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MUSICA

Devo: il De-evoluzionismo è una dottrina laica che parte dal profondo Ohio per smascherare la stupidità degli uomini-cacca

  • 24 febbraio 2016
  • 12:37

Marcel Duchamp una volta ha detto che se un’immagine non riesce a scioccare non significa nulla. Tanti, nel corso degli anni, si sono ispirati a questa frase con risultati altalenanti. Pochi sono riusciti a rappresentarla in pieno come i Devo, “five spuds from Ohio” che ai loro simili dovevano sembrare extraterrestri o la corporation più strana mai esistita. Gruppo visionario emerso dalle ceneri dell’idealismo anni sessanta e destinato a trascinare l’America in una pazza cavalcata attraverso il materialismo degli anni ottanta (e pure oltre). Pensare che tutto è iniziato ad Akron, grazie all’incontro tra due cervelli curiosi a cui quella cittadina sonnacchiosa nota a tutti come sede della Goodyear stava maledettamente stretta: Gerald V. Casale detto Jerry e Mark Mothersbaugh. Cresciuti vedendo spot pubblicitari e sigle di serie tv senza riconoscersi in quella melassa avvolgente che descriveva un’America perfetta e irreale. Casale suonava il blues e se ne andava in giro per mostre di artisti a tempo perso proponendo la brutale performance di Stomaco e l’Uomo Cacca. Mothersbaugh (il primo in Ohio a possedere un synth Minimoog) faceva cover di Yes e ELP, disegnava fin da ragazzino, era affascinato dalle stranezze, dall’imperfezione e al college aveva creato decalcomanie di teste vomitanti che non piacevano a nessuno tranne che al suo futuro partner in crime (molti dei suoi lavori si possono vedere in un bel libro chiamato “Mark Mothersbaugh: Myopia” a cura di Adam Lerner).

I Devo probabilmente non sarebbero mai esistiti se non fossero accadute due cose. Gli incidenti alla Kent State University del 4 maggio 1970 in cui morirono quattro ragazzi quando la polizia sparò contro gli studenti che protestavano e il “Diamond Dogs Tour” di David Bowie che li ha ispirati con la sua sfacciataggine. Sia Casale che Mothersbaugh frequentavano la Kent State. A quel punto, come entrambi hanno raccontato diverse volte, le alternative erano: vendicarsi entrando in gruppi come gli Weather Underground oppure partorire una reazione dadaista, innovativa. Arruolando amici, conoscenti, i rispettivi fratelli: Bob Casale (Bob 2) e Bob Mothersbaugh (Bob 1) alle chitarre e Jim Mothersbaugh alla batteria, sostituito poi da quel metronomo umano di nome Alan Myers. Obiettivo creare un gruppo, un progetto artistico come reazione alla violenza più insensata. Mettendoci dentro un po’ di tutto: la passione per la musica, per Captain Beefheart, i Roxy Music, quella per le immagini. Presentandosi con addosso strane uniformi, calzoncini da ginnastica anni cinquanta, divise da boy scout, da soldato, da calciatore, tute protettive antiscorie, maschere di gomma, maschere da alieni, calzamaglie, occhiali da optometrista. Eseguendo coreografie ispirate al balletto costruttivista russo (tipo quella di “Uncontrollable Urge” che anche oggi sanno fare precisa al millimetro come al Lollapalooza 2010). Tutti vestiti allo stesso modo per riaffermare il potere del gruppo sul singolo e da “Freedom of Choice” in poi con in testa i famosi flowerpot/coni di energia.

KState shootings

Kent State University, Ohio. Immagini della sparatoria avvenuta il 4 maggio 1970 in cui rimasero uccisi quattro studenti e feriti nove. A destra un dettaglio della foto iconica che fece vincere a John Filo il Premio Pulitzer. Mostra la quattordicenne Mary Ann Vecchio (visibile anche sull’estrema destra nella foto grande mentre accorre), inginocchiata e in preda alla disperazione accanto al corpo di Jeffrey Miller, qualche minuto dopo che il ragazzo è stato colpito a morte dalla Guardia Nazionale dell’Ohio. Gerald Casale e Mark Mothersbaugh erano entrambi studenti alla Kent State all’epoca del massacro

