maggioranza del nuovo parlamento. Attualmente i Fratelli musulmani (che il 6 giugno hanno fondato il nuovo partito Libertà e Giustizia) sono il movimento meglio organizzato e strutturato in Egitto e, grazie al loro consolidato impegno nei settori dell’assistenza sociale, godono di un buon sostegno popolare soprattutto tra le classi meno abbienti. Dato che i nuovi movimenti emersi con la rivoluzione che aspirano al rango di attori politici non avrebbero il tempo di organizzarsi in partiti competitivi, i sostenitori di “prima la costituzione” temono che gli islamisti possano vincere la maggioranza alle prossime elezioni e avere mano libera nella scelta dei membri dell’assemblea costituente. Nella loro ottica, perciò, la posta in gioco è la natura del futuro stato egiziano che deve essere fondato sul principio che il popolo è sovrano e non può diventare uno stato religioso. Sul fronte del movimento “prima le elezioni”, invece, i Fratelli musulmani, insieme ai Salafiti (una corrente islamica estremista), nonché alcuni partiti di opposizione del vecchio regime, forti del referendum del 19 marzo, hanno buon gioco a gridare al “golpe contro la legittimità” e al  “tradimento della maggioranza”. Invocando il rispetto della volontà del popolo, essi sostengono che adottare una costituzione prima delle elezioni legislative costituirebbe un rovesciamento dell’esito referendario.

    Il 27 maggio migliaia di egiziani sono scesi in piazza Tahrir per ridare impeto alla rivoluzione, per salvaguardarla, in una giornata che è stata chiamata la “seconda rivoluzione” o il secondo “venerdì della collera” (il primo essendo quello del 28 gennaio). Preoccupati di impedire l’installarsi di un regime Mubarak senza Mubarak, i manifestanti chiedevano un processo al dittatore deposto al più presto, la liberazione di tutti i manifestanti arrestati, la fine dei tribunali militari per i giudicare i civili e, più in generale, la cessazione delle restrizioni alle libertà da parte dell’esercito. Infine, reclamavano l’adozione di una nuova costituzione prima delle elezioni. Nella folla alcuni gruppi gridavano: “I rivoluzionari sono qui, dove sono i Fratelli?” o anche “La rivoluzione ci appartiene e i Fratelli musulmani ci hanno abbandonato”.  Il movimento religioso, infatti, aveva rifiutato di unirsi alla piazza denunciando i manifestanti come contro-rivoluzionari, anche se la gioventù dell’organizzazione ha invece lanciato un appello per scendere in piazza, a dimostrazione di come i Fratelli musulmani siano divisi al loro interno.

    L’appello a scendere in piazza è stato rinnovato e l’8 luglio gli egiziani hanno di nuovo invaso piazza Tahrir. Tuttavia, il dibattito sulle elezioni ha raggiunto un tale punto di saturazione che gli organizzatori hanno deciso di ritirare la richiesta di approvare prima una costituzione per lasciare spazio alla priorità di tenere in vita la rivoluzione. Se molti obbiettivi della rivoluzione non sono stati ancora raggiunti, spiega la blogger Zeinobia, è colpa delle divisioni e della corsa al potere. In questo modo, perciò, gli organizzatori hanno incentivato l’unità della protesta e la manifestazione dell’8 luglio ha visto la partecipazione anche dei sostenitori di “prima le elezioni”, compresi i Fratelli musulmani.

    La questione delle elezioni è molto spinosa e pone un dilemma dal quale è difficile uscire. Da un lato, le preoccupazioni dei movimenti di “prima la costituzione” sono più che legittime, in quanto dalla rivoluzione sono emerse nuove istanze che devono avere il tempo di organizzarsi e strutturarsi in partiti politici capaci di competere alle elezioni. Il quadro politico attuale presenta un’alta frammentazione tra le forze laiche, per cui una nuova costituzione redatta da un’assemblea costituente la cui composizione sarà conseguenza dell’esito elettorale di settembre, non potrà essere rappresentativa di queste nuove istanze. La transizione alla democrazia necessita di più tempo. Tuttavia, annullare il risultato del referendum, il primo voto più o meno trasparente da cinquant’anni, sarebbe un duro colpo alla giovane democrazia egiziana. Inoltre, ammesso che si decida di adottare una costituzione prima delle elezioni, in base a quale criterio sarà decisa la composizione dell’assemblea costituente?

    Il premio Nobel per la Pace El-Baradei, che inizialmente si era schierato per adottare prima una costituzione, nel tentativo di trovare un compromesso oggi propone di lasciare che si vada alle elezioni prima della stesura della costituzione, ma che la votazione sia preceduta dall’approvazione di una carta dei diritti fondamentali che includa un riconoscimento dell’importanza della legge islamica, ma anche della libertà di espressione e di associazione, e il diritto di formare sindacati e partiti politici. In questo modo, nessun governo o parlamento eletto potrebbe abrogare questi diritti o limitarli mediante approvazione di nuove leggi. La proposta di El-Baradei trova l’appoggio di molti ma, ancora una volta, si presenta il problema di chi debba redigere questa carta dei diritti.

    Trovare una soluzione che accontenti tutti sembra quasi impossibile. Resta solo da augurarsi che l’Egitto possa, nelle migliori condizioni, tornare presto a votare serenamente e che, in ogni caso, come si augura Azzurra Meringolo, autrice del libro “I Ragazzi di Piazza Tahrir”, “si riesca a dare voce e rappresentanza alle forze più innovative e ai giovani. Dopo tanti anni di ‘stabilità autoritaria’, ciò andrebbe anche a vantaggio delle minoranze di ogni tipo e consentirebbe al sistema politico di evolvere in modo più aperto e dinamico”.


    A FUOCO | l'eccezione

    Storie online: cultura dall'Italia e dal mondo. Ogni giorno

    error: