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Storie magazine

2/2011 | COMIZI, VIZI E PREGIUDIZI

LETTERATURA

David Foster Wallace e John McCain?

    (Valentina Natale) – Correva l’anno duemila quando il potente magazine americano Rolling Stone contattò lo scrittore David Foster Wallace, saltuario collaboratore della rivista, per proporgli di seguire la campagna elettorale di un candidato presidente a sua scelta. Alla prevedibile obiezione di Mr. Wallace (“ma io non sono un giornalista né mi occupo di politica”) replicarono che era esattamente quello che stavano cercando: volevano il parere copertina-fb-foster-wallace-mccaindi qualcuno che non fosse legato a logiche di palazzo, libero di raccontare ciò che vedeva, sentiva e (soprattutto) origliava. Un cane sciolto insomma, lasciato senza guinzaglio nel più grande circo mediatico del mondo.

    L’unico aspirante inquilino della Casa Bianca a suscitare la curiosità del novello reporter era John McCain, non per affinità ideologiche ma perché classico underdog balzato agli onori della cronaca con un programma di riforme e “parlar chiaro”, all’epoca principale avversario del predestinato e apparentemente invincibile George W. Bush. Stuzzicato dall’invitante possibilità di aggirarsi nei più sordidi meandri del sottobosco politico con un pass per la stampa al collo Wallace decise di rispondere “Yes, I Can”, aspettandosi di dover stilare la cronaca di una sconfitta annunciata. Dopo numerosi tentennamenti e alcune false partenze (Rolling Stone non era poi così sicuro che McCain fosse un valido contendente) il nostro eroe arrivò alla corte del senatore dell’Arizona in un freddo mese di febbraio, prudentemente equipaggiato con un taccuino vecchia scuola e una consunta giacca di pelle presa a prestito pericolosamente rock ‘n roll. Mai momento fu più propizio: quelli furono i giorni del “Great Mac Comeback”, un periodo di breve euforia in cui John, reduce da mesi di lotta per la sopravvivenza, riuscì a mettere in seria difficoltà il ben più accreditato, ricco e blasonato contender dopo aver vinto a mani basse le primarie repubblicane del New Hampshire. Benzina sul fuoco di una già tesa battaglia all’ultimo voto, che lo sguardo innocentemente disincantato dello spettatore di lusso Foster Wallace rese ancora più gustosa.

    I sette giorni passati al seguito della “Mac Carovana” messi in mano all’autore di “Infinite Jest” presero vita, colorandosi di mille sfumature diverse in un susseguirsi d’incredulità e sbalordimento. Sballottato da un comizio all’altro senza avere la tempra dei forti o la studiata professiodavid-foster-wallacenalità dei reporter consumati, in costante carenza di sonno, costretto a dormire in alberghi di infimo ordine e a scroccare passaggi dall’auto di Fox News per andare a cena, trattato da alcuni dei compagni di sventura alla stregua di un facchino, David si ritrovò ben presto a invidiare i fortunati al seguito di Mr. Bush, alloggiati secondo voci di corridoio in hotel a cinque stelle. Sperduto come Robinson sull’isola deserta, decise di immergersi completamente nel pazzo reame che si trovava a visitare. Un mondo parallelo, rigidamente diviso in caste, dotato di un dialetto peculiare e quasi incomprensibile all’esterno. C’era, come a scuola, un folto gruppo di persone “assolutamente in”: l’aspirante inquilino della Casa Bianca e signora, il Comando Supremo (gli incaricati delle comunicazioni con la stampa, il guru elettorale e responsabile della campagna Mike Murphy), l’esercito delle Dodici Scimmie (gli inviati di importanti giornali e network televisivi come CNN, Washington Post, Newsweek, Wall Street Journal, niente a che fare con Bruce Willis); a cui si contrapponeva il gruppo dei “non troppo o per nulla in”: autisti, operatori, tecnici del suono, il già menzionato, malcapitato reporter di Rolling Stone (giornale che, notoriamente, non serve a spostare voti). Tutti costretti a convivere nello spazio ristretto di tre autobus rispettando orari di precisione militare, senza poter fumare se non nelle pause appositamente previste, raccogliendo il maggior numero possibile di immagini, sensazioni, emozioni da inviare a chi di dovere.