La visionarietà dei Devo, che ha affascinato illustri colleghi come Kurt Cobain, Brian Eno e Iggy Pop, Neil Young e quel Bowie che Casale aveva osservato adorante da spettatore, ha assunto forme diverse nel corso degli anni. In principio fu la Devoluzione da cui i Devo hanno preso il nome. Una teoria filosofico-artistica che profetizzava che la società americana si sarebbe trasformata in un rigido strumento di repressione e tutti i suoi membri avrebbero finito per comportarsi come cloni. Casale & Mothersbaugh la concepirono con l’aiuto dell’amico Bob Lewis frullando a velocità massima religione e pseudoscienza, i fumetti di Wonder Woman, il film “Island of the Lost”, l’ambientalismo ante litteram (caro ai Devo visto che vivevano vicino all’inquinatissimo fiume Cuyahoga) e la sociobiologia, Burroughs e Philip K. Dick. Libri come “The Beginning Was the End” di Oscar Kiss Maerth che credeva che l’Homo Sapiens avesse causato l’estinzione dei Neanderthal mangiandone il cervello, e le opere del Reverendo B.H. Shadduck, in particolare “The Toadstool Among the Tombs” e “Jocko-Homo Heavenbound”. La Devoluzione è stato il modo più veloce che i Devo hanno trovato per mettere di fronte ai propri sbagli un’America ossessionata dal petrolio, dalla guerra e dalla paura della bomba. La rampa di lancio per dire: ehi guardate che il progresso a tutti i costi non funziona. Il genere umano rischia di peggiorare, non di migliorare e voi ci siete dentro fino al collo. Una sonora pernacchia a telepredicatori evangelici tipo Rex Humbard e Ernst Ainsley che guarda caso trasmettevano da proprio da Akron facendo proseliti.

ernst angley

Il televangelista Ernst Angley che trasmetteva da una stazione a sudest di Akron, la cittadina dell’Ohio considerata la capitale mondiale dello pneumatico che ha dato i natali a Mark Mothersbaugh e dove tutto è iniziato per i Devo

Oltre che visionari i Devo sono stati pure pionieristici, nell’uso dei video ad esempio. La componente visiva per loro andava di pari passo a quella musicale da quando nel 1974 avevano visto su Popular Science i primi videodischi intuendo le potenzialità di un mezzo innovativo che non molti anni dopo MTV avrebbe sfruttato appieno. I video dei Devo non erano come quelli di tanti altri gruppi, somigliavano a piccoli film sperimentali che giocavano col montaggio e con la giustapposizione delle immagini. Basta pensare a “In the Beginning Was The End: The Truth About De-Evolution” del 1976 girato da Chuck Statler che ha finito per vincere il primo premio all’Ann Arbor Film Festival l’anno dopo (viene da lì anche la versione originale di “Jocko Homo” con Mothersbaugh versione scienziato pazzo e i Devo che mostrano come nasce una band de-evoluta). Caso particolare quello di “Mongoloid” realizzato in collaborazione col regista d’avanguardia Bruce Conner che, dopo aver visto la band in tour, nel 1978 ha messo insieme immagini tratte da spot pubblicitari degli anni cinquanta, spezzoni di film tipo “Destinazione… Terra!”, b-movies (che i Devo amavano molto) e telegiornali per creare un documentario semiserio su un giovane uomo che cerca di superare la propria disabilità per diventare un membro funzionale della società de-evoluta. E, grazie al montaggio, per far vedere uno spaccato della mentalità del maschio medio americano. Uno degli esempi più fulgidi di come i Devo riuscissero a mettere insieme cultura alta e bassa, unendo satira e argomenti seri. C’è stato “Whip It”, brano anti Reagan e hit per eccellenza, col suo video che prendeva in giro e rovesciava il mito dei cowboy e del machismo americano a suon di frustate; idea nata da un articolo di una rivista erotica anni cinquanta che parlava di un ranch per turisti gestito da una ex spogliarellista con il marito: per intrattenere gli ospiti lui le strappava i vestiti a colpi di frusta nel recinto.

cuyahoga river

 I Devo vivevano vicino all’inquinatissimo Cuyahoga. Nel giugno del ’69 una chiazza di petrolio prese fuoco sul fiume, vicino Cleveland. L’incendio attirò l’attenzione sui problemi dell’ambiente nel paese, spronò il movimento ambientalista e contribuì al varo del Clean Water Act nel ’72. Incendi sul fiume ve ne erano già stati nel 1868, 1883, 1887, 1912, 1922, 1936, 1941, 1948 e nel 1952 (EcoWatch)

