rivista internazionale di cultura

MUSICA

Joni Mitchell e la figlia sconosciuta. Una storia lunga 30 anni

  • 24 maggio 2016
  • 12:36

Studentessa canadese e aspirante musicista,
Roberta Joan Anderson rimane incinta a vent’anni.
È il 19 febbraio del 1965 quando mette al mondo
una bambina. Sei mesi più tardi la dà in adozione.
A distanza di trent’anni, Joni Mitchell – autrice ormai
indiscutibile del rock – ritrova sua figlia, Kilauren Gibb.
Quella che segue è la loro storia. Intreccia il filo
del distacco con quello del ritorno, in un dilemma tipico
della poetica mitchelliana. Andare o restare,
amore o famiglia, avventura o casa, legami o libertà.
Ma oggi che cosa rimane di tutto questo?


Toronto, Club District – 11 marzo 1997
La giornata non è male, nel weekend una schiarita ha interrotto un mese intero di cielo nuvoloso. L’atmosfera nei dintorni di Richmond Street West è la solita che precede l’apertura serale dei locali nei giorni infrasettimanali. Ci si prepara a ricevere i clienti che al crepuscolo popolano questo quartiere i cui residenti sono sotto il migliaio. Per lunghi decenni è stata un’area industriale, dedita al tessile e alla moda, ma negli anni ’70 se ne sono andati tutti lasciando fabbriche e magazzini. Un luogo ideale per essere colonizzato da club e ritrovi notturni che in questi anni hanno raggiunto proprio in questa zona la massima concentrazione del nord America.

Duke Redbird, reporter alla City Tv di Toronto, è arrivato da poco al Coloured Stone. In città il suo pub è un riferimento per chi ama le birre artigianali, servite alla spina in un’ampia selezione che rende merito all’Amsterdam Brewing Company, uno dei più antichi  microbirrifici di Toronto. Il pub di Duke si trova dove la Duncan Street taglia la Richmond Street West, al 205, di fianco al college in cui si studia arte e design. Si gioca a biliardo (soprattutto) e si beve a prezzi ragionevoli tra fiori secchi che scendono dai tubi lungo il soffitto, nell’oscurità che placa la fatica di una giornata di lavoro o prima di andare a ballare al Whiskey Saigon o da Swingers.

duke redbird

Duke Redbird al tavolo da biliardo. Il giornalista – poeta e anche attore – ha avuto un ruolo cruciale nel far ritrovare Joni Mitchell con la figlia perduta, Kilauren Gibb

Duke sembra uno sciamano. Nativo americano della tribù degli Ojibwa, a quasi sessant’anni può dirsi poeta, attore e attivista, oltre che giornalista. Qualcuno ha scritto anche una biografia su di lui ed era appena il ’71. Al Coloured Stone gli hanno lasciato un biglietto:

“Ciao Duke, sono Kilauren. Volevo vederti oggi perché il 13 marzo vado a Los Angeles a trovare Joni. Si ricorda di te e tuo fratello e di come siete stati gentili con lei nel momento del bisogno. Non riusciva a credere che ti avessi incontrato. È mia madre e ha mandato a me e a mio figlio i biglietti per andarla a trovare. Mi spiace che non c’eri, riproverò presto. Grazie per essere stato così gentile. Con affetto Kilauren Gibb”.

Leggendo avrà forse sorriso fra sé e sé, canticchiando “Little green, have a happy ending…” In questo martedì che preannuncia primavera, Duke non avrà potuto fare a meno di raccontare a qualcuno l’incredibile storia di una trentenne adottata alla nascita che oggi ritrova in Joni Mitchell la sua vera madre. Un racconto che comincia da lontano, anche per lui.


