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INTERNI
Mine antiuomo. la Valsella: chiusa in attesa di riconversione
UNA VITTIMA OGNI VENTI MINUTI
A Brescia c'era una delle fabbriche a più alta produzione di mine in
Italia. Da lì partivano ordigni verso tutte le aree di guerra. Finché
qualcuno - un'operaia presa dal germe del dubbio e un uomo leale con
un'autentica vocazione umanitarista - hanno iniziato a coltivare un sogno
ostinato: farla finita con quei reparti della morte.
di Rosaria Tenore
Per chi, come me, non ha mai provato il
benché minimo trasporto per le armi di qualunque genere o modello,
inoltrarsi negli scintillanti padiglioni di EXA (fiera bresciana delle
armi e del tempo libero), è stata un’esperienza illuminante benché
insolita. Dalle vetrine di cristallo, irrorate da calde luci strategiche,
i pezzi in esposizione adescavano, silenziosi, le folle in transito.
Pistole, mitragliette, fucili semiautomatici, revolver, fucili
sovrapposti, fucili a pompa, doppiette, quali gioielli dentro soffici
scrigni, adagiavano il loro freddo profilo sopra corsie di rasi rossi e
velluti. Qua e là, blindate in una sorta di tabernacoli trasparenti, le
armi di alto pregio, con le parti in acciaio ingentilite da delicate
incisioni a punta e a sbalzo. Da alcuni poster, dei tangheri in brache di
fustagno e camicia a scacchi, puntavano in alto il loro sfolgorante
attrezzo, lassù, verso le chiome sfumate di un bosco, mentre l’erba
della moquette, dopo appena due ore, già soccombeva sotto gli
infaticabili passi di appassionati, uomini d’affari e compratori da
tutto il mondo. Un depliant, regalato ai visitatori da sorridenti vallette
in blu, ci informava che, nella “costruzione di armi leggere e loro
munizioni”, la sola provincia di Brescia rappresenta il novanta per
cento della produzione complessiva nazionale. Non una riga sulle armi da
guerra. Niente, nemmeno un accenno.
Eppure, fuori da qui, non lontano dalle luminarie della festa, di
fabbriche del genere ce n’è un bel mucchio. Delle tante, che sfornano
sollecitamente mitragliatori, mine e bombe per aerei, ne voglio ricordare
solamente una, La Valsella. Sessanta operai, centottanta miliardi di
fatturato annuo per la progettazione e la fabbricazione di mine antiuomo.
La voglio ricordare anche se, oramai, per fortuna non le produce più.
Difatti, dopo le estenuanti campagne nazionali e internazionali per la
messa al bando di questi ignobili ordigni, è stata finalmente chiusa. Ma,
sino a ieri, è da qui che tonnellate di quei famigerati congegni si
incamminavano alla volta dell’Angola, Afganistan, Cambogia, Kurdistan,
ex Iugoslavia. È proprio qui che un modello di fabbrica, inteso come
luogo del lavoro industriale estremo, si era irresponsabilmente saldato
con un progetto di pianificata devastazione in una parte del mondo in
guerra.
Perciò, vediamola questa
famosa Valsella. Lasciandoci alle spalle le colline bresciane, essa rimane
a sinistra sulla provinciale per Castenedolo, un piccolo centro a nove
chilometri dalla città, irto di piccole e medie aziende, di linde
villette tutte provviste di giardino e cani giganti. Di là dal bordo
della strada, seminascosta da un intrico di betulle, la sua imbarazzante
presenza si cela agli sguardi più distratti. Bassa, quadrata, con gli
uffici al piano rialzato della facciata biancoverde, in apparenza non è
per nulla differente dalle altre fabbrichette della zona. E sì, perché
la cosa che la rende diversa da quelle, la nostra ce l’ha tutta nei
fianchi, e sono i poderosi cancelli. Tanti cancelli. Troppi. E poi,
recinti di cavi metallici protesi su tumuli di terra, smossa, corrotta da
frattaglie ferrose. Chiusa da qualche mese, se ne attende la
riconversione.
“Forse ci produrranno motori speciali o pezzi per auto in plastica. Non
si sa, si attendono decisioni.” ci dice Roberto Cucchini, un tempo
membro dell’Ufficio di presidenza della Consulta per la pace e la
solidarietà tra i popoli del Comune di Brescia. Non lo ammetterà mai, ma
se oggi la Valsella ha chiuso i battenti, è anche merito suo. Lui, lo
trovi sempre nella Camera del Lavoro, giù all’Archivio Storico di cui
è l’autorevole e stimato curatore, proprio là in fondo, sotto la
finestra con la grata di ferro, che, in un silenzio quasi irreale, con
agili dita sfinisce la tastiera del suo computer. Magro, stempiato, barba
alla Primo Levi, ma più folta, squadrata, grigioscura. Non è un tipo
prodigo di cerimonie, però è molto disponibile, gentile. Subito prende a
raccontarci della lotta degli ultimi anni, della marcia dei quindicimila
del settembre 1994 da Brescia a Castenedolo, con le gambe allo stremo e,
nella testa, sempre lo stesso sogno ostinato: farla finita con la Valsella
e i suoi reparti di morte. Non v’è traccia di esaltazione nelle sue
parole, il tono è pacato, naturale. Quando accenna al Trattato di Ottawa
del ‘97 per la messa al bando delle mine antipersona, qualcosa si smuove
nella serietà del suo viso. Non è che sorrida, ma per le labbra gli sale
un palpito rappreso di gioia. Dura un istante, poi, nella voce, si fa
strada un grumo di amarezza.