Anche le copertine dei dischi, quelle dei giornali (che li adoravano), le apparizioni televisive erano pane per i denti dei Devo e riuscivano a tirare fuori sempre qualcosa di originale. Dalla prima storica apparizione, quella al Saturday Night Live 1978 con “Jocko Homo” e la loro personalissima versione robotica di “(I Can’t Get No) Satisfaction” che ha lasciato l’America a bocca aperta e ha spinto tanti a domandarsi: ma è quella degli Stones? A quelle meno conosciute, tipo una performance da cineteca di “Working In A Coalmine” (aka “Working in the Coalmine” di Allen Toussaint), realizzata con coreografia apposita per il programma australiano Countdown nel’81. Passatempo, quello delle riletture di brani altrui, in cui i Devo indulgevano spesso e con grande gusto, vedi la famosa e già citata “(I Can’t Get No) Satisfaction” dei Rolling Stones piaciuta anche a Mick Jagger ma anche “It Takes a Worried Man”, gustoso rifacimento di un brano folk già noto nelle versioni dei Kingston Trio e della Carter Family, per non parlare del loro Hendrix psichico e mutante di “R U Experienced?” E ce ne sarebbero tante altre. A volte lo spirito da pionieri dei Devo li metteva nei guai tipo quando a MTV si rifiutarono di passare il video di “That’s Good” perché spaventati dalla sequenza della ciambella e della patatina, montata in rapida successione con l’immagine di una donna seminuda e soddisfatta (o forse dallo spreco di carte di credito fatto da Mothersbaugh nei primi secondi, del resto erano gli anni ottanta). In realtà quella sequenza era nata come reazione alle ipersessualizzate pubblicità televisive che davano una versione piuttosto sbagliata delle cose e ben più perversa delle idee dei Devo, che erano conoscitori di riviste come Hustler e lo dichiaravano apertamente. Ma senza musica di video non avrebbero potuto essercene. E quella dei Devo era una musica particolare, precisissima, che elevava la ripetizione a forma d’arte facendo infuriare i tanti che, agli esordi, li accoglievano tirandogli di tutto o pagandoli perché non suonassero. Alan Myers, il batterista storico, era famoso perché teneva con scioltezza assoluta tempi inusuali come 11/8 e 7/8. La chiamavano musica da cavernicoli dello spazio cosmico, basata su chitarre e parti per sintetizzatore da suonare con il pugno non con le dita e suoni come il razzo V2 e colpi di mortaio. Però era anche dannatamente orecchiabile, nel senso buono del termine, con testi costellati di giochi di parole che erano come una ventata di aria fresca in un’America ossessionata dal sesso senza riuscire ad ammetterlo (le citazioni sono inutili, ognuno ha le sue preferite).

devo

Oggi ai Devo va riconosciuto il merito di aver creato una colonna sonora per tanti decontestualizzando l’ovvio, scioccando e divertendo. Di aver rappresentato l’importante suono delle cose che cadono a pezzi e si rimettono insieme. Alla fine ha ragione Dave Grohl quando dice che nel nuovo millennio non siamo ancora arrivati dove i Devo erano negli anni settanta perché erano troppo avanti

I Devo insomma hanno creato una vera e propria mitologia fatta di parole e note per la gioia di tutti i fan, spuds e Devotees vecchi e nuovi. Un mondo che aveva il proprio inno, il “Devo Corporate Anthem”, e qualche pianeta parallelo (i Dove o i The Wipeouters). Abitato da personaggi da film. The Chinaman. Clown. Spazz Attack. Jungle Jim. Booji Boy l’alter ego di Mark Mothersbaugh, il neonato de-evoluto nato ieri e vecchio come una montagna, che viveva in una culla e nel corso degli anni è stato sottoposto a ogni serie di incidenti e situazioni spiacevoli. Morto e resuscitato più volte, decapitato sul palco, sfigurato e mandato in pensione per mancanza di maschere, resta il simbolo più riconoscibile dei Devo (flowerpot a parte). Suo padre era General Boy, capo della De-Evolution Army, interpretato dal vero padre di Mark: Robert Mothersbaugh Sr. (per chi fosse interessato alla storia di Booji e General Boy è spiegata con dovizia di particolari nel libretto del videogame dei Devo “Adventures of the Smart Patrol” del 1996 e in un video profeticamente chiamato “Booji Boy Tunnel of Life”). Tra i fan di Booji Boy e dei Devo, oltre a David Bowie che voleva produrre il loro primo disco “Q: Are We Not Men? A: We Are Devo!” salvo passare poi la mano a Brian Eno perché in altre faccende affaccendato, c’era anche Neil Young. Li ha fortemente voluti al suo fianco in quella cavalcata psichedelica di nome “Human Highway”, film del 1982 che sta vivendo una nuova giovinezza. Ai Devo, che hanno accettato pare solo dopo che Young ha comprato cappelli e stivali da cowboy per tutti (gli stessi poi usati nel video di “Come Back Jonee”), spettava il ruolo di stanchi addetti alla manutenzione di una centrale nucleare tutta speciale e a Booji Boy quello di aprire le danze con la sua parafrasi poetica di Bob Dylan (“the answer my friend is breaking in the wind/ the answer my friend is sticking out your rear”) e chiuderle, con in mezzo la pazza e distortissima jam session sulle note di una “Hey Hey My My” ancora ai primi vagiti (in cui Johnny Rotten diventa Johnny Spud).