Toronto, Yorkville – 1964
Negli anni ’60 il centro della bohème cittadina è Yorkville. Fiorisce qui la controcultura. Neil Young, Margaret Atwood, William Gibson: una popolazione di musicisti e artisti ferve in questo quartiere considerato la capitale canadese del movimento hippy. Joni racimola qualche dollaro suonando nei club e facendo la commessa da Simpson-Sears o in altri grandi magazzini. Alloggia in una camera ammobiliata in una pensione vittoriana di Huron Street, come Duke del resto, che da dietro la porta chiusa ha il privilegio di ascoltare la sua voce “meravigliosa” mentre strimpella la chitarra. Lui scrive poesie e le legge ai festival folk. Lei ama starsene per conto suo ed è spesso triste. Incinta, sola, senza un cent in tasca. Un giorno il fratello di Duke, John, va da lei e le regala due mele. Joni non lo scorderà.

A Toronto è arrivata a giugno, reduce dalla scuola d’arte di Calgary e dalla ‘città dei ponti’, la sua Saskatoon. Laggiù Roberta Joan Anderson – questo il suo nome di battesimo – ha lasciato mamma Myrtle e papà Bill, le loro vedute ristrette, la loro paura delle cose nuove, diverse. È stata la vocazione per la pittura che l’ha condotta a Calgary. Dopo la high school ha detto addio al Saskatchewan incurante delle profezie familiari, “Finirai per distrarti…” Però quei genitori sono già lontani per chi a tredici anni ha scelto un nuovo nome sulla falsariga del cognome del suo insegnante d’arte (Henry Bonly fa un bell’effetto siglato sulle tele, sostiene). Imbracciato l’ukulele per il quale ha speso tutti i suoi risparmi e che ha suonato a qualche festa e al Luis Real, Joni se ne va.

the depression

La locandina delle serate di Peter Elbling e Joni Anderson (Mitchell) al The Depression di Calgary, attorno al 1963

Al college non passa inosservata. Dotata di talento, bellezza e carisma, è sempre stata considerata l’artista della scuola. Fin dal liceo. Scenografie per le recite studentesche, illustrazioni per l’annuario e il giornale scolastico, persino una rubrica tutta sua intitolata “Fads and Fashions” (Mode e manie) la rendono interessante, non banalmente popolare. I suoi suggerimenti di stile, per esempio incollare su scarpe blu scamosciate delle stelline argentate o mettersi la cravatta di papà, dettano le oscillazioni del gusto fra le compagne. Il resto lo fanno le ciocche biondo miele che le ricadono sulla schiena come uno scialle lucente, gli zigomi alti e sporgenti, gli occhi blu. Accade anche a Calgary. Lì la vita accademica non la spaventa, anzi molti corsi dopo un po’ iniziano a sembrarle insignificanti e poveri di stimoli. Prende le distanze passando più tempo a suonare le canzoni di Judy Collins al The Depression, mentre da poco fa coppia con l’aspirante pittore Brad McMath che come lei è uno studente dell’Alberta College. In quei giorni Joni ha vent’anni ed è vergine.

Rimane incinta all’istante e subito capisce quali sono le opzioni. Né Brad né lei sono pronti a metter su famiglia; l’aborto è escluso; farsi aiutare dagli Anderson idem. Per i suoi genitori un figlio fuori dal matrimonio sarebbe intollerabile, più grave di un omicidio. Brad parte per la California, cosa vuoi, ha sentito che laggiù è tutto più caldo… E Joni si trasferisce a Toronto “per diventare una cantante”, dice a sua madre.

A Toronto l’aspettano i folk club più sconosciuti. Ci vuole la tessera del sindacato per suonare in posti migliori e lei non se la può proprio permettere. La si vede sulla Yorkville Avenue, al Penny Farthing dove si esibisce nel seminterrato. Al piano di sopra l’ambiente è più raffinato, ci suona Chuck Mitchell, un cantautore originario del Michigan. Quando i due si conoscono Joni ha già dato alla luce Kelly, nata il 19 febbraio del ’65. Ha partorito grazie ai fondi di beneficenza dell’ospedale e rimane ricoverata per dieci giorni con qualche complicazione. Pensa e ripensa a un sistema per tenere con sé la bambina senza rovinare due vite.

