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LETTERATURA

Vita da editor: Raymond Smith, anima gemella di Joyce Carol Oates e timoniere della Ontario Review

  • 7 aprile 2016
  • 14:40

(Greg Johnson) – Pazienza. Tatto. Gentilezza. Sono alcune delle qualità più sovente citate dagli amici di Raymond J. Smith, mancato il 18 febbraio 2008 all’età di settantasette anni. Direttore ed editore dell’autorevole Ontario Review e della Ontario Review Press, marito della scrittrice Joyce Carol Oates, Ray ha condotto una vita ricca e piena di dedizione non solo al suo lavoro e al matrimonio ma anche ai numerosi amici nella zona di Princeton e al di fuori. Nato il 12 marzo 1930 in una famiglia cattolica – il padre era un venditore d’auto, la madre aveva insegnato alla scuola elementare prima del matrimonio – Ray sviluppa i suoi interessi letterari precocemente.

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Raymond Smith con sua moglie Joyce Carol Oates nel 1980

Come molti aspiranti scrittori negli anni ‘50, Ray si trasferisce al Greenwich Village con l’ambizione di diventare un romanziere; qui scrive una serie di racconti e un paio di romanzi, mantenendosi grazie a vari lavori, impiegato in un ufficio di esportazioni e correttore di bozze. Ma la sua prosa “non aveva successo”, ha poi ricordato, così decide che se vuole avere una carriera deve iscriversi a un dottorato di Inglese. Decide per l’Università del Wisconsin, dove si concentra sul Settecento e lavora con l’illustre studioso di Jonathan Swift del dipartimento, Ricardo Quintana.

Nel 1960, l’anno in cui incontra Joyce a un tè in facoltà, Ray è al suo ultimo anno di studi di dottorato. Ha ricordato che la sua attrazione per Joyce “è stata emotiva e romantica, ma soprattutto mi parve una giovane donna molto aperta, affabile e anche modesta. Parlare con lei era facile: le nostre conversazioni non sembravano richiedere alcuno sforzo”. Joyce gli dette la copia di un articolo che aveva pubblicato su Samuel Beckett e Ray ebbe modo di “intravedere la qualità intellettuale e la sfrontatezza immaginifica della ragazza che avrei sposato. Ero ammirato”. Il rapporto proseguì rapidamente. Si incontrano il 23 ottobre, si fidanzano il 23 novembre e si sposano il 23 gennaio 1961.

Joyce ha poi annotato nel suo diario che lei e Ray non erano solo sposati; erano “intensamente sposati”, raramente divisi anche per una sola notte nei quarantasette anni successivi. Come marito, Ray resta una fonte di sostegno e forza nel corso degli anni ’60 e ‘70, quando la carriera di Joyce inizia la sua ascesa folgorante e talvolta controversa. Anche Ray ottiene il suo successo, diventando il responsabile del dipartimento di Inglese presso l’Università di Windsor e pubblicando uno studio critico sul poeta satirico settecentesco Charles Churchill. Nel suo diario, Joyce si è soffermata sulle qualità personali di Ray che così perfettamente s’integravano con le proprie:

“Il senso dell’umorismo di Ray. Intelligenza. Gentilezza. Pazienza (anche se non sempre è paziente). Vulnerabile; ma non incline al rimuginare; per niente “filosofico” (come lo sono io); forse di carattere più solare; o magari meno cupo. La mia convinzione, la prima sera che ci siamo incontrati, fu che avrei sposato quell’uomo, che mi sarei innamorata di lui. Un’arcana certezza”.

Alcuni amici di Ray citano il suo rapporto di reciproco sostegno con Joyce come una delle cose più notevoli che lo riguardano e ricordano la coppia con affetto. Per esempio Gloria Vanderbilt, i cui dipinti sono stati ospitati dalla Ontario Review, ha voluto sottolineare come “Nella mia mente e nel mio cuore quest’uomo adorabile, Ray Smith, sarà sempre al fianco di Joyce”. Edmund White, collega di Joyce nel programma di scrittura creativa di Princeton, diventa anch’egli amico della coppia:

“Riesco ancora a vederli seduti agli estremi opposti del divano sotto le lampade da terra gemelle mentre ascoltano nastri di Chopin, leggono e lavorano, scrivono e correggono bozze. Si consideravano dei ‘pigri’, ma non c’è mai stata coppia più disciplinata e produttiva, una disciplina mai avvertita come faticosa. Facevano quel che volevano fare e assieme al compagno ideale”.

