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MUSICA

Come fu che Pino Daniele (e la sua band) riuscirono a salvare il rock italiano alla fine dei nostri caotici anni settanta

  • 3 gennaio 2016
  • 16:59

Il Palalido di Milano scoppia di gente, quasi cinquemila persone stipano gli spalti all’inverosimile. D’altra parte l’appuntamento è di quelli da non perdere se si contano le migliaia di appassionati rimasti fuori al freddo senza biglietto. È il primo ottobre del 1970 e sono in programma due concerti dei Rolling Stones nello stesso giorno: uno di pomeriggio, l’altro in serata. Charlie Watts si presenta con la maglietta del Milan, Jagger canta e ogni tanto imbraccia una strana chitarra trasparente. Ma fuori le cose precipitano, scoppiano degli scontri fra giovani e polizia e alla fine verranno arrestati 63 “capelloni”.

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Pochi mesi dopo, il 5 luglio 1971, stessa storia con i Led Zeppelin al Vigorelli. Tensione fra il pubblico, lancio di lacrimogeni e concerto interrotto dopo soli 26 minuti. Stairway to hell. Episodi simili tempesteranno gli spettacoli di Lou Reed a Roma e Torino e di Carlos Santana a Milano quando il concerto viene interrotto per il lancio di una molotov. Non va meglio al Festival del Parco Lambro nel ’76 con i musicisti contestati e il palco occupato mentre infuria la solita guerriglia fra guardie e autoriduttori. Perché è questa la parola chiave, autoriduttori.

LA MUSICA GRATIS – Aizzati dalla rivista underground torinese Tampax e dall’agenzia di controinformazione romana Stampa Alternativa, gli autoriduttori si battevano perché la musica fosse gratis per tutti in quella che passerà alla Storia come una delle contestazioni più sconclusionate della cultura giovanile. Molto semplicemente non aveva alcun senso esigere l’intrattenimento gratuito quando centinaia di persone ci lavoravano dentro (chi le avrebbe dovute pagare, lo Stato?). Eppure a quei tempi la scintilla eversiva poteva condizionare gli eventi pubblici anche a scapito della logica elementare.

IL 1977 IN ITALIA – Quando nel 1977 uscì il primo album di Pino Daniele, “Terra mia”, in Italia gli appassionati di rock avevano poca voglia di ascoltare musica italiana. Mentre le strade erano agitate dai cortei movimentisti, mentre l’utopia terrorista si faceva manovalanza fra i martiri della DC, le illusioni del popolo si erano spente con la fine di Carosello per riaccendersi poco dopo con il Portobello di Tortora. Ma c’era poco da ridere in quegli anni di piombo quando ci si ammazzava a destra e manca in una trafila di vendette. I più snob li vedevano come una degenerazione dei ragazzi della via Paal, i più lucidi ne raccoglievano le istanze ma non ne capivano le maniere.

Del resto, l’inquietudine era globale. In Inghilterra e a New York c’era il punk ma la silhouette deperita di un Johnny Rotten aveva poco a che fare col profilo pasciuto dei nostri giovani dissidenti. E per quanto tossico e antagonista, il sottoproletario all’italiana era capace semmai di sfotterla la Storia come dimostravano Freak Antoni e i suoi Skiantos. Peraltro, il punk non andava completamente giù alla sinistra ed era costretto a muoversi quasi in clandestinità.

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La band di Pino Daniele nella sua storica formazione. Da sinistra: Tony Esposito, Tullio De Piscopo, James Senese, Pino, Joe Amoruso e Rino Zurzolo

TEMPI DURI – Per i giovani musicomani italiani erano tempi duri. Non si riconoscevano appieno nel punk e si cibavano regolarmente di radio libere e dischi d’importazione. Intanto, Sanremo era in disgrazia e prima che la moda cominciasse a speculare sul credo sex, drugs and rock’n’roll, i tifosi del rock vagavano malinconici in quella “terra e nisciuno” in cui si era trasformata la nostra musica. Era passata l’alterna stagione del progressive italiano, mentre il cantautorato dei vari De André, Guccini e De Gregori era poco attraente agli occhi empi del rockettaro medio, foss’anche all’amatriciana.

Poi un ragazzone tutto scarmigliato ci apparve in televisione.

UN’APPARIZIONE – Fu che un tale Pino Daniele si presentò su RaiUno accompagnato da un percussionista che pareva uscito da una sceneggiata. Con Tony Cercola fecero dal vivo “Maronna Mia”, “Napule è”, “Che calore” e la nostra musica rock non fu più la stessa. Quel gran figlio di un portuale napoletano non era come tutti gli altri, tanto che solo qualche anno dopo si sarebbe detto “nero a metà”.

