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MUSICA

Un secolo di Frank Sinatra: e pensare che “la voce” del ‘900 aveva paura di parlare in pubblico (e si vergognava del suo passato)

  • 10 dicembre 2015
  • 21:10
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Il 26 aprile del 1950 Sinatra è al Copacabana di New York. Si accinge a cantare ma quando apre bocca non riesce a emettere un suono. Sbianca, rantola una specie di “buonanotte” dal palco e si dilegua lasciando il pubblico attonito. Non parlerà più per 40 giorni. Nemmeno una parola. Era stato colpito da un’emorragia alla gola in seguito allo stress e al superlavoro. Appena qualche mese prima, il perdurare della relazione tempestosa con Ava Gardner scrive la parola fine sul matrimonio con Nancy suscitando nuovi attacchi della stampa all’immagine già declinante di Frankie boy

Per scrivere la sua biografia, Frank Sinatra contattò lo scrittore e giornalista Pete Hamill, figlio di immigrati irlandesi, uno che poteva capire cosa significasse agognare Manhattan guardandola dal New Jersey o da Brooklyn con un ponte a separarti da quel magnifico approdo così vicino e così irraggiungibile.

Nel ’47 a Sinatra consegnano le chiavi della sua città natale. Per 40 anni non vi fa ritorno ufficialmente e da adulto si riferirà spesso a Hoboken chiamandola una “fogna”. Nel luogo dove è cresciuto si parla ben altro linguaggio che quello sofisticato di compositori come Cole Porter e Ira Gerswin, per esempio, cui Sinatra presterà la voce soprattutto nella fase solista della sua carriera. Altra dizione, altra sintassi, altra identità sociale. Proprio Pete Hamill ha raccontato il paradosso di The Voice, stazza d’uomo che sapeva calarsi alla perfezione nell’educato fraseggio della middle-class dominante pur avendo paura perfino di parlare…
(Barbara Pezzopane)

“Sinatra sviluppò il suo vocabolario facendo le parole incrociate, e negli anni ’70 leggeva gli ‘Elementi di stile’ di Strunk e White per aiutarsi con la grammatica. Gli articoli da lui firmati erano scritti da un ghostwriter; si concedeva a pochissime interviste televisive e lo faceva soltanto con amici […], persone da cui si sentiva protetto. Ma una volta entrato nel testo della canzone, si impadroniva della lingua che in ogni altra situazione trovava paralizzante. Quando apriva bocca per cantare, era calmo; era tranquillo; era scoperto; la sua pronuncia non recava traccia delle strade di Hoboken; filtrato dal fascino dei testi e della musica quel che lui chiamava il suo ‘temperamento siciliano’ diventava passione poetica. Di altri cantanti, come Vic Damone e Tony Bennett, ammiravi la tecnica; di Sinatra ammiravi la rappresentazione. La sua presentazione della canzone era come un panorama restaurato, in quel quadro dipingeva se stesso così magistralmente che era impossibile immaginarselo senza di lui”. [1]


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