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LETTERATURA

Umberto Eco e la fine del ‘900: vent’anni di cultura senza protagonisti significano la svolta pop della letteratura

  • 22 febbraio 2016
  • 11:49

I nostri letterari anni ottanta iniziano quando alla fine dei settanta Eco
si siede al tavolino e decide che, dopo aver discettato per decenni
intorno alla forma della parola e alla conoscenza, vuole adesso farsi interprete
principe di quest’ultima: vuole essere artista, vuole creare, costruire.
E concepisce un romanzo cardinale, in bilico fra letteratura gotica
e cultura pop. Ma a quale prezzo? si chiede
FABRIZIO PASANISI


Da cosa partire per parlare della letteratura italiana, o meglio della cultura italiana di questa fine millennio? Forse da Berlusconi, come in un poliziesco in cui si parte dalla scena del delitto, ma questo appare un discorso sin troppo ovvio e abusato; forse allora dal bisogno della gente di eventi culturali, per esempio dalle file davanti ai Bronzi di Riace; oppure dalle infinite polemiche sul restauro della Cappella Sistina, con o senza i colori, con o senza le brache. O forse ancora dallo SDO nelle mani di Kenzo Tange, forse dalla morte di Fumberto-eco-slideellini con un’epoca che volta pagina, forse dalla rivoluzione linguistica – analizzata su questa stessa rivista da Michele Serra – grazie alla quale il sarto è diventato stilista, la cameriera colf, lo spazzino operatore ecologico, e così via. Governo ladro, verrebbe voglia di gridare: ma dov’è finita la cultura? Anche le cattedre universitarie sono state gestite per via politica, ci sono stati architetti (leggi Paolo Portoghesi, il quale ha poi voltato le spalle sdegnato ai vecchi compagni socialisti!), e persino artisti (chi era Guttuso, un genio o un altro che si è trovato a gestire l’anima di un partito?) di regime. E allora, ci si chiede, quale diavolo è stato il ruolo dell’arte, della letteratura, per oltre un decennio?

Il punto di partenza si può trovare nel libro che ha segnato l’epoca, cioè “Il nome della rosa” di Umberto Eco. Attenzione, prima di tutto, alla data, perché l’introduzione porta la scritta 5 gennaio 1980. E all’incipit: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio”.

IL ROMANZO DELLA PAROLA – All’inizio dell’ultimo ventennio vede la luce il romanzo in cui tutto vorrebbe partire dalla parola: ma poiché la parola è fatta, come Eco ci insegna, di significante (la struttura, la forma), e significato (il contenuto), il processo si fa ancor più sofisticato, e tutto parte dall’immagine della parola. L’epoca dell’immagine, potrebbe essere definito questo scorcio di secolo, e l’immagine, riflessa nella cultura, trova il primo e migliore esempio in quel Nome della rosa che sorge all’alba degli anni ottanta, nel giorno dell’Epifania, e ci viene in regalo come un oggetto insperato (e quanto desiderato?). Qualcuno grida al capolavoro, qualcuno alza le spalle indignato, tutti lo comprano e pochi lo leggono, perché è giudicata un’impresa superare la barriera delle cento pagine; diventa un caso in Italia, diventa un caso nel mondo intero, scala le vette delle classifiche di vendita negli Stati Uniti, assicurando al suo geniale autore un cospicuo conto in banca. Ai posteri stabilire se si tratti di opera d’arte: certo è che “Il nome della rosa” rappresenta una delle più straordinarie costruzioni di questi anni, meglio di “Via col vento parte seconda”, meglio ancora di Madonna e Michael Jackson, meglio del compact disc, meglio degli Swatch, meglio dello stesso Berlusconi. Perché da lì l’arte della scrittura volta pagina, e anche i critici migliori, come Giulio Carlo Argan davanti alle false statue di Modigliani, devono ammettere di non averci capito niente: e non per via dei contenuti, ma per via dell’immagine dei contenuti.