Il giorno che Chuck se ne innamora, il matrimonio le sembra una provvidenziale via di uscita, così si sposano nel giardino dei McMath a Rochester un mese dopo essersi incontrati. Un altro paio di mesi bastano a far naufragare il rapporto tra l’adolescente sfrenata e il musicista di ottima cultura che ama Cape Cod e l’arredamento inglese. Due mondi inconciliabili.

joni and chuck

Chuck Mitchell con la moglie Joni. Due mondi inconciliabili: lei una sfrenata adolescente, lui un musicista di ottima cultura che ama Cape Cod e l’arredamento inglese. L’unione artistica sotto forma di duo folk dura più a lungo del matrimonio, fra alti e bassi e un trasferimento a Detroit

Intanto l’agenzia di adozioni le fa fretta, più la bambina cresce e più sarà complicato trovare una famiglia che se ne occupi. Afflitta ma senza sensi di colpa, Joni decide di firmare le carte per l’adozione e saluta Kelly Dale. “Weary of lies you are sending home, you sign all the papers in the family name… Little green, have a happy ending”. La bimba ha sei mesi. Per lei due nuovi genitori, una nuova casa e un nuovo nome: Kilauren Gibb.

Alla parentesi sentimentale con Chuck segue quella artistica del duo folk che fra alti e bassi e un trasferimento a Detroit proseguirà fino al ’66 inoltrato. La carriera solista comincerà poco dopo. A Joni si prospetta il Greenwich Village, l’arte, New York.


New York, Chelsea – 1967
“Una madre infelice non può crescere una figlia felice”, di questo Joni era convinta. L’inizio della sua vita da sola, dopo Chuck, viene celebrato a Chelsea, nel quartiere newyorchese degli artisti dove ha preso casa. Tappezza di carta d’alluminio le pareti del suo monolocale e appende sul vetro della finestra la bandiera americana. È il suo personale “Independence Day”, il giorno in cui inizia sul serio la sua indipendenza. Dopo un paio d’anni duri in cui deve faticare per ottenere ingaggi via via più qualificati, due tra i primi brani che ha scritto (“Both sides now” e “The Circle Game”) vengono incisi da Judy Collins e da Tom Rush raggiungendo le vette delle classifiche. La sua carriera di cantautrice inizia a decollare, entra a far parte dell’ambiente musicale californiano mentre si lega a chi fa il suono di quegli anni. David Crosby e soci, ci siamo intesi.

joni-david-graham1969

Fra David Crosby (a sinistra) e Graham Nash, 1969

L’esordio discografico arriva nel ’68 con “Song to a Seagull”, cui seguono “Clouds”, “Ladies of the Canyon”, “Blue” e altro ancora. D’un tratto lo scenario delle sue esibizioni cambia, non suona più nei club per quaranta persone (quando va bene). Passa al “big stage” che le sembra davvero troppo grande, fuori misura, come ingannevole le sembra l’ascendente che ha su tutte quelle persone. Non riesce a goderselo ma a un certo punto ci fa l’abitudine e comincia a fare un disco appresso all’altro purché all’insegna del cambiamento. Non ama ripetersi. “Un anno pianti il grano, l’anno successivo il frumento”, è la sua filosofia.

La scommessa più grossa di tutta la carriera è la collaborazione con Mingus (siamo nel ’79). Non ha altra scelta, le rock band non riescono a suonare la sua musica zeppa di minuscole eccentricità. Il disco la trasferisce musicalmente in una terra di nessuno e tuttavia da Mingus impara una lezione importante: come sapere cosa non va detto. Suona con Pastorius, titolare di “un meraviglioso ego infiammato” e con tanti altri virtuosi, lei che da sempre ama l’innovazione, Picasso, Miles Davis.

