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Moustapha Akkad sapeva raccontare (e filmare) la Storia dal punto di vista degli arabi

  • 25 gennaio 2018
  • 10:28

Rari sono stati i tentativi di rappresentazione cinematografica del mondo arabo e dell’Islam da una prospettiva orientalista, i più riusciti sono senz’altro quelli di Moustapha Akkad, regista arabo-americano di origine siriana, che in due film ha voluto raccontare la storia dal punto di vista degli arabi. In Italia il più conosciuto è probabilmente “Il leone del deserto”, film sulla resistenza libica all’impero coloniale italiano, guidata dall’eroe Omar al-Mukhtar (interpretato da un grande Anthony Quinn).

moustapha-akkad

Moustapha Akkad (a destra) con Anthony Quinn sul set de “Il messaggio”. Quando uscì la versione in inglese del film, nel 1977 (quella in arabo è dell’anno precedente), un gruppo armato di musulmani hanafiti assaltò vari edifici a Washington, prendendo oltre cento ostaggi (un giornalista e un poliziotto saranno uccisi) e chiedendo, tra le altre cose, la distruzione della pellicola. Gli ambasciatori inviati dall’Egitto, il Pakistan e l’Iran (dove cominciavano le proteste che avrebbero portato alla rivoluzione islamica) riuscirono a risolvere la crisi, ma la prima americana del film fu annullata

Per vent’anni il condottiero libico riuscì a mettere in difficoltà l’esercito italiano in Cirenaica che, dal 1925, fu governata dallo spietato generale Graziani.

Realizzato nel 1981 con cospicui finanziamenti da parte di Gheddafi, il film fu censurato dall’allora premier Andreotti perché giudicato lesivo dell’onore dell’esercito italiano e contrario alla bonaria immagine degli “italiani brava gente”. Fu poi trasmesso su Sky nel 2009, in coincidenza con la visita di Gheddafi a Roma per la firma del trattato di amicizia.

Ma più importante nell’opera di Akkad fu il film “Il messaggio”, ricostruzione storica delle origini dell’Islam, dalla rivelazione del Corano al profeta Maometto alla riconquista della Mecca da parte dei musulmani.

Lo stesso regista, in un’intervista, confessa che ha fatto il film per un motivo personale: “essendo io stesso un musulmano che ha fatto carriera in occidente, ho sentito che era un mio obbligo, un mio dovere narrare la verità sull’Islam. È una delle religioni più seguite, ma si sa molto poco al riguardo, cosa che mi ha sorpreso. Ho pensato che dovessi narrare la storia, che colmerà questo vuoto tra oriente e occidente”.

L’accuratezza della ricostruzione storica è stata certificata da autorità religiose del Cairo e da studiosi sciiti a Beirut; per questo motivo, ad esempio, Maometto non appare mai nel film perché la sua rappresentazione in qualunque forma è vietata nell’Islam. Per ovviare a questo inconveniente è stata usata la soggettiva. Nel film sono presenti lunghe riprese contemplative del deserto nella sua incantevole e seducente bellezza che richiamano inevitabilmente “Lawrence d’Arabia” di David Lean, un autentico riferimento per il regista siriano.

Moustapha Akkad è morto nel 2005 vittima di un attentato suicida di Al Qaeda ad Amman, in Giordania. Negli ultimi due anni della sua vita stava progettando un film su Saladino, il guerriero musulmano del medioevo che cacciò i crociati europei dal Medio Oriente. La tragica morte di Akkad non fa che testimoniare come lo scontro sia dentro le civiltà, tra fondamentalisti e moderati, e non tra civiltà.
(Enrico Papitto)


IL MESSAGGIO (LIBIA, MAROCCO, LIBANO, KUWAIT, REGNO UNITO, 1976)
Regia Moustapha Akkad; soggetto e sceneggiatura H.A.L. Craig, Tewfik El-Hakim, A.B. Jawdat El-Sahhar, A.B. Rahman El-Sharkawi, Mohammad Ali Maher; fotografia Said Baker, Jack Hildyard, Ibrahim Salem; con Anthony Quinn, Irene Papas, Michael Ansara, Michael Forest

Akkad racconta la lavorazione del film:


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