devo-freedom-of-choiceE oggi che i Devo la storia l’hanno fatta avendo l’intelligenza di sapersi adattare alle mode restando se stessi e scherzando col mainstream, continuano ancora a incidere album e andare in tour con outfit perfettamente coordinati e un filo più tecnologici (tra cui una chitarra personalizzata a forma di patata) e qualche parte organica in meno (Alan Myers e Bob Casale che hanno raggiunto l’ora del silenzio per dirla come Booji Boy) gli va riconosciuto il merito di aver creato una colonna sonora per tanti decontestualizzando l’ovvio, scioccando e divertendo. Di aver rappresentato l’importante suono delle cose che cadono a pezzi e si rimettono insieme. Alla fine ha ragione Dave Grohl quando dice che nel nuovo millennio non siamo ancora arrivati dove i Devo erano negli anni settanta perché erano troppo avanti. Il loro mondo era più rassicurante di quello vero e lo è anche oggi che le parole di General Boy in “General Boy Visits Apocalypse Now”, scritta nel 1979 e resuscitata nel 2000, suonano stranamente sagge:

“Forse non ve ne siete resi conto ma siamo nel bel mezzo della Terza Guerra Mondiale. Non sono le bombe nucleari quello di cui dobbiamo avere paura; l’arma è il cervello umano, o la sua mancanza, su questo pianeta. Questo deciderà il nostro destino”.

E hanno ragione pure i Devo: la Devoluzione ormai è realtà e loro sono la band che suona sul Titanic prima che affondi.
(Valentina Natale)


Devo: la storia
Jade Dellinger & David Giffels, “We Are DEVO!” (SAF Publishing 2008)
Simon Reynolds, “Post Punk 1978-1984” (ISBN 2010)
Kevin C. Smith, “Recombo DNA: The Story of Devo or How the 60s Became the 80s” (Jawbone Press 2013)
Adam Lerner, “Mark Mothersbaugh: Myopia” (Princeton Architectural Press 2014)
Bruce Conner, MONGOLOID – Art + Music – MOCAtv (documentario)
Devo: The Men Who Make the Music (documentario 1979)
Devo – Robert Hilburn interview  (intervista 1981)
Human Highway (film 1982) https://vimeo.com/129600523
Il Laserdic dei Devo (promo1984) https://www.youtube.com/watch?v=g92Zma7dBsg
Gerald Casale: Oral History of Devo  (documentario 1995)
https://www.youtube.com/watch?v=Mqtfx5_zD9Q 

Devo: la musica
“Q: Are We Not Men? A: We Are Devo!” (1978)
“Duty Now for the Future” (1979)
“Freedom of Choice” (1980)
“New Traditionalists” (1981)
“Oh, No! It’s Devo!” (1982 )
“Shout” (1984)
“E-Z Listening Disc” (1987)
“Total Devo” (1988)
“Smooth Noodle Maps” (1990)
“Hardcore Devo: Volume One” (1990)
“Hardcore Devo: Volume Two” (1991)
“Adventures of the Smart Patrol” (1996)
“Pioneers Who Got Scalped: The Anthology” (2000)
“Recombo DNA” (2000)
“Something for Everybody” (2010) 

Devo: i video
Devo Corporate Anthem
In the Beginning Was the End: The Truth About De-Evolution
Mongoloid
Satisfaction
Whip It
Come Back Jonee
R U Experienced?
That’s Good
Workin’ In A Coalmine live @ Countdown
Fresh
Booji Boy Tunnel of Life
Le chitarre dei Bob (1 e 2) con un pensiero a Bob 2


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