Soltanto nel ’93 Joni comunica alla stampa di aver messo al mondo una bambina di cui non ha saputo più nulla. Un vecchio compagno della scuola d’arte ha venduto la storia a uno squallido tabloid, ma Joni deve assolutamente trovare la sua Kelly per avvertirla piuttosto di una minaccia che potrebbe far parte del suo patrimonio genetico. A cinquant’anni, Joni – che da piccola è sfuggita alla poliomielite e alla sedia a rotelle – comincia a soffrire di un disturbo chiamato sindrome postpolio. Gli Anderson non gradiscono, sono imbarazzati da come la figlia parli apertamente di tutta la storia.

Dopo l’annuncio, dozzine e dozzine di ragazze iniziano a sperare di essere loro la figlia descritta da Joni Mitchell in un’intensa, tenera canzone dell’album “Blue”. “Little Green”


Toronto, Don Mills – 1965-1992
I genitori adottivi di Kilauren si chiamano Ida e David Gibb e sono due insegnanti che abitano a Don Mills, accogliente distretto di Toronto. Cresciuta in un mondo di scuole private, country club e ferie ai tropici, a quattordici anni la ragazza inizia a interrogarsi sull’assenza di sue foto precedenti agli otto mesi nell’album di famiglia. Ida minimizza, le dice che è normale con la secondogenita (i Gibb hanno anche un figlio naturale, David), che il primo figlio è sempre una novità e per questo tutti i neogenitori li fotografano in continuazione. Kilauren non è del tutto convinta dalle spiegazioni.

kilauren e david

► Kilauren il giorno dell’adozione. Dietro di lei il fratellino maggiore, David

Ancora nel ’79, mentre passeggia col fratello su una spiaggia jamaicana, viene notata da un talent scout della Elite, l’agenzia newyorchese per modelle. Zigomi sporgenti, occhi azzurri, volto incorniciato da lunghi capelli biondi, per Kilauren è l’inizio di una carriera lunga dieci anni tra Parigi, New York e l’Australia. Di ritorno a Toronto, ricominciano i dubbi che si acutizzeranno di nuovo in occasione della sua stessa gravidanza.

Finalmente nel ’92 i Gibb, non senza timori, confermano i suoi sospetti. Da quel momento si mette in cerca di sua madre ma passano cinque anni prima che riesca a ottenere dalla Children’s Aid Society i documenti dell’adozione. E non c’è neppure un nome sopra. Apprende che è stata partorita da una donna nata in Saskatchewan, figlia unica di genitori di origine norvegese, che da piccola ha avuto la poliomielite, che ha incontrato suo padre alla scuola d’arte a Calgary ed è una cantante folk canadese. A Kilauren queste informazioni non dicono nulla.


Toronto, York University – 1988
Un nodo cruciale di tutta questa storia. All’università di Toronto, Duke Redbird fa amicizia con una ragazza di nome Annie Mandlsohn e parlando del più e del meno come capita, una volta le racconta di aver conosciuto Joni Mitchell. Si fa sfuggire della gravidanza pregandola subito dopo di non dirlo in giro.


Toronto – 1996-1997
Passano altri dieci anni. Annie Mandlsohn a quest’epoca è fidanzata con Tim Campbell. Anche lui è cresciuto a Don Mills e ha un amico caro con cui ha passato l’infanzia. Si chiama Ted Barrington ed è fidanzato con Kilauren Gibb. Le due si conoscono e Kilauren le mostra la descrizione di sua madre naturale. È un attimo, quello in cui Annie realizza – ricordando il racconto di Duke e facendo due più due – “Kilauren, tua madre è Joni Mitchell!”

In seguito alle deduzioni di Annie, Kilauren e Duke si incontrano. Parlano. Sono i primi di marzo del ’97 e il cielo di Toronto è ancora coperto di nubi. La ragazza esita, non le sembra possibile.

