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In Giappone sulle tracce degli “evaporati”, gli scomparsi volontari. Ogni anno se ne contano centomila

  • 30 gennaio 2018
  • 15:52

“Johatsu” è l’appellativo con cui s’identificano “gli evaporati”. In un Paese dove i lacci della tradizione si annodano quotidianamente alla rincorsa del futuro perché l’equilibrio tra onore e coraggio possa restare in piedi, esiste infatti una parte della popolazione che, senza preavviso alcuno, questo equilibrio decide arbitrariamente di annullarlo, molla gli ormeggi e sparisce.

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Villaggio di Shirakagawa-go, prefettura di Gifu, Patrimonio Unesco. Ogni anno in Giappone circa centomila persone organizzano la loro sparizione (Ph. Alfonso Farina)

A volerne stabilire un principio, più che altro visuale e non sostanziale, lo si potrebbe datare 1967, anno in cui un film di Shohei Imamura“Ningen Johatsu” (Evaporazione dell’uomo), rende finalmente pubblico quel fenomeno che in Giappone si era mantenuto per lo più sotterraneo, sicuramente conosciuto, ma ancora assolutamente in una forma gassosa. Quella che dalle parti nostre chiameremmo omertà. D’altra parte, lo sguardo e l’analisi di Imamura – due volte Palma d’oro al Festival di Cannes con “La ballata di Narayama” (1983) e “L’anguilla” (1997) – erano e rimangono molto autorevoli.

Ogni anno in Giappone circa centomila persone organizzano la loro sparizione. Tanto per rendere l’idea, centomila anime rappresentano lo 0,08 per cento della popolazione dell’arcipelago. Alcuni tornano a casa, altri (nella misura impressionante di trentamila persone) finiscono per suicidarsi, altri anocra – la maggioranza – latitano nei bassifondi di Tokyo, Osaka o Nagoya lavorando illegalmente nei cantieri o per la Yakuza, la potentissima mafia giapponese.

Una spiegazione per una scelta talmente radicale, naturalmente non la sola, può ritrovarsi spesso nello smarrimento del concetto nipponico di orgoglio, nella vergogna di non aver realizzato il dovuto, magari in relazione a un fallimento familiare o professionale. E così si rinuncia alla famiglia, al lavoro, sommariamente a tutta una prima vita.

E ci si tuffa in un sottobosco ritroso e quasi rarefatto dal quale riemerge solo una minoranza qualche tempo dopo cambiando nome, residenza, mestiere.

Così come nella realtà dei fatti, il film di Imamura impone, inizialmente, la ricerca di un  personaggio svanito. Un protagonista che, tuttavia, rimane tale solo fin quando l’altra realtà, quella significativa dell’immagine, una nuova “vera” realtà non prende il sopravvento. Cinema-verità? Probabilmente. Meta-cinema? Anche.

Eppure, in quello spostamento d’attenzione, in quel cambio d’obiettivo è come se il protagonista avesse via libera. È come se Imamura gli concedesse, in qualche modo, un vantaggio per lasciargli trovare un nascondiglio sicuro o almeno migliore.

Cinema a parte, le sparizioni volontarie, nel Giappone moderno, diventano sempre più frequenti. Sembrano il rimedio ideale quando, secondo la più pura tradizione locale, bisogna salvaguardare l’onore. Sembrano essere la cura meno dolorosa contro il consolidato materialismo, contro la costante ricerca dell’effimero, contro gli svilenti valori con cui ormai ci si orizzonta per raggiungere il successo.

E ancora, sembrano la medicina definitiva per evitare, in molti casi, di terminare la propria corsa nel fenomeno del “Karoshi”, altro termine ad hoc che indica i decessi per i carichi estremi di lavoro.

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Le sparizioni volontarie, nel Giappone moderno, diventano sempre più frequenti. Sembrano il rimedio ideale quando, secondo la più pura tradizione locale, bisogna salvaguardare l’onore (Ph. Alfonso Farina)

Un altro interessante approfondimento sul tema degli “evaporati”, è stato condotto nel 2014 dalla scrittrice Léna Mauger e dal fotografo Stéphane Remael che hanno curato il libro “Les évaporés du Japon”, un’indagine costata ben cinque anni di lavoro in cui i due autori si muovono alla ricerca di questi scomparsi volontari.

“Mi affascinava – racconta la Mauger – questo “sparire in un paese così moderno, al giorno d’oggi, con tutte le tecniche di sorveglianza e tracciabilità. Per i giapponesi le sparizioni sono tabù quasi come il suicidio: quelli che restano non amano parlarne. Il fuggitivo non ha reso onore alla società”. Questo fenomeno è un motivo ricorrente nella letteratura giapponese anche di largo consumo, si pensi al manga Quartier Lointain o al romanzo di Kobo Abe ‘La donna di sabbia’. In tutte queste opere, a un tratto, c’è una sparizione. Il vagabondo, l’evaporato, è una figura antica nella storia del Giappone e la modernità non l’ha cambiata”.

Ne “Les évaporés du Japon” si vedono ma soprattutto si leggono cose raccapriccianti per la canonica cultura occidentale. Una donna che lascia marito e figlio per sfuggire (e non patire la tentazione di) un amore impossibile, un dipendente licenziato che abbandona la sua famiglia di punto in bianco, un ex banchiere che scompare non prima di aver creato una vera e propria agenzia di “liberazione” per aiutare altri candidati ad evaporare.

Inutile dire che la crisi economica ha amplificato il numero delle sparizioni. Lo stress professionale, la condanna ai “risultati”, i licenziamenti brutali (viene in mente il film “A tempo pieno” di Laurent Cantet) scompaginano molte esistenze. Allora in molti pensano sia meglio fuggire abbandonando letteralmente la propria identità piuttosto che affrontare, come detto, la vergogna del disonore.

C’è comunque qualcuno che cerca di reagire alla cultura del tabù , la stessa che protegge e motiva il senso stesso degli evaporati. Yukio Shige, un ex poliziotto oggi in pensione si occupa da qualche tempo di dissuadere i più disperati a farla finita o a darsi alla macchia. La sua associazione ha salvato qualcosa come 248 persone nel giro di sette anni.

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Il fenomeno degli evaporati significa anche la storia di una donna che lascia marito e figlio per sfuggire (e non patire la tentazione di) un amore impossibile (Ph. Alfonso Farina)

Poi c’è chi prova a tornare. Teruo è riapparso due anni dopo la sua scomparsa. Ha trovato sua moglie come se fosse uscito la sera prima. La vergogna, tuttavia, gli impedisce ancora oggi di uscire di casa. Ha spiegato alla Mauger e Remael che è “più facile fuggire che ricostruirsi una vita”.

A ulteriore testimonianza del profondo radicamento del fenomeno nella cultura sociale giapponese, si pone la storia di un quartiere popolare di Tokyo, dimora di declassati sociali, disadattati, mendicanti. Un tempo chiamato Sanya, negli anni Sessanta questo agglomerato di povertà venne “spalmato” lungo i quartieri limitrofi, come a renderlo evaporato, appunto. Così è diventato un richiamo naturale, l’abitazione ideale per quel fluire indistinto di persone in fuga, ognuna a suo modo, verso un’onorevole (o forse no) seconda vita.

Non è ben chiaro come e dove questi individui rinascano. Né se davvero ritrovino il loro posto nel mondo, ma è certo l’evento in sé.  È certo un coraggio di fondo e un’incoscienza dettata ancora una volta dal concetto che un ideale possa valere sempre più della forza logorante della modernità.
(Alfonso Farina)


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