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 Joyce Carol Oates: “Stavamo insieme in questa casa per la maggior parte del tempo, ognuno nel proprio ufficio, ci incontravamo per i pasti, le passeggiate pomeridiane e le gite in bicicletta, gli impegni sociali. Ray non ha mai interferito nella mia vita professionale – non esprimeva opinioni e in generale non leggeva le recensioni sui miei libri o articoli su di me” (ph. Bernard Gotfryd, 1972)

Dai tardi anni ‘70 fino almeno al gennaio 2008, l’autorevole studiosa femminista Elaine Showalter (professore emerito di Princeton al dipartimento di Inglese) e suo marito, English Showalter, sono stati amici cari di Ray e Joyce. Gli Showalter ora vivono a Londra per metà dell’anno, dove gli Smith di tanto in tanto andavano a trovarli. “Ray amava Londra”, ricorda Elaine, “e specialmente la vivacità e l’energia della vita letteraria, il fervido ronzio delle strade di Islington dove viviamo, il mix di culture, razze, nazionalità”. Di tre decenni di amicizia una delle immagini che rimane nella mente di Elaine è il ricordo di Ray “nell’orto meraviglioso da lui piantato a Princeton e le sue spiegazioni sulle ‘volunteers’, cioè le piante che spuntano da sole tuo malgrado, se ricordo correttamente. Abbiamo scherzato un sacco su quel nome e sulle sue implicazioni”. Un altro ricordo vivido è di Ray e Joyce che “ballano gioiosamente al ritmo del dj al matrimonio di mia figlia a Princeton; quella non fu l’unica volta che siamo stati a una festa da ballo con loro, ma l’unica volta, credo, in cui c’erano molte persone più giovani presenti, studenti laureati di Princeton come pure amici di mia figlia provenienti da ogni dove, che erano piuttosto impressionati dall’essere in presenza di questa celebre coppia letteraria e stupiti nel vederli lì a godersi il rock”.

Pur conducendo una vita sociale di coppia, Ray e Joyce hanno mantenuto identità nettamente distinte nella loro vita professionale. In aggiunta al lavoro della rivista e della casa editrice, Ray si è preso cura di molte delle faccende domestiche di routine in modo che Joyce potesse dedicarsi alla sua attività creativa. Edmund White lo spiega così: “Anche se Joyce è sempre stata la stella in famiglia, ho sempre pensato che fosse Ray a dirigere la scena… Guidava la macchina, pagava il conto della cena, prendeva accordi con l’assicurazione, pagava le tasse – sovrintendeva a tutti gli ingranaggi della vita, lasciando Joyce libera di fantasticare e di scrivere”. Pur considerandoli entrambi “ospiti meravigliosi, attenti, generosi e con un’autentica propensione a socializzare”, Ray aveva un suo fascino particolare. “Ray era così gentile, così brillante, così pronto ad afferrare le battute, così garbatamente sarcastico sulle fissazioni dei nostri amici, che non doveva dire altro, era tutto lì, a scintillare in suo favore. Ha condotto una vita esemplare”.

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► Ray e Joyce si conoscono nel 1960 a un tè in facoltà. Si incontrano il 23 ottobre, si fidanzano il 23 novembre e si sposano il 23 gennaio 1961

Una parte importante di quella vita, naturalmente, è stato il lavoro di direttore ed editore della Ontario Review e della Ontario Review Press, e sono numerosi gli scrittori che nel corso degli anni sono stati gratificati dalla grande cura che aveva nell’affrontare queste imprese e nel trattare personalmente i suoi autori. White era uno di questi: “Ho conosciuto diversi scrittori (sono uno di loro) che dopo essere stati bistrattati da editor newyorkesi si sono rifugiati con sollievo nell’assennatezza, nella gentilezza e nella genuina perspicacia di Ray. Era un superbo editor formale. Aveva un gusto impeccabile”.

Albert Goldbarth, uno dei poeti contemporanei preferiti di Ray, ha pubblicato sulla Ontario Review durante gli ultimi venticinque anni. Goldbarth ha conservato ogni nota che Ray gli ha mandato nel corso del tempo e dice che “in ogni appunto proveniente dal lato di Ray Smith del vasto accumulo di carta coinvolto in questi casi, l’arguzia e la generosità, la liberale umanità, il grande amore che aveva nel far sì che ogni dettaglio fosse ‘martellato’ a dovere, erano evidenti. Era una presenza cordiale, garbatamente intelligente e civilizzata all’altro capo di quel quarto di secolo di buste spedite, singolare come persona e, disgraziatamente, sempre più raro come tipo di uomo”. Ricorda anche che Ray e Joyce spesso inviavano delle note assieme alle lettere di accettazione dei manoscritti, aggiungendo “un tocco personale… a quella che altrimenti sarebbe stata una trattativa da cliché”.

