SPORT

Calcio e guerra: il campo di Mostar

Oltre la rete, una distesa di mine

Siamo in Bosnia, allo scadere del millennio. Ospiti di Nedim, poeta e calciatore, che ci accompagna a piedi lungo le strade di Mostar. Dobbiamo raggiungere la Neretva, il fiume dalle acque verdi. È lì che gli altri stanno aspettando Nedim per una partita di calcio. Il campo è circondato da una bassa recinzione metallica.

di ROSARIA TENORE


Nedim quasi non ci crede. Pensava che, le nostre, fossero promesse a perdere, di quelle che fanno sperare e poi, immancabilmente, deludono. Invece, eccoci qui, appena sbarcati da un’auto in affitto, sfigurata dalle insolenze di un interminabile viaggio tra la neve e il fango delle montagne intorno a Sarajevo. Italiani con la sigaretta tra le dita e le labbra bianche di freddo. Stranieri a Mostar est, Bosnia Erzegovina, in questi ultimi gelidi giorni del millennio che passa. Nedim sorride, ci stringe le mani, ci parla nella nostra lingua, appresa in Italia durante il suo esilio di profugo di guerra. Dal lungo cappotto nero, sbottonato, avanzano le ampie volute della sciarpa di lana grigia che gli sfiora le ginocchia. Altissimo, curva le spalle lievemente in avanti ad ogni staffilata dell’impietosa bora che, dall’alba di stamattina, sta spazzando il cielo mostarino. Gli altri amici poeti lo aspettano al campo di calcio. Per giocare a pallone, dice lui. Per festeggiare il ritorno in patria. Per arrivarci, bisogna attraversare tutta la città. Ossia la parte orientale della città, la zona riservata ai bosniaci di fede musulmana. L’altra, quella toccata ai croati, si allarga a occidente, al di là di un viale, ora disalberato, che ne fissa i recenti confini.
Nedim subito si incammina, e noi dietro a lui. L’aria è azzurra, tersa. Le colline basse, talmente vicine da sembrare finte, mostrano volti brulli e aride occhiaie dai riflessi violacei. È da qui che è discesa la morte, spiega Nedim. Dodicimila vittime in tre anni di assedio. Ci guardiamo intorno. Non c’è una strada, non c’è un muro, non una casa che non riveli l’affronto dell’artiglieria serbo-croata. Ovunque, dal selciato ai tetti, le ferite ancora fresche dei cannoni. Case distrutte, edifici mutati in scheletri neri, facciate in ginocchio sul nulla. È cresciuta l’erba là dove una volta c’erano delle stanze, in quello che è stato un focolare ora vivono famiglie di gatti. Tutto sembra irreale. Come essere nella scena di un film. Leone, il fotografo che mi accompagna, è sconvolto. Era venuto qui per documentarsi, era venuto a fare domande, eppure adesso non fiata. Gli occhi di Nedim sovrastano severi il suo sgomento, e lui rimane così, in silenzio, con la macchina fotografica spenta tra le mani. Si prosegue controvento, senza parole, divorando con le pupille semiaperte ogni fotogramma di questa inumana pellicola. A stento riesco a dominare l’angoscia che mi prende. Passa una macchina della polizia locale che osserva incuriosita. Dietro, un automezzo dell’esercito canadese. Più avanti, come incalzati dal puntiglio di una dignità negata, ecco manifestarsi i primi segni della ricostruzione. Il piccolo ufficio della banca, qualche negozio, l’albergo dei funzionari ONU, una moschea, la pizzeria Napoli. La gente va a piedi, compra i dolci per l’ultima notte dell’anno, si ferma in strada a chiacchierare. Davanti a una pasticceria un bambino e la sua mamma giocano a rubarsi una pasta al cioccolato. Nell’andare verso il campo di calcio, la bellezza degli uomini e delle donne di Mostar allontana dai miei occhi l’orrore di poco prima. Stempera i pensieri, vi mescola differenti emozioni.