Fu così che Pino Daniele cantò soltanto alcune parole e noi fummo salvati. Noi che “ci avevano cancellati” dai tour delle rockstar straniere e che un po’ ci annoiavamo a sentire le parole in musica dei cantautori (ma perché non scrivevano un libro?), noi che avremmo dovuto aspettare fino al ’79 per vedere di nuovo la grande musica live con i concerti di Patti Smith a Firenze e Bologna. Ebbene, quel buco, quella indebita sospensione furono colmati da Pino Daniele. Ma non solo da lui.

LA BAND – Da noi non esisteva il precetto per cui un cantautore dovesse avere un gruppo. Anche perché Pino non era propriamente un cantautore, non era accostabile, che so, a Lucio Dalla. Non aveva lo stesso backgroud intellettuale, la stessa estrazione, la stessa eloquenza, lui era un puro istintivo (come Modugno e Battisti, altri immensi cantautori che non erano cantautori). Un tempo simili creature erano chiamate poeti e avevano una lira al posto della chitarra.

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James Senese: “‘A poesia che teneva. Cioè o’ linguaggio ca isso è riuscito a mettere assieme molto semplice, ma overo. ‘Chi tene ‘o mare ‘o ssaje nun tene niente’ è ‘na parola molto forte, pesante, ‘e capito?”

Da noi non c’era mai stata questa visione corale della musica, il concetto di “jam”, questa abitudine a confrontarsi con un gruppo di lavoro capace di aggiornare le invenzioni del proprio leader. Al massimo, c’era stata l’intesa fra Renato Carosone e il suo formidabile batterista Gegè Di Giacomo, roba del genere. Invece Pino Daniele veniva dal blues e dal jazz. Li aveva sentiti (e suonati) nella base NATO di Bagnoli, lì anche solo origliando aveva scoperto come può essere interessante concedere il tuo spartito a chi ti aiuta a suonarlo. E aveva pensato a una band che potesse far crescere ancora le sue canzoni. Una band di fuoriclasse, possibilmente.

Accorsero i migliori musicisti di Napoli. Guaglioni già piuttosto esperti che si inchinarono al suo genio e ne sorvegliarono il canone specie dopo l’album “Vai mo’”. Tullio De Piscopo veniva da una famiglia di batteristi che si era fatta le ossa con gli americani di Napoli e aveva suonato molto jazz con Franco Cerri e Pino Presti. James Senese era il vero nero a metà del gruppo: figlio di un soldato americano e di una napoletana, aveva fatto rhythm’n’blues con gli Showmen e poi aveva come fondato il jazz-rock all’italiana con i Napoli Centrale (con i quali Pino suonò brevemente il basso). Tony Esposito, era “il” percussionista per eccellenza in Italia, una figura con pochi precedenti che aveva collaborato con i nostri migliori artisti pop-rock e pubblicato album di successo critico come “Gente distratta”. Joe Amoruso, il più giovane a nemmeno vent’anni, era già l’enfant prodige delle tastiere napoletane. Rino Zurzolo, contrabbassista e bassista elettrico, aveva debuttato nel progressive con i Città Frontale e suonava con Daniele dai tempi di “Terra mia”. In sostanza, erano i galacticos del rock italiano e con loro si perfezionò un genere di musica che col tempo fu chiamato “blues metropolitano” o “tarumbò”, come lo stesso Pino amava dire.

I TOUR E GLI SCIÒ – In un periodo in cui la musica dal vivo era quasi una chimera per chi voleva tornare a casa sano e salvo, Pino Daniele e la sua band furono una liberazione. Istruiti a dovere dal manager Willy David, pensarono a quella che si sarebbe rivelata una specie di campagna elettorale. Si dedicarono anema e core a tournée infinite su e soprattutto giù per l’Italia portando per la prima volta da noi la filosofia on the road del rock. Una condizione dello spirito e del corpo che riesce a iniettarti non solo la musica ma anche tutto quello che l’ha sfogata: la ragione, le radici, il contesto. Pino lo sapeva quando cantava: “Quell’autostrada è un muro pieno di felicità ed io rimango sveglio cercando qualcuno che vuole fumare a metà”.

