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MUSICA

Crass: i “Gandhi del rock” sono l’anello mancante tra la controcultura hippie e l’urgenza punk. Ma non chiamateli anarchici

  • 3 dicembre 2015
  • 14:50

“Will you talk of freedom when the blood begins to run?
Well, freedom has no value if violence is the price
Don’t want your revolution, I want anarchy and peace”
Crass – “Bloody Revolutions”

“You must learn to live with your own conscience,
your own morality, your own decision, your own self.
You alone can do it. There is no authority but yourself”
Crass – “Yes Sir, I Will”

“Eravamo la prua di una nave che attraversava un mare di stronzi”
Penny Rimbaud


C’è una verso in “Ziggy Stardust” di David Bowie: “The kids was just crass”. Cinque parole un po’ nascoste in una canzone simbolo, parole destinate a sopravvivere al successo di quel brano e ad avere una vita propria. Da queste cinque parole, diciannove lettere in tutto, ha preso il nome una band innovativa dal punto di vista delle sette note e non solo: i Crass, dall’Inghilterra con furore. Anche se più che di band sarebbe giusto parlare di collettivo artistico-musicale, nato dalle ceneri e da una costola di un esperimento hippie chiamato Exit e dalla fusione di personalità profondamente diverse, che amavano nascondersi dietro nomi d’arte per mettere in primo piano il gruppo e non i singoli individui.

crass-today

Gee, Eve, Steve e Penny vivono tuttora nella Dial House, nelle campagne dell’Epping Forest, a sud-ovest dell’Essex. Gee Vaucher e Penny Rimbaud affittarono il cottage per una miseria nel 1967 e quel posto da favola incarnò fin da subito lo spirito libertario e ribelle che di lì a poco avrebbe ispirato i Crass. “L’idea era quella di creare un posto sicuro per la gente. Se non avevi nulla, sapevi che almeno saresti potuto venire qui per una notte, rimetterti in forze, mangiare, bere e magari andartene con una migliore disposizione d’animo”, ha spiegato Gee. Negli anni ’90, dopo una lunga battaglia legale con i proprietari, lei e Penny hanno acquistato la Dial House all’asta e oggi continuano a ospitare persone da tutto il mondo che vogliano confrontarsi sui temi dell’attivismo, della lotta politica, della povertà o partecipare a workshop e performance

Il batterista Penny Rimbaud, socio fondatore ed eminenza grigia dietro a molti degli exploit dei Crass, Pete Wright che suonava il basso, i due chitarristi Andy Palmer e Phil Free. Tre cantanti che si alternavano di brano in brano, di album in album: Eve Libertine, Joy De Vivre e quell’animaccia punk di Steve Ignorant, un ex skinhead reo confesso che ai Crass ha dato il nome e la credibilità di strada. Se poi aggiungiamo Gee Vaucher, che si occupava della grafica, Mick Duffield che curava le proiezioni video presto diventate un classico dei Crass, il tecnico del suono nonché manager John Loder e Paul Ellis, che spesso suonava il piano, il quadro è più o meno completo. Musica, effetti visivi, grafica d’impatto, testi polemici e femministi, singoli venduti a prezzo politico e uno stile di vita libertario. Questi erano i Crass periodo 1977-1984.

Creatori di una musica dura, complessa, distorta e senza compromessi almeno quanto le loro idee politiche. Punk ma senza aderire per forza ai limiti di un certo stile, cambiandolo di continuo per scioccare, colpire, smuovere le coscienze di un pubblico che sembrava addormentato. Contaminatori di professione, finivano per essere lo specchio deformante della società che avevano intorno: rigida, divisa in classi che loro non approvavano e apertamente contestavano. Lo facevano nei dischi, lo facevano attraverso le copertine di Gee Vaucher, veri e propri pugni allo stomaco oggi come allora: dal dipinto in stile collage esistenzialista che accompagnava “Feeding of the 5000” (ancora più brutale era il poster contenuto all’interno, che ritraeva una mano mozzata con sotto la scritta “Your Country Needs You”) all’ironia della bambola gonfiabile in close up di “Penis Envy”, per non parlare poi dei numerosi attacchi a Margaret Thatcher lanciati con la copertina di “Sheep Farming in the Falkland”, le croci bianche di “How Does It Feels to Be the Mother of a Thousand Dead?” e il provocatorio crocifisso di “Yes Sir, I Will”. E questi sono solo alcuni esempi.