Dopo aver parlato per la prima volta con Duke, Kilauren visita il sito di Joni Mitchell. È curato con dedizione smisurata da un fan, Wally Breese, musicologo dilettante, cui scrive un’e-mail dopo aver trovato una decina di dettagli che combaciano con la sua storia. Wally passa tutto a Steve Macklam (manager di Joni) mentre Kilauren telefona a Sam Feldman  (agente della Mitchell) a Vancouver, chiedendo di parlare con qualcuno che sia molto vicino alla cantante. Nella messe di aspiranti “Little Green” non è facile farsi riconoscere.

Alcuni giorni dopo, Kilauren trova un messaggio in segreteria. È lei, è veramente sua madre: “Ciao, sono Joni. Chiamami per favore. Sono sbigottita”.

Alla prima telefonata di Joni, ne segue una seconda. Kilauren manda per fax una sua foto da piccola. Non ci sono più dubbi, è lei la bambina. Joni ritelefona, cerca di esprimerle il suo rammarico, di spiegarle i perché, le chiede della sua infanzia, di com’è stata. Quindi la invita a casa sua. La partenza è fissata per il 13 marzo come riporta il biglietto lasciato a Duke.


Los Angeles, Bel Air – 13 marzo 1997, ore 22
L’aereo su cui si trovano Kilauren e suo figlio Marlin di quattro anni atterra a Los Angeles. Una limousine li aspetta fuori dall’aeroporto. Salgono, diretti alla villa di Joni.

Joni Mitchell fuma un’American Spirit dietro l’altra. Fuma da quando aveva nove anni, l’aiuta a pensare meglio. Fuma persino durante i suoi concerti. Canta e fuma. Una volta andò a trovare Georgia O’Keefe che la rimproverò. “Non devi fumare, devi vivere”, le disse. Joni ora sta per incontrare la sua bambina.

Al piano di sopra, inganna l’attesa dipingendo. A un certo punto esce sul balcone e le sembra di vedere qualcuno nell’oscurità.

Kilauren e il figlio sono scesi dall’auto. Marlin stringe la mano della mamma e insieme camminano velocemente attraverso il buio della sera ma verso l’ingresso sbagliato. Adesso Kilauren sente una voce alle sue spalle, si gira. C’è lei. C’è Joni.

joni-kilauren

Joni Mitchell con la figlia ritrovata nel 1997

Cosa si saranno dette quel giorno, faccia a faccia. Se lo sono chiesti in tanti, fan o meno. Fin da subito i giornali e le tv hanno fatto a gara per ottenere le dichiarazioni di madre e figlia. Ed erano piene di entusiasmo, la gente si è appassionata a quella che sembrava una favola. Sono arrivate anche le critiche.

Feroce è stata quella di Liz Braun sul Toronto Sun, tabloid conservatore che non prende a prestito solo il nome dal cugino inglese. “La storia di una Mitchell dalle stalle alle stelle e nella necessità strappalacrime di dare in adozione la figlia (circa 20 minuti prima di diventare famosa) ha dei buchi talmente grossi che ci potrebbe passare un tir”. L’accusa è di aver avuto tante e tante relazioni nel corso del tempo. Non è una novità, molti sono uomini famosi, e persino Myrtle Anderson pensa che la figlia sia un’immorale. Joni non se la prende, ogni volta le ripete di considerarla come un “prete cattolico che ogni tanto beve con gli scaricatori”. La Braun ha scritto anche che l’aura rosea data dai media a questo incontro istigherebbe giovani aspiranti musicisti a scrivere dell’altra “musica melensa e irritante”. Tante mamme nella stessa situazione, aggiunge, si sarebbero date alle rapine o alla prostituzione pur di tenere con sé i propri figli.