    Centro di tutta questa confusione lui, John McCain: l’alternativa populista, l’anticandidato che aveva fatto il pieno di donazioni on-line, l’uomo che sembrava aver ridato speranza agli stanchi e disillusi votanti a stelle e strisce attirando il consenso di giovani e indipendenti. Sorprendentemente vispo, sorridente, carico di energia come se nella vita non avesse fatto altro che stringere mani e fendere la folla, così preoccupato del futuro della nazione da denunciare la Washington delle lobby vantandosi a gran voce di essere uno dei pochi a non abdicare alle proprie idee in cambio di favori, Rocky della politica sempre all’erta, perennemente circondato da frotte di telecamere, giornalisti e cameraman obbligati a trascinarsi dietro pesanti e costose apparecchiature, per poi issarsele stoicamente sulle spalle al grido di “Up, Simba”.

    La tempra del sessantatreenne veterano del Vietnam colpì profondamente Foster Wallace, ma non quanto le mille strategie elettorali elaborate per influenzare l’opinione pubblica e mettere in cattiva luce l’avversario. Un infinito numero di trucchetti, tecniche di alta psicologia politica, colpi sotto la cintura e repliche di bassa lega; una serie di mosse e contromosse degne di una partita a scacchi che raggiunsero il culmine sotto i suoi occhi. Proprio in quei sette giorni infatti i candidati misero da parte le promesse di correttezza e gli accordi sul fair play per lanciarsi durissime accuse reciproche, scatenando la reazione della fin lì sonnacchiosa e rassegnata stampa al seguito. Un botta e risposta sfiancante che si concluse in un nulla di fatto, lasciando lo scrittore (non abituato a un tale livello di stress) in uno stato di prostrazione che contrastava enormemente con la ritrovata e incredibile operosità degli altri inviati; giornalisti intenti a scribacchiare le “fighting words” del giorno, sempre all’inseguimento di una deadline in scadenza o impegnati a camminare freneticamente in circolo parlando al telefono (il cosiddetto “valzer del cellulare”) nel talvolta vano tentativo di mettersi in contatto col campo base per urgentissime comunicajohn-mccainzioni. I più calmi e filosoficamente posati risultavano essere i tecnici del suono, veterani di mille battaglie poco inclini a lasciarsi sorprendere dal comportamento di consumati marpioni della politica ma prontissimi a dire la loro se adeguatamente stimolati.

    Quelli furono gli ultimi fuochi per McCain, destinato a perdere le successive primarie in Sud Carolina e di lì a poco costretto a rinunciare a qualunque velleità presidenziale. La sconfitta per distacco del senatore fece molte vittime, incluso l’articolo dello scrittore che comparve su Rolling Stone in forma pesantemente rimaneggiata. Successivamente, è stato integralmente pubblicato su Internet, poi incluso nella raccolta “Considera l’aragosta” con il titolo di “Up, Simba” (sentito omaggio alle troupe televisive) e infine trasformato in un libro nel 2008 quando un McCain molto più integrato nelle logiche di partito è riemerso dall’oblio per diventare front runner repubblicano alla presidenza. Molti anni sono passati dal quel lontano duemila, più di dieci, molte cose sono diverse oggi, ma l’Odissea di Foster Wallace è ancora attuale. Cambiano i mezzi di comunicazione, candidati sempre più indistinguibili si susseguono a ritmo regolare ma il circo che li circonda, quella varia umanità che ogni quattro anni si rimette puntualmente in moto pedinando il prescelto di turno, rimane sempre lo stesso. E, a pensarci bene, il vero cuore pulsante delle operazioni forse sono proprio le migliaia di persone che per mestiere raccontano le gesta e i sogni infranti di chi la Casa Bianca continuerà a vederla solo da lontano.


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