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MUSICA

Franco Fanigliulo, cantautore eccentrico e dimenticato: “quello che inventerò è la verità”

  • 21 aprile 2016
  • 16:44

Mentre Mino Vergnaghi vinceva la pressoché anonima edizione del Festival di Sanremo del 1979 con il brano “Amare”, si affacciò per la prima e ultima volta sul palco dell’Ariston tale Franco Fanigliulo. Ci si presentò con la canzone “A me mi piace vivere alla grande” inserita nell’album “Io e me” e scritta insieme a Riccardo Borghetti e a due autorità della canzone italiana come Daniele Pace e Oscar Avogadro. Il testo e la musica furono subito apprezzati dalla critica e anche da una buona parte di pubblico che riconobbe in questo brano il vero successo del cantante di La Spezia.

fanigliulo

► Franco Fanigliulo (1944-1989). “Un grandissimo istrione e un fantastico cialtrone” lo ha definito Riccardo Borghetti (compositore, ex compagno di scuola e spezzino anche lui) in occasione dell’omaggio che la città ha reso all’amico scomparso intitolandogli nel 2012 il tratto di strada tra via Sant’Andrea e via Fabio Filzi, nel quartiere Pegazzano, dove Franco ha vissuto per un periodo della sua breve e romanzesca esistenza. Figlio di un ufficiale marconista pugliese e di una pianista pisana, dopo gli studi professionali da macchinista navale s’imbarca come ingrassatore per petroliere nel Golfo Persico e poi su carrette del mare che fanno la spola fra il Brasile e l’Italia scaricando a Napoli minerale di ferro. Naviga per otto anni, poi dice basta e fa i mestieri più disparati (dal garzone al pescivendolo, al tagliaboschi). Mette su con le sue mani un ambizioso allevamento di maiali e conigli in mezzo ai boschi sul Bracco, a Pian di Barca, senza tuttavia considerare il piano urbanistico della zona… Finisce a vivere per sei mesi in una baracca poi a Genova a fare il rappresentante per la Brionvega, la storica azienda di televisori, soffrendo in giacca e cravatta prima di darsi alla vita solitaria dei campi a Prati di Vezzano, nel podere di Molinello. La musica lo scopre per caso verso la metà degli anni ’70 a Tellaro, dove nei ritagli di tempo suona chitarra, piano e strumenti vari

Sebbene fosse la sua prima vera occasione di ribalta, c’è da dire che due anni prima la novella discografica Caterina Caselli, fondatrice all’epoca dell’etichetta Ascolto, lo accolse sotto la sua ala producendo insieme a Franco Ceccarelli dell’Equipe 84 il primo album “Mi ero scordato di me”. Ma Fanigliulo era troppo più di un cantante per essere imbrigliato in questa categoria: infatti proprio in quell’anno, il 1977, fece anche il suo esordio cinematografico recitando una piccola parte nel film “Berlinguer ti voglio bene” interpretato da Roberto Benigni per la regia di Giuseppe Bertolucci.

Tra le apparizioni televisive, non moltissime, si ricorda la sua esibizione al programma “Una valigia tutta blu” condotto da Walter Chiari dove dopo un fantastico monologo nonsense, canta in un infimo e divertente playback, “Buffone”, emblema del genio creativo e della mimica teatrale che lo ha contraddistinto. E la critica continua ad approvare il suo lavoro che nel 1980 si manifesta nel terzo album “Ratatam pum pum” in cui figura la musica di Mauro Pagani e in un coro spicca la voce di Loredana Bertè. La carriera di Fanigliulo prosegue tra idee innovative che raramente ricevono riscontri positivi da parte del pubblico, il quale assiste passivamente alle sue successive uscite. Il legame con la Caselli inizia ad affievolirsi e dopo qualche tempo entra fugacemente nella Numero Uno di Battisti. È Shel Shapiro a produrne il Q-disc “Benvenuti nella musica”.