In direzione del centro, nella città vecchia, il mercato ingoia i nostri corpi esitanti tra vasi di miele e ceste colme di spezie multicolori. Italiani! Esclama un gaio venditore di caci. Milan? Inter? Chiede in un frasario improvvisato e buffo. Milan, dichiara con forza Leone. E giù applausi da tutte le bancarelle. Ridiamo, mentre l’uomo dei formaggi declama qualcosa riguardo l’allenatore di quella squadra. Quando usciamo dal mercato pare sia sbollita la furia del vento. Così, mentre ci addentriamo nel suk, sembra che faccia anche più caldo. La luce accecante del sole si riversa sopra i bazàr, facendone scintillare la mercanzia di rame. Nei pressi dei caffè e delle locande l’aria sa di braci accese. Dalle architetture arabeggianti di un piccolo ristorante arrivano le note di una melodia bosniaca. Da un altro, una canzone di Eros Ramazzotti. Ora non siamo molto lontani dal campo di calcio poiché là in fondo, proprio davanti a noi, ci dovrebbe essere il fiume. Lo scopro scorrendo la mappa che soltanto adesso, grazie alla tregua del vento, riesco a tenere aperta. Difatti, ancora pochi metri, ed ecco finalmente la Neretva, il fiume dalle acque verdi . Dice lo scrittore Erri De Luca che “una volta a Mostar c’erano i ponti e che sotto passava la Neretva come un cavallo verde che aveva molte selle. La più bella era bianca, di pietra ’tinelia’ e così alta che pareva una mezza luna. Così gli innamorati di Mostar avevano due lune per andarsi a baciare”. È vero. Un tempo qui c’erano i ponti di pietra che si infiammavano d’oro ad ogni tramonto. Oggi, l’emergenza del dopoguerra ha incatenato le sponde divise a campate di legno, di modo che, dall’ansa più alta del fiume, si può scorgere il verde destriero che galoppa schiumando sotto queste alate passerelle. Va in Adriatico a rimpiangere i melograni e le rose di Mostar. Anche la sua più leggiadra sella, lo Stari Most, l’antico ponte, è stato fatto a pezzi dalla follia di barbari. Ne resta solamente un moncone deturpato proteso nel vuoto. Nedim dice che resterà così com’è. Per sempre. Lo dice senza guardarlo, come se temesse di rimanere ferito da un non lontano ricordo.

Ancora pochi minuti e avvistiamo il campo sportivo. Non è molto ampio, ma è ben tenuto, erboso, recintato ai quattro lati da una bassa rete metallica. Gli amici di Nedim ci vengono incontro impazienti. Prima Mehmed, Marko, Veselin, poi gli altri, seguiti dallo sguardo acceso di numerose ragazze ferme ai bordi del campo. Eccoli qui i poeti di Mostar. Dopo aver ricevuto in Italia i loro fogli clandestini, consegnati alla nostalgia dei profughi, è finalmente arrivato il momento di incontrarli di persona. Questi ragazzi poeti, riaffiorati dall’inferno delle cantine e dei campi di prigionia, ora mi regalano la loro allegra incredulità. Non pensavano che la poesia potesse racchiudere un appello tanto possente.

Adesso però basta poesie! È tempo di giocare. Nedim si toglie sciarpa e cappotto, li depone a terra e si avvia di corsa verso il centro del campo mentre, con un elastico, va legandosi alla nuca i lunghi capelli crespi. Dopo il fischio d’inizio, la partita va a collocarsi immediatamente a sinistra del campo dove Nedim, ricevuto il pallone non so da chi, prova a piantarlo in rete e… sarebbe uno a zero se il portiere non fosse un fulmine. Allora la tifoseria comincia a urlare, la squadra avversaria si scalda, va a riprendersi la palla e sposta velocemente il gioco nella parte opposta del campo. La partita va avanti così, di qua e di là, tutta balzi, corse e scatti. Sembra una danza ritmata dalle  sfrenatezze di una chitarra bosniaca. Osservo le ragazze poco distanti da me. Attraverso le larghe maglie della rete metallica  non si lasciano sfuggire  un solo gesto, un muscolo, una sola goccia di sudore dei loro giocatori poeti. Sono bellissime e hanno negli occhi il verde della Neretva e monili di desideri fra i capelli.

A un tratto mi accorgo di qualcosa che prima non avevo notato. Adiacente al campo sportivo, di fronte a dove siamo noi adesso, si distende un secondo campetto di calcio, separato dal primo da un lungo nastro di plastica bianco. Dal terreno, sparsa in mezzo a ciuffi di erba e cespugli secchi, spunta una selva di paletti gialli, collegati tra loro da strisce di candida plastica. Resto immobile, atterrita. Rapidamente metto a fuoco il pensiero che diventa ghiaccio: laggiù è ancora pieno di mine. Qui si sta giocando una partita di calcio. E se il pallone cade di là?Intorno è tutto tranquillo. Vedo le ragazze che sognano, vedo i poeti che giocano, vedo Leone che fotografa. Stanno arrivando persino dei bambini usciti da una scuola. Oltre a me, non c’è nessun altro nelle vicinanze che si dia pena per quella cosa lì. All’improvviso esplode la tifoseria. Nedim ha segnato un gol, di testa. Sfido! È talmente lungo che non poteva segnare in altro modo. Marko gli salta addosso intanto che Veselin raggiunge entrambi di corsa per stringerseli al petto. Mehmed, che per ragioni tecniche oggi gioca contro i propri amici, dà di matto per loro. Io invece non mi muovo di un pollice e resto incollata al freddo.

Poco dopo, durante la pausa fra i due tempi, gli chiedo se caso mai ci fosse un altro posto per giocare all’infuori di questo. Non c’è altro posto, mi fa. E se il pallone finisce di là? Domando indicandogli i paletti gialli. Non problema per palla, problema per uomo no per palla. “Guarda”, aggiunge dopo un po’ mostrandomi una sacca piena di palloni, “partita non finisce, continua sempre”. E se ne va a giocare il secondo tempo portandosi via la mia paura.


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