Grazie alla solida reputazione della Ontario Review nel mondo letterario, Ray è stato in grado di attirare firme illustri come John Updike e Margaret Atwood, ma si faceva un vanto di ricercare e pubblicare anche scrittori a inizio carriera. Uno di questi è stato l’ex studente di Joyce a Princeton Pinckney Benedict, la cui raccolta di racconti “Town Smokes”, pubblicata dalla Ontario Review Press nel 1987 quando l’autore aveva solo ventitré anni, è stato uno dei titoli di maggiore successo di Ray. A quel tempo, ricorda Benedict, “non avevo idea – perché avevo pubblicato molto poco e non avevo mai avuto un altro editor fuori dalle aule di studio – di quanta cura stesse dedicando a me e al libro”. Esperienze professionali successive, osserva Benedict, gli hanno fatto capire che era stato “benedetto da Ray fin dall’inizio e ben al di sopra dei meriti in suo possesso”. Per esempio, quando mandava gli assegni con le royalties Ray inseriva sempre una nota personale. “Le note erano senza dubbio una seconda natura per Ray”, dice Benedict, “e non gli ho mai fatto sapere quanto erano diventate preziose per me”.

Edmund White: “Ho conosciuto diversi scrittori (sono uno di loro) che dopo essere stati bistrattati da editor newyorkesi si sono rifugiati con sollievo nell’assennatezza, nella gentilezza e nella genuina perspicacia di Ray. Era un superbo editor formale. Aveva un gusto impeccabile”.

Un’altra autrice riconoscente pubblicata dalla rivista e dalla casa editrice è stata Sheila Kohler, che ricorda come Ray inizialmente avesse respinto un suo romanzo, “ma con il tipo di lettera che raramente accompagna un rifiuto; e cioè una lettera utile”. In seguito Ray accettò una sua raccolta di racconti e lei ricorda vividamente il primo incontro con Ray e Joyce in una sera piovosa del 2002. “La coppia mi mise subito a mio agio. Ray mi guardò con quel suo tipico sguardo benevolo e parlò molto bene dei miei racconti. Con mia grande sorpresa mi resi conto che li aveva letti molto attentamente; il complimento più grande per uno scrittore”. In definitiva, dice la Kohler, “pubblicare con la Ontario Review Press è stata in tutto e per tutto un’esperienza meravigliosa”. Ha poi pubblicato un secondo libro, un romanzo, con la casa editrice, e ricorda quanto fosse “diligente e paziente, pronto a trattenersi al telefono per apportare piccole correzioni di punteggiatura e di stile. C’erano anche consigli più consistenti, che evidenziavano contraddizioni e confusione nel testo, ma non forzava mai un parere né insisteva su niente se non ero convinta. Ecco, ho pensato, qui c’è qualcuno interessato al prodotto piuttosto che a se stesso. Sentivo che era possibile crescere come scrittrice, sbocciare, sotto il sole di tali interesse e apprezzamento”.

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1970 a casa degli Smiths (Windsor, Ontario)

A partire dalla fine degli anni 1970, quando studiavo per la specialistica alla Emory University, ho lavorato con Ray spesso e sono stato abbastanza fortunato da veder pubblicati sulla rivista una serie di racconti e altro, di pubblicare tre libri con la casa editrice; la mia esperienza è stata simile a quella di Benedict e Kohler. Con Joyce alla condirezione, Ray si è dedicato attentamente a ogni dettaglio dei miei libri, con tatto mi dissuadeva dalle mie proposte inappropriate per la copertina, consigliandomi efficacemente in ogni passaggio del processo di pubblicazione. Sapendo che ero solo uno delle decine di scrittori che ha contribuito a promuovere, ritengo che la quantità di lavoro che ha fatto, e la cura con cui lo ha fatto, siano nient’altro che stupefacenti.

Ray e Joyce hanno cominciato a pubblicare la Ontario Review nel 1974, quando entrambi insegnavano ancora all’Università di Windsor, a Windsor, nell’Ontario; nel 1978, quando si trasferì a Princeton, la rivista aveva già una reputazione di prestigio e pertanto il suo nome è rimasto invariato (Ray e Joyce sono stati paragonati più di una volta come coppia a Leonard e Virginia Woolf, che pure hanno lavorato fuori dalle mura domestiche pubblicando titoli di letteratura con la loro Hogarth Press). In un saggio intitolato “On Editing The Ontario Review” (Dirigere la Ontario Review), Ray una volta ha scritto che una caratteristica distintiva della rivista era “il suo carattere nordamericano di giornale delle arti; ‘nordamericano’ , dico, sebbene per una ragione puramente pratica si concentri principalmente sulle culture anglofone del continente. In quanto americani che insegnano in Canada, nella città di confine di Windsor, informati circa le tradizioni letterarie e in contatto con gli scrittori di entrambi i paesi, Joyce e io ci siamo sentiti nella posizione adatta per dar vita a una rivista di questo tipo”.