Quanto a Kilauren, si è detta contenta di essere cresciuta in uno stile “terreno” e non a Bel Air. Contenta che sua madre non si sia scoraggiata ma abbia tentato di fare qualcosa di sé stessa. Joni è consapevole di dover fare ancora molto per costruire un rapporto con la figlia e che il risultato sarà una scommessa. Del loro primo incontro in un’intervista dell’anno dopo [1], Joni Mitchell ha detto semplicemente che è stato meraviglioso.

brad macmath

Brad MacMath, il papà di Kilauren, ieri e oggi

1997. Il vero padre di Kilauren
La storia ha un’appendice curiosa, proprio a ridosso dell’incontro fra madre e figlia. Ted Barrington (il fidanzato di Kilauren) tenta subito di rintracciare Brad McMath, ultimo tassello di una famiglia mai formata. In precedenza Ted ha avuto una moglie. Il matrimonio è durato cinque mesi appena ma a ogni matrimonio non può mancare un fotografo e in questo caso si chiama Linda Miller. È l’unica fotografa che Ted conosca e non la vede da allora. Quando le telefona per chiederle se conosce un certo McMath, Linda resta di sasso. Brad McMath è suo marito. Vivono nell’East York, a dieci minuti dalla casa dei Gibb.


Joni Mitchell e la figlia, oggi
Il Coloured Stone ha chiuso i battenti al culmine del boom dei condomìnii che cominciò a trasformare il Club District di Toronto nei primi anni duemila. Le vecchie fabbriche sono state trasformate in loft, oppure demolite. Il seminterrato al 205 di Richmond St W è oggi sede dell’Unione Studenti del College of Art and Design. In zona i residenti sono aumentati di diverse migliaia mentre il numero dei club si è drasticamente ridotto. Osservando bene la Richmond West attraverso due street view (ai civici 205 e 207) si hanno due immagini molto diverse del luogo in cui Kilauren incontrò Duke. Risalgono al 2012 e al 2014. Nella prima, un cantiere; nella seconda, il palazzo che vi è sorto. Quel che abbiamo raccontato sembra successo mille anni fa.

Il ricongiungimento fra Joni Mitchell e sua figlia è durato poco, c’è chi ha detto che dal 2001 non hanno più rapporti… [2] Sul viso di Joni si è tracciata una ragnatela di rughe così profonde che paiono affiorare dall’interno, mentre su Youtube un video del 2008 di Kilauren documenta la sua cover outdoor della mitchelliana “Morning Morgantown”. Ha un nonsoché di straziante.

Tutto cambia. E tutti – innocenti o colpevoli – non possiamo che constatarlo. Viene in mente quella frase sperduta nel “Taccuino di cinque anni” di García Márquez, quando scriveva “E pensare che tutto questo sarà un giorno abitato dalla morte”. Nel momento in cui si è capaci di fare un pensiero simile, si è cavallo fra presente e futuro, scossi da un brivido di eternità. Non è un happy ending anche questo? Sconfiggere la mortalità delle cose grazie alla potenza evocativa dell’arte? Lo stesso ottiene la buona musica: ti fa riconoscere sempre in una canzone che il tempo non riesce a corrompere. E in fatto di canzoni destinate a restare, la vera mamma di Kilauren ha da dire la sua.

Per la cronaca, Joni Mitchell si è esibita al Luminato Festival del 19 giugno 2013 a Toronto. Dietro di lei sul palco c’era sua figlia Kilauren.
(Barbara Pezzopane)


Note
[1] Mojo, agosto 2008
[2] Malka Marom, “Joni Mitchell: In Her Own Words”, ECW Press 2014


→ Guarda il video che racconta l’incontro fra Joni Mitchell e Kilauren Gibb, con una testimonianza di Herbie Hancock:

→ Guarda la cover di Kilauren Gibb di “Morning Morgantown”:

→ In un’intervista del 2013, Joni MItchell racconta come e perché decise di dare la figlia in adozione:


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