penny-rimbaud-this-crippled-flesh

“Ci sono voluti trent’anni perché quello che dicevamo venisse preso sul serio e sento che lo stesso succederà con questo libro che è tanto provocatorio quanto lo erano i Crass trent’anni fa”, ha dichiarato Penny Rimbaud a proposito di “This Crippled Flesh” (Bracketpress 2010). “Di grande ispirazione è stata la collezione di riviste soft porn di Gee, mi colpiva la banalità di quell’erotismo scadente e nel complesso si può dire che si tratta di un libro sulla mercificazione, in particolare delle donne”. O, come recita il sottotitolo, di “uno strano miscuglio di filosofia e spazzatura”

Erano allergici alle etichette e alle regole i Crass, o per meglio dire profondamente insofferenti a quelle imposte dall’esterno, dagli altri, dal sistema (due dei loro pezzi più caustici si chiamano “System” e “Do They Owe Us a Living”, non è certo un caso). Nessuna regola quindi? Non proprio. Regole sì, ma le nostre, non le loro. Regole decise e stabilite in piena autonomia. “There is no authority but yourself”, non c’è altra autorità se non te stesso, come dicevano in “Yes Sir, I Will”. Una visione alternativa delle cose che ha avvicinato spesso i Crass al concetto di anarchia intesa come ordine fondato sulla libertà degli individui, contrapposto ad ogni forma di potere costituito. Ma erano veramente anarchici i Crass?

La loro era una forma di anarchia tutta particolare, che badava alla pratica più che alla teoria. Alle lunghe discussioni sui tomi sacri, sui pregi di Bakunin (“che all’inizio credevamo fosse una marca di vodka”, ha detto scherzando Penny Rimbaud), Malatesta o Kropotkin, i Crass preferivano i fatti, l’azione diretta e rigorosamente non violenta. Provando a far convivere anarchia e pace, termini in apparente contraddizione. Una contraddizione che i Crass hanno combattuto, che hanno cercato di spiegare e con cui hanno tentato di venire a patti per tutta la loro carriera e anche dopo.

Il logo dei Crass, disegnato da Dave King, era la rappresentazione visiva del loro impegno. L’unione di tutto quello contro cui lottavano: la religione costituita (croce cristiana), la politica (bandiera inglese) e il sistema in generale (due serpenti che si mordono la coda) in un bianco e nero essenziale. I Crass sono stati i primi, dopo le grandi industrie, ad usare un logo societario con efficacia, ironizzava Penny Rimbaud e aveva ragione. Quel simbolo rappresentava la loro capacità critica e la voglia di essere indipendenti da tutto, di staccarsi dalla destra del British Movement e del National Front e dalla sinistra del Socialist Workers Party e dei laburisti. L’uomo della strada ha finalmente trovato la sua voce, dicevano i Crass e potevano farlo perché non si limitavano a pontificare o a predicare.