IL PROCESSO NARRATIVO – Cerchiamo di entrare nel merito della questione. Cos’è un processo creativo? Pagine e pagine alle quali si rimanda il cortese lettore, pagine che partono da Novalis, da Mallarmé, per giungere al solito Freud e poi a Lacan, a Barthes, a chiunque si sia occupato di arte, ci dicono che è un processo di difficile accesso, un’unione di caso e necessità secondo la formula di Democrito, di bisogni profondi e di conoscenze. L’artista, nella situazione più romantica, si siede al tavolino e crea, riversa sul foglio o sulla tela, tra le note i propri piaceri e i propri dolori, il rapporto col padre, i sogni infantili, i desideri sessuali e così via, servendosi dei mezzi conoscitivi che ha elaborato attraverso studi più o meno approfonditi. Il processo creativo, massima forma di elaborazione concettuale, è legato, almeno in parte all’istinto. Che succede invece se un autore si chiede: “Quali ingredienti mi servono per avere successo, o per creare un’opera d’arte?” Qui l’istinto si ferma, e il processo non parte più dalle proprie esigenze, ma da quelle dei referenti. Così da noi un Cecchetto “inventa” un Jovanotti, così è nata Madonna, e così un Berlusconi riesce a vendere se stesso in una delle più mirabolanti campagne di marketing della storia. Siamo dalle parti del consumo, in una società in cui i consumi sono l’unica fede, l’unica vera esigenza interiore. E cosa c’entra, allora, il professor Umberto Eco?

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All’inizio dell’ultimo ventennio vede la luce il romanzo in cui tutto vorrebbe partire dalla parola: ma poiché la parola è fatta, come Eco ci insegna, di significante (la struttura, la forma), e significato (il contenuto), il processo si fa ancor più sofisticato, e tutto parte dall’immagine della parola. L’epoca dell’immagine, potrebbe essere definito questo scorcio di secolo, e l’immagine, riflessa nella cultura, trova il primo e migliore esempio in quel Nome della rosa che sorge all’alba degli anni ottanta, nel giorno dell’Epifania, e ci viene in regalo come un oggetto insperato (e quanto desiderato?)

LE “CULTURE” DI UMBERTO ECO – Eco, furbo e sornione, ride sotto la barba e dorme sogni tranquilli dall’alto del suo sapere picomirandolesco, che avrà pure dei punti fermi quali Tommaso d’Aquino e James Joyce, ma riesce a spaziare da Mike Bongiorno fino a Snoopy con tale facilità da lasciare stupefatti. I nostri letterari anni ottanta iniziano quando alla fine dei settanta Eco si siede al tavolino e decide che, dopo aver discettato per decenni intorno alla forma della parola e alla conoscenza, vuole adesso farsi interprete principe di quest’ultima: vuole essere artista, vuole creare, costruire. (Di certo qualcuno obietterà che anche Proust ha costruito pietra dopo pietra la sua cattedrale: ma quale sublime intuizione c’era dietro quell’immenso edificio!)

Eco procede per passi. La forma letteraria che più conquista il pubblico, che lo tiene legato alla sedia, è il giallo; ed ecco messa in moto la macchina. Bisogna poi scegliere i protagonisti, e dar loro uno spessore psicologico. Troppo rischioso inventare, troppo rischioso fare come Simenon (uno scrittore che ha vissuto di intuizioni) il quale inventava i propri personaggi partendo da un nome attinto dall’elenco del telefono. Eco “ruba” dalla realta, e dalla letteratura. Il suo protagonista sarà un alter-ego di Sherlock Holmes; l’assassino sarà la reincarnazione di Jorge Luis Borges; e poi ecco tanti personaggi realmente vissuti, e tanti tra i quali il lettore dovrà sbizzarrire fantasia e conoscenze in un gioco teso all’identificazione (chi ricorda il film di Carl Reiner“Il mistero del cadavere scomparso” in cui ci si divertiva a riconoscere i vecchi attori?). Adso da Melk, il giovane aiutante di Guglielmo da Baskerville, è solo, come Watson e come Gianni Agus, una scusa narrativa da contrapporre al frate detective, una spalla che faccia domande e prenda appunti.

