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La pena di morte diventa un business chimico. L’Europa nega il Pentothal agli Usa e i condannati muoiono in maniera atroce

  • 3 marzo 2015
  • 11:54

Da quando, nel 2011, l’Unione europea ha rafforzato il divieto d’esportazione negli Stati Uniti del Tiopental sodico, barbiturico ad azione ipnotica più noto come Pentothal che, insieme al bromuro di pancuronio e al cloruro di potassio, forma il cocktail più impiegato per le condanne capitali, i 32 Stati americani in cui è ancora in vigore la pena di morte hanno cercato vari modi per aggirare un provvedimento che, delineandosi come un vero e proprio embargo, costituisce un odioso affronto per una potenza prepotente come quella americana.

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Charles Warner, a sinistra, e Clayton Lockett. I due avrebbero dovuto essere giustiziati lo stesso giorno ma degli “imprevisti” nell’esecuzione di Lockett hanno costretto il medico del carcere a rinviare la seconda condanna. A Lockett è stato iniettato un anestetico, il midazolam, alle 18.23; quindi è stato dichiarato “privo di sensi”. Quando però è iniziata la somministrazione del primo dei due farmaci letali il corpo di Lockett ha cominciato a contrarsi. Piedi e gambe si sono mossi e sembra che l’uomo abbia inutilmente tentato di sollevarsi, ansimando e pronunciando due parole: “Oh, man”. Quanto avvenuto nella camera della morte di McAlester non è ancora del tutto chiaro, dal momento che i funzionari della prigione hanno subito tirato la tenda che separa il luogo dell’esecuzione da quello dove sono raccolti i testimoni, tra cui gli avvocati di Lockett

Prima che le scorte del farmaco letale si esauriscano o raggiungano la data di scadenza (il Pentothal può essere conservato per quattro anni), molti boia di Stato stanno tentando di ottenere l’assenso dei Tribunali a riesumare metodi come la sedia elettrica, il plotone d’esecuzione o l’impiccagione. Nel frattempo, ricorrono a produttori e distributori di farmaci non autorizzati e a mix letali mai testati e meno efficaci che in più di un’occasione hanno provocato nei condannati morti lente e scandite da sofferenze atroci.

Insieme a quello di Joseph Wood in Arizona e di Dennis McGuire in Ohio, uno dei casi più drammatici è stato quello di Clayton D. Lockett, trentottenne afroamericano condannato alla pena capitale nel 2000 per aver rapito, stuprato e sepolto viva una giovane donna. Ebbene l’uomo, la cui esecuzione era prevista alle 18.30 del 29 aprile 2014, fu dichiarato morto solo alle 19.06, ovvero quasi tre quarti d’ora dopo la somministrazione del primo farmaco, che fu poi anche l’unico usato visto che di fronte ai dolori strazianti di Lockett si decise di sospendere l’esecuzione. Lui morì comunque, ma per arresto cardiaco. Il direttore delle carceri dell’Oklahoma, Robert Patton, si affrettò a precisare che quel che era accaduto non era dipeso dai farmaci, ma dal fatto che la vena dell’uomo era scoppiata nel punto in cui era stata fatta l’iniezione, impedendo al sedativo di agire in modo corretto. Successive indagini lo smentiranno.


“Una scena raccapricciante, difficile da sopportare, è stato come assistere a una tortura”, hanno raccontato gli avvocati di Lockett, presenti durante l’esecuzione


Quel giorno la terribile fine di Lockett ha allungato la vita – o meglio l’attesa – di un altro detenuto, Charles Warner, la cui condanna era prevista due ore più tardi, secondo la procedura delle “esecuzioni multiple” (procedura che, dopo essere stata abusata nel Texas dell’era Bush, era stata sostanzialmente bandita negli altri Stati). L’imprevista agonia di Lockett ha costretto invece il carcere a rimandare la seconda esecuzione prima di quattordici giorni e poi, tra rinvii vari, di nove mesi, fino al 15 gennaio 2015, quando il penitenziario di McAlester in Oklahoma (lo stesso descritto da Steinbeck nelle pagine iniziali di “Furore”) ha ricominciato proprio con lui a depennare le condanne accumulatesi in agenda dopo l’“incidente Lockett”.

A Warner sarà iniettata una dose di sonnifero cinque volte superiore a quella che fu somministrata a Lockett. Morirà senza intoppi tra il clamore di polemiche sempre più accese (ma dalla debolissima eco internazionale) e l’irremovibile indifferenza dei parenti delle vittime che continuano a pensare che la morte sia “quello che questa gente si merita”.
(G.Bo.)


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