La sua brillante capacità artistica gli permise di entrare in contatto anche con Vasco Rossi, per la cui etichetta Bollicine pubblicò “L’acqua minerale” e “Napoli che fa?” E con Zucchero che nel suo album “Blue’s” lo ringraziò per il contributo ai testi e agli arrangiamenti . Ma proprio mentre stava sviluppando il suo nuovo album “Sudo ma godo” venne stroncato da un’emorragia cerebrale a soli 45 anni, tragica ironia ripensando al testo di “A me piace vivere alla grande” quando recita “ho un nano nel cervello, un ictus cerebrale”. “Sudo ma non godo” uscì comunque postumo col titolo “Goodbye mai” proprio grazie all’intervento di Vasco Rossi e Zucchero.

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 “Figura da vedere più che da ascoltare, Fanigliulo (…) è un personaggio difficile da etichettare, agisce al limite della musica leggera, ai bordi del cantautorato, agli angoli del teatro” (Ciao 2001, 25 marzo 1979). Per lui la mimica aveva una grande importanza: “Sì, anche perché quando scrivo vorrei spiegarmi, ma non sempre riesco a spiegarmi completamente. Ecco perché gesticolo, faccio delle cose. Io spingo molto il fatto fisico, approfittando di me anche a livello visivo, cioè mi strumentalizzo. Ed è anche una gioia che provo, perché forse riesco a dire un po’ di più”. (Ciao 2001, 18 febbraio 1979)

La dissonanza dell’artista con la convenzione musicale italiana di quegli anni gli costò spesso la popolarità che avrebbe invece meritato per la ricerca testuale,  per quella leggera ma non frivola teatralità con cui interpretava i suoi brani, per la sua precisa identità al di fuori di ogni stereotipo. Non agli occhi di tutti, comunque, il suo talento passò inosservato. In un articolo del 2002 di Gianni Lucini, intitolato “Un musico senza eredi”, scritto subito dopo la morte di Giorgio Gaber,  si legge: “Gaber non lascia alcun erede artistico, perché nessuno tra i giovani talenti in circolazione gli assomiglia. Qualche anno fa c’erano un paio di cantautori capaci di coniugare ironia, poesia e capacità di vivere gli umori dei propri tempi”. Ecco, uno dei due era Rino Gaetano e fin qui nessun sospetto. Il secondo aveva proprio il volto e il foulard di Franco Fanigliulo.

Fanigliulo fu un artista “umano”. Fu narratore dell’uomo, delle sue debolezze come dei suoi slanci. Si avvicinò all’idea del teatro canzone ma addirittura fu in grado di creare un genere che sembrava bastare a se stesso. Del tutto distante dalle logiche del mercato discografico restò sospeso nel suo limbo visionario e sperimentale. Risiede in questo la sua forza comunicativa e allo stesso modo la sua non facile comprensione alle orecchie del pubblico. Ha messo in scena le sfumature della vita, con il suo punto di vista ha capovolto normalità e moralità raccontando il “dietro l’angolo” o il “tra le righe”. Si è calato nella comédie humaine con esplosiva ironia e delicata poesia, ritagliando parole sulle silhouette appena visibili degli uomini.

Troppo talento per troppo poca visibilità, si direbbe. Ma sedersi scomposti nei salotti ordinati è spesso una buona idea: soltanto lì, per fortuna, si può essere ignorati e con calma osservare, descrivere, approfondire e raccontare. Che poi non sia la popolarità a sancire le qualità artistiche e umane di una persona è una più che sana consolazione, specialmente per quelli che se ne stanno in disparte, nelle seconde file, a correggere il mondo.
(Alfonso Farina)


 Il sito web dedicato a Franco Fanigliulo contiene una preziosa documentazione biografica, critica e fotografica sul cantautore spezzino

→ Fanigliulo a Discoring nel ’79 in “A me mi piace vivere alla grande”:

→ Fanigliulo a Una valigia tutta blu nel ’79 in “Buffone”:


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