L’ARTE (E IL SENSO) DELLA CITAZIONE – La costruzione di Eco prosegue nei successivi scippi intellettuali a filosofi e scrittori, cioè in quel mare magnum di citazioni di cui dissemina il testo, divertendosi a confondere le acque al lettore più colto che crede di riconoscere Wittgenstein nelle parole di un amanuense, che vede confondersi passato e futuro, che vede il sapere messo al servizio del piacere, in una strategia irriverente e scanzonata. Intanto l’abbazia-biblioteca si disegna sotto i suoi occhi come la pubblicità del Mulino Bianco, e in tutto ciò non è la tensione poetica a guidarlo tra i labirinti del sapere medioevale, quanto piuttosto la curiosità del gioco dell’oca, di chiedersi “Ma questo, dove vuole arrivare?”. Un collage degno di Escher, senza via di uscita, guida il Kunstwollen (Eco di una citazione) cioè il modo di operare dell’Umberto nazionale. Ed è l’immagine della parola a guidare il cammino dell’autore, l’effetto sopra il contenuto, il risultato ancora prima dell’idea. Scrive Eco che “per raccontare bisogna anzitutto costruirsi un mondo il più possibile ammobiliato sino agli ultimi particolari”. E da buon traduttore di Raymond Queneau (cfr. “Esercizi di stile”, Einaudi ), riesce a dar forma a ogni possibile retorica della frase, fino a raggiungere quel preciso ideale che ha ormai allontanato il fruitore dall’arte (dov’è finito l’ingenuo lettore di “Se una notte d’inverno un viaggiatore”?), gettandoci direttamente nel consumo dell’arte stessa.

L’INVENZIONE DEL ROMANZO LUDICO – Eco fonda così il romanzo ludico, partendo dalla sapienza del Medioevo: ma a differenza di quanto avviene in Sterne, in Swift, in questo complicato divertissement fine a se stesso, come tutti gli intellettuali di fine millennio perde del tutto di vista la realtà, si limita a un saccente sfoggio da enigmista. Per legarsi alla realtà, al nostro mondo, non bastava l’ironia, sarebbe servita la satira, la comicità prorompente di un Rabelais, di un Cervantes. Eco finisce per riempire la sua opera di simboli, lasciando a noi il compito di decifrarli; in ciò si accosta, forse da sinistra, a quanto ampiamente sperimentato dal suo profeta Mike Bongiorno e dalla televisione iperconsumistica del Cavaliere. Ma, come scrive Milan Kundera, “il criterio della maturità (è) la facoltà di resistere ai simboli”, e noi siamo talmente postmoderni, siamo talmente infagottati di pubblicità al punto da scambiarla con l’arte, che il nostro regno sono i simboli, i simboli dell’apparire anziché dell’essere.

LA LETTERATURA ITALIANA DI FINE ‘900 – Da qui, come si è detto, può partire un discorso sulla letteratura italiana di fine millennio. Un mondo incantato in cui, in fondo, non è successo niente. Cosa dovremo allora ricordare di questi anni, cosa lasceremo ai posteri? La moda dei giovani scrittori che si rivelano un bluff al secondo tentativo? Gli eroi dei grandi premi assegnati direttamente dalle case editrici, o il proliferare dei piccoli premi per dare la patente di poeta persino a Licio Gelli? Gli autorevoli pareri dei soliti noti, i gestori – autoelettisi – della vita culturale? Quale è il romanzo, quale è la poesia che ricordiamo, che ci ha fatto sobbalzare dalla sedia, che ha fatto scuotere di brividi la nostra schiena? Noi nipotini di Eco, privi della sua ironia, privi del suo sapere, a cosa ci siamo ridotti?

Verrebbe voglia di credere che il romanzo è morto, come tuona qualcuno, che la poesia è morta. Poi torna in mente che al di là dei nostri confini esistono ancora i Kundera e gli Handke, nascono ancora i Tournier e gli Chamoiseau, sopravvivono nonostante i fanatismi i Rushdie, prosperano i Naipaul e gli Octavio Paz. Come giudicare i pur volenterosi Tamaro e Lodoli, il pur elegante Tabucchi, come contrapporre Benni a Pennac? Si tratta solo di esterofilia, o sono fatti?

Umberto Eco: “per raccontare bisogna anzitutto costruirsi un mondo il più possibile ammobiliato sino agli ultimi particolari”

Da noi mancano i lettori, è vero, ma mancano anche gli scrittori che portino al libro i lettori. Mancano gli artisti, anche perché mancano le scuole, e gli esempi devono ricercarsi, ahinoi, in un passato troppo glorioso. Cosa hanno lasciato i Calvino, i Pavese, gli Sciascia? O, nel cinema, i Fellini, i De Sica