“Dopo Ottawa” riprende “non è cambiato granché per le popolazioni
colpite dalle mine. Quella povera gente non può coltivare la terra,
pescare, raccogliere cibo, camminare, giocare all’aria aperta. Se non si
risolve al più presto il problema dello sminamento, quella gente è
condannata alla morte per fame. Basti pensare che, in Angola e in
Cambogia, il trentacinque per cento del territorio non è coltivabile a
causa delle mine”. Lo osservo mentre parla. Il suo sguardo è buono,
diretto, leale. L’idea di pace e di solidarietà che si porta dentro non
è spennellata di generico umanitarismo, tutt’altro, essa è autentica,
profonda, viene da lontano. Viene dall’alta lezione morale di Lelio
Basso, dalla Lega italiana per i diritti e la liberazione dei popoli.
Arriva dai movimenti di protesta dei primi anni settanta, quando nel mondo
imperversavano gli sfaceli del Vietnam e dell’America Latina. Si innesta
a quel principio etico in base al quale, contrastare la produzione e lo
smercio delle armi al di là di tutte le frontiere e le ideologie, è un
atto dovuto all’intera umana specie. Le mine antiuomo sono armi a
vocazione terroristica. La mina antiuomo non conosce tregua alcuna, rimane
attiva per cinquant’anni, in agguato, nascosta là dove è stata
collocata, finché il passo o la mano di un bambino, di una donna, di un
uomo non incappa nei fili del detonatore. Una vittima ogni venti minuti,
duemila ogni mese, ventiseimila ogni anno. A coloro che sopravvivono allo
scoppio tocca un corpo scempiato, orrendamente offeso.
Una mina antiuomo io l’ho vista dal vero solo una volta, svuotata,
innocua. Era lì per terra, nello spazio riservato a “Medici senza
frontiere”, durante un sit-in di gruppi pacifisti una domenica di
primavera. Sopra un mucchietto di paglia, rotonda, rivestita di plastica
verdiccia, i fili scollegati, pareva un piccolo vegetale dai filamenti
mozzati. E benché non potesse nuocere a nessuno, nell’osservarla così
da vicino, ti metteva addosso un’inattesa, grigia inquietudine. Chissà,
forse nello stesso giorno di quella primavera, si è trovata a passare di
là anche l’operaia della Valsella, la donna che, in seguito, avrebbe
contagiato i suoi compagni di lavoro con il germe del dubbio, ridestandone
la coscienza assopita. Sì, deve aver visto deposto sulla paglia quel
cavolotto informe, deve averlo guardato proprio bene, riconosciuto senza
ombra di errore. Più avanti deve essersi fermata di fronte alla foto del
bimbo accovacciato sulla sua unica gamba; deve avere sgranato gli occhi
dinanzi alla ragazza senza un braccio, al petto dilaniato di un cadavere.
È fuggita via da lì inorridita, nel salire sull’autobus le è caduto
il biglietto dalle mani, nello scendere ha sbagliato fermata. Più tardi,
a casa, nel vedersi passare nello specchio dell’ingresso, deve aver
capito all’improvviso di quali atrocità le sue belle mani materne
farcivano i fagottini del suo reparto. Questa donna Roberto Cucchini se la
ricorda bene. Ci conferma che lei, insieme ad altri pochi operai, ha
lottato tanto all’interno della fabbrica affinché venisse chiusa. Dice
che, ancora adesso, è impegnata sul fronte dello sminamento. “Bisogna
stare attenti che non si trasformi in un affare immane per gli stessi che,
le mine, le hanno abbondantemente piazzate. Ovunque”.
Allora. Tre quattro
operai hanno scoperto il valore della responsabilità personale. Gli altri
invece, che quotidianamente imbottivano le mine dei micidiali frammenti di
ferro, mi pare di capire, non erano al corrente degli effetti devastanti
della propria opera. E i tecnici? I dirigenti? “Gli operai forse no, non
tutti almeno, ma gli ingegneri e i tecnici sì, loro sapevano. Tanto che,
durante le prove di collaudo delle mine, ne sottolineavano l’efficacia,
riferendosi nello specifico al loro potenziale distruttivo”. È
perplesso Roberto Cucchini, riflette sul fatto che ad Auschwitz c’erano
ingegneri addetti alla progettazione dei forni crematori, mentre squadre
di chimici sperimentavano di continuo nuovi gas letali. A conti fatti,
aggiunge, la società industriale ha reso possibile l’esito tecnologico
dell’Olocausto.
Dunque. Il piano di soppressione degli ebrei era considerato un progetto
di ingegneria sociale. Gli uomini dell’equipaggio dell’Enola Gay, che
sganciarono la bomba di Hiroshima, a quanto se ne sa, non hanno mai
provato sensi di colpa per il loro atto. I tecnici della Valsella, per
loro stessa ammissione, non desiderano produrre altro che mine
antipersona. Mi domando come sia possibile tutto questo. Che senso ha?
Citando il filosofo tedesco Günther Anders, Cucchini risponde che, nel
nostro tempo, milioni di uomini al mondo ricevono ogni giorno
l’assicurazione che gli effetti delle loro azioni non li riguardano, che
il loro non è un “agire”, ma un “lavoro”. Inoltre, poiché oggi
il lavoro è diviso per funzioni, compiti e gerarchie, l’attenzione alla
propria funzione crea una distanza sia pratica che mentale tra l’atto
che si compie e l’esito finale. “Una volta isolata dalle sue
conseguenze, l’azione diventa moralmente neutra”. Il suo linguaggio è
pulito, preciso; la grammatica in ordine come i libri sugli scaffali qui
intorno. Segno inequivoco di onestà e di rispetto per la verità. Al
momento di salutarlo, anche se lui non lo dice, capisco che devo riportare
la mia sedia là dove l’ho presa, sotto il tavolo quadrato alla mia
destra. Così tutto torna a posto, e lui è contento.
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