Alla faccia della tradizione metropolitana della critica musicale, Daniele e compagni si lanciarono in concerti lunghi e affollatissimi nel cosiddetto paese reale. Esaltarono la cultura del campo sportivo, così autenticamente provinciale da poter fare quasi a meno della cultura urbana degli stadi. Suonarono ovunque con lo stesso entusiasmo e lo stesso seguito, che fossero a Scicli o a Scalea. In quegli anni la carovana di Pino Daniele significò gioia e rivoluzione per migliaia di ragazzi a secco di concerti. Di fatto, quei tour continui scanditi da cene tarde e pullman abitati, scalette cangianti e improvvisazioni, salvarono il nostro il rock. Del resto la pozione magica di Daniele per cui sembrava inevitabile l’incrocio fra la nostra melodia e le ritmiche jazz, fra la poesia dei vicoli e qualsiasi bluesman americano, era una soluzione sì compromissoria ma al tempo stesso naturale. Prima di Vasco Rossi, Ligabue o Jovanotti, Pino Daniele ha emancipato la musica dal vivo, l’ha resa impeccabile e informale, l’ha svuotata del patetico divismo sanremese e l’ha riempita di terra e mare. Anche grazie alla sua magnifica band. E questo spiega come il rockettaro denoantri se mai ascoltasse musica italiana, ascoltasse solo Pino Daniele.

OGGI – Passati quasi quarant’anni, il 3 febbraio 2015, a poco meno di un mese dalla sua scomparsa, Raidue ha dedicato a Daniele una puntata speciale di “Unici”, il programma di Giorgio Verdelli. E solo Verdelli poteva riuscire in un’impresa simile, tanto fulminea e nutriente. Lui che con Raffaele Cascone, Renato Marengo, Gino Castaldo, Ernesto Assante e Federico Vacalebre rappresenta la migliore tradizione della critica rock partenopea.

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► Tony Esposito: “Dopo aver fatto tante esperienze, Pino ha deciso di riunire questa grande famiglia, di sedimentare quella collaborazione che in realtà non è mai stata così realmente storicizzata. Incontrandolo in un negozio di strumenti musicali a Roma, mi ha proposto: Perché Tony non collaboriamo di nuovo? Perché non fai una telefonata ai nostri amici? E io ho chiamato di nuovo Tullio. E Tullio ha chiamato James e ci siamo messi insieme di nuovo. Abbiamo fatto ancora dei concerti fantastici. Erano passati trent’anni. Sul palco, abbiamo usato le stesse posizioni che avevamo trent’anni prima. Questa volta i genitori venivano accompagnati dai propri figli a sentirci”

“Unici – Tu dimmi quando” è una carrellata molto emotiva su un artista e le sue fondamenta. Racconta la voce più intensa di una Napoli moderna eppure immutabile con testimonianze precise, malgrado la commozione generale. Considerati i tempi in cui è stato realizzato, si tratta di un documentario assai curato nelle vesti, bella la fotografia, efficace il montaggio e tutt’intorno un’idea di regia che non è abituale nei corrivi palinsesti tv. Ma naturalmente prevale il senso di perdita, un lutto strisciante che però riesce a elaborare lo scoramento, soffocando quel gemito di troppo che di solito finisce col ridurre il dolore in folklore.

Ci sono tutti: Enzo Avitabile, Eros Ramazzotti, Edoardo Bennato, Roberto De Simone, Toni e Peppe Servillo, Mario Martone e molti altri. Enzo Gragnaniello torna nella scuola elementare in cui era compagno di classe di Pino e nel vicino Bar Battelli di “’Na tazzulella ‘e café”. Rosario Jermano, Peppe Lanzetta e Gino Giglio si ricordano della Pizzeria del Gallo al rione Sanità dove Pino scriveva le prime canzoni scarabocchiandole sui tovaglioli.
Sembra bastare e avanzare quello che dice Lina Sastri: “Alla fine Pino Daniele è ritornato a essere quello che è sempre stato, musica e versi”. Invece non basta.

IL MASCHIO ANGIOINO – Quando sembra che ogni messaggio sia stato recapitato e il tramonto napoletano incomba, promettendo comunque altro sole, quando si ha come la sensazione di essere sazi di ricordi talmente intensi, ci si ritrova d’incanto al Maschio Angioino e si capisce che la musica non è finita e che gli amici non se ne vanno.

Si vedono arrivare uno a uno nel cortile della fortezza, oggi: James Senese, Joe Amoruso, Tony Esposito, Rino Zurzolo e Tullio De Piscopo con gli anni addosso ma belli di tutto quello che hanno suonato, col passo cauto e lo sguardo intorno a misurare la scala in piperno, le torri in tufo e la cappella Palatina. Sulle note di “Wild is the Wind” di Nina Simone, avanzano verso il centro della corte, non una parola, appena scapigliati dal vento. Poi si fermano nel bel mezzo del cortile di fronte al porticato, solo Joe Amoruso è un po’ discosto con gli occhi in giro che si sfrega la sciarpa mentre la voce di Pino dice “Notte che se ne va”. A un certo punto, sono stati loro a prendere per mano la musica italiana e sono stati così gentili da portarcela a casa.
(Gianluca Bassi)


Guarda la sequenza del Maschio Angioino in “Unici – Tu dimmi quando”:


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