Non si può parlare di Crass senza ricordare la Dial House, cottage del sedicesimo secolo in piena campagna inglese in cui i membri del gruppo vivevano, provavano e registravano, il centro operativo da cui gestivano la loro etichetta (la Crass Records). Un esperimento di cooperazione abitativa che accoglieva (e accoglie visto che esiste ancora) chi voleva entrare. Ma non una comune: termine che i Crass odiavano. Teatro di grandi discussioni, la Dial House. Perché i Crass facevano tutto insieme, sul palco si presentavano come un corpo unico, monolitico, compatto, fatto di individui anonimi vestiti di nero. Fuori dal palco però si confrontavano parecchio. Nemmeno sul fatto se dovessero o meno considerarsi un gruppo anarchico c’era unanimità (Eve Libertine, Gee Vaucher e Joy De Vivre erano per il no e anarchiche non si sarebbero istintivamente definite, Steve Ignorant e Penny Rimbaud per il forse, Andy Palmer e Phil Free si ritenevano alternativi al sistema punto e basta).

gee-vaucher

La stalla della Dial House è lo studio dove Gee Vaucher lavora ai suoi progetti (alla parete uno dei ritratti a olio che compongono la serie “Children”, del 2007). La concezione giocosa e provocatoria di un’arte povera che si crea dal nulla deriva dalla sua educazione: “Mio padre era un grande inventore di giocattoli. Qualsiasi oggetto trovasse per strada, lo portava a casa e lo trasformava in qualcosa di fantastico. E ogni volta io ne rimanevo profondamente colpita”

I Crass comunque cerchiavano la A del proprio nome in tempi non sospetti, quando farlo non era una moda. Il loro rapporto con le frange più tradizionaliste e integraliste del movimento anarchico però è sempre stato burrascoso e difficile. “Non andavo a molte riunioni del cazzo o incontri durante i quali ci si sedeva in semicerchio a vomitare parole su scioperi dei minatori polacchi del 1918 o cose del genere”, ha confessato candidamente Steve Ignorant, che collegava il suo essere “contro” più a Allen Ginsberg, Jack Kerouac o ai film in bianco e nero anni sessanta che a Proudhon (Penny Rimbaud invece si ispirava alle teorie anarchiche ma considerava il suo stile di vita come vero manifesto anarchico).

Penny Rimbaud: “Quello che penso è che non sono i politici a cambiare il mondo ma gente come Cartesio o Nietzsche. Sono convinto che la vera lotta contro l’ideologia capitalista si faccia sul piano culturale perché solo da lì può emergere un senso profondo di legittimazione”

Nemmeno l’anarchismo violento stile Angry Brigade, fatto di bombe e rivolta, faceva per loro. Preferivano altro: impegnarsi per il disarmo nucleare, lottare al fianco del movimento Stop the City, solidarizzare con i minatori messi in crisi dalla politica di Margaret Thatcher. Ma dal movimento anarchico hanno finito per essere adottati, diventandone dei leader seppur molto riluttanti. Raccogliendo fondi col singolo “Persons Unknown / Bloody Revolutions”, registrato insieme alle Poison Girls, per finanziare la difesa di alcuni membri del gruppo Anarchist Black Cross, accusati di aver fabbricato esplosivi e cospirato contro il governo in un processo passato alla storia col nome di Persons Unknown Trial. Suonando spesso in circoli anarchici (tra cui il The Anarchy Centre a Belfast), partecipando alla fondazione del Wapping Autonomy Centre di Londra, organizzando squat gig in case occupate o club in disuso (come lo storico concerto allo Zig Zag nel dicembre 1982). A fianco dei Crass ha presto cominciato a fiorire una scena, quella dell’anarco-punk, ispirata alle loro idee. Sono nati dei gruppi, le Crass bands, che ricalcavano (scopiazzavano, secondo Rimbaud e Ignorant) lo stile degli originali senza riuscire a replicare la loro carica politica e creativa.

crass-logo

“Il logo dei Crass, disegnato da Dave King, era la rappresentazione visiva del loro impegno. L’unione di tutto quello contro cui lottavano: la religione costituita (croce cristiana), la politica (bandiera inglese) e il sistema in generale (due serpenti che si mordono la coda) in un bianco e nero essenziale”