Nonostante i molteplici problemi connessi con la pubblicazione di una rivista – per esempio trattare con i tipografi e con autori noti che ti sottopongono un lavoro minore – Ray ha posto l’accento sulle molte soddisfazioni della sua impresa. “Curare una rivista non è un lavoro di ‘compilazione’ ma di ‘creazione’”, ha scritto, “e il prodotto finale è un’opera d’arte a sé stante. Le soddisfazioni di questo mestiere sono tante – scoprire un racconto o una poesia ben plasmati e convincenti di uno scrittore inedito, osservare materiali fino a quel momento scollegati che gradualmente vengono messi a fuoco, ricevere qualche reazione positiva da parte di persone che ammiri. Infine, chi dirige, bene o male, contribuisce (non importa quanto poco) alla formazione di una cultura. Non ha bisogno, e forse non dovrebbe, essere dottrinario; nondimeno, i suoi valori – estetici, culturali, anche morali – si rifletteranno in quanto sceglie di pubblicare. Non l’ho mai pensata in questo modo prima, ma suppongo che la Ontario Review, donchisciottescamente o no, stia combattendo contro il demone dell’anti-arte – opponendosi al mortale mercantilismo della civiltà occidentale moderna”.

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► Raymond Smith, fondatore e direttore della Ontario Review – la prestigiosa rivista letteraria che nei suoi oltre trent’anni di vita ha ospitato autori emergenti e autori consolidati (Margaret Atwood, Russell Banks, Philip Roth, Saul Bellow, fra gli altri) – è morto il 18 febbraio del 2008. “La sua era una voce pacata, e non solo in termini di decibel. Non ha mai cercato i riflettori, pur essendo sposato da più di quattro decenni con una delle scrittrici più importanti al mondo. Al contrario, ha lavorato dietro le quinte della Ontario Review ed è stato la protezione, la difesa, l’ascoltatore privilegiato e l’anima gemella di Joyce Carol Oates” (Julia Keller, critico del Chicago Tribune)

Questo genere di dedizione e impegno hanno pervaso tutto il lavoro di Ray per la rivista e la casa editrice lungo una carriera editoriale lunga più di trent’anni.
Ma per coloro che conoscevano Ray le sue qualità personali mancheranno più di ogni altra cosa. In un paio di occasioni ho “guardato casa” a Ray e Joyce, assenti per dei rari lunghi viaggi, e il ricordo che più mi è rimasto è Ray che mi mostra come prendermi cura dei loro due gatti, del canarino e delle loro piante. Per quanto minimo, non c’era dettaglio che non valesse la pena discutere e quel che mi colpì fu la naturalezza delle sue premure, verso gli animali, il suo giardino, i suoi autori, i suoi amici, o sua moglie, indifferentemente.

Com’è ovvio, nessuno ha elencato le sue speciali qualità con maggiore eloquenza di Joyce, che spesso ha scritto a proposito del marito nel suo diario. Notando come il matrimonio avesse reso “stabile” la sua vita, ha elencato nuovamente le virtù di suo marito: “Gentile, amorevole, dolce, capace di critiche intelligenti, sensibile, divertente, senza pretese, con un amore per l’ozio tale e quale al mio. Ray è una persona straordinaria le cui profondità non sono immediatamente evidenti”. Due anni più tardi, ha ugualmente osservato: “È una persona straordinaria, sotto tanti aspetti: la sua gentilezza, il suo buon carattere, il suo senso dell’umorismo, la sua arguzia (così raramente mostrata in pubblico), la sua riservatezza, la timidezza, l’intelligenza… la dolcezza – Che sarebbe stato così dolce e che sarei stata in grado di indovinarlo… è un miracolo”.

Questa “persona straordinaria” mancherà molto a tutti coloro la cui vita ha toccato. Forse lo dice meglio Pinckney Benedict quando scrive: “Ray era un vero signore, un gentiluomo mite, umile e colto di un genere che non credo facciano più… Non trovo le parole per dire che uomo buono è stato”.
(traduzione di Barbara Pezzopane)


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Il saggio di Greg Johnson è tratto dal numero finale
della Ontario Review (“Remembering Ray Smith”, Volume 68/2008)
ed è qui tradotto e pubblicato per gentile concessione di Joyce Carol Oates.


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