Il rapporto tra i Crass e l’anarchia tradizionale è diventato più stretto in un momento ben preciso della loro storia: l’opposizione dura, senza se e senza ma al thatcherismo e alle sue conseguenze. Se non ci fosse stata la guerra delle Falkland la parabola dei Crass si sarebbe conclusa dopo l’uscita di “Christ – The Album”, il disco più complesso insieme a “Stations of the Crass” e il più amato (anche da loro). Dopo, i Crass sono diventati un gruppo di natura apertamente politica che usava la musica come arma di offesa e di reazione, pianificando tatticamente ogni mossa e ogni uscita discografica per provare a fare la differenza. Non più solo un collettivo musicale ma un sistema operativo che faceva controinformazione (sull’affondamento del cacciatorpediniere Sheffield ad esempio), che divulgava notizie ottenute da fonti indipendenti su quella guerra sporca di cui nessuno voleva affrontare le conseguenze o pagare il prezzo.

Sono finiti pure nei guai i Crass, per la famosa storia del Thatchergate: una finta conversazione tra il primo ministro britannico e il presidente americano Reagan (interpretati da Eve Libertine e dall’attore John Sharian) che avevano realizzato in gran segreto e fatto arrivare alla stampa in forma anonima e che è stata presa per vera dal governo americano e attribuita ad attività di spionaggio del KGB. L’unico modo, secondo Penny Rimbaud, per far circolare informazioni scomode che l’opinione pubblica non avrebbe altrimenti preso in considerazione.

Il loro era ormai diventato un impegno a tempo pieno che costava fatica e cominciava a creare tensioni tra i vari membri. La fine della guerra col suo corollario di patriottismo e il nuovo trionfo elettorale di Margaret Thatcher non hanno certo aiutato. Steve Ignorant ha ammesso che, in quel periodo, aveva una gran voglia di menar le mani e che la disobbedienza civile e politica avrebbe potuto tranquillamente diventare violenta. Si sentivano sconfitti i Crass, sorpassati dalla storia, disillusi dal mondo della musica. L’ultimo concerto l’hanno tenuto nel luglio del 1984 a sostegno dei minatori di Aberdare in Galles. “Una pantomima del cazzo (…) gente che saltellava a destra e a manca mentre intere comunità venivano smembrate”, secondo Penny Rimbaud. Un amaro canto del cigno per un gruppo di bastian contrari a cui perfino l’anarchia andava stretta.
(Valentina Natale)


Bibliografia
Ian Glasper, “The Day the Country Died: A History of Anarcho Punk 1980 to 1984” (Cherry Red Books 2007)
“Realizing the Impossible: Art Against Authority” a cura di Josh MacPhee e Eric Reuland, (AK Press 2007)
George Berger, “La storia dei Crass. Il punk è morto. Anarchia per te!” (ShaKe 2007)

Filmografia
Gordon Carr, “The Angry Brigade” (documentario 1974)
Gordon Carr, “Persons Unknown” (documentario 1980)
Mick Duffield, “Crass, Christ The Movie” (1990)
Alexander Oey, “There is No Authority But Yourself” (documentario 2006)
Roy Wallace, “The Day the Country Died. An Anarcho Punk Film” (documentario 2007)
Bryan Ray Turcotte, Bo Bushnell “The Art of Punk – Crass – The Art of Dave King and Gee Vaucher” (documentario 2013)

Discografia consigliata
“Reality Asylum” (1978)
“The Feeding of The 5000” (1978)
“Stations of the Crass” (1979)
“Bloody Revolutions” (1980)
“Nagasaki Nightmare” (1980)
“Rival Tribal Rebel Revel” (1980)
“Our Wedding” (1981)
“Penis Envy” (1981)
“Merry Crassmass” (1981)
“Christ – the Album” (1982)
“How Does It Feels to Be the Mother of a Thousand Dead?” (1982)
“Well Forked But Not Dead” (1982)
“Sheep Farming in the Falklands” (1982)
“Yes Sir, I Will” (1983)
“Whodunnit” (1983)
“You’re Already Dead” (1984)
“Acts of Love” (1984)
“Best Before” (1984)
“10 Notes on a Summer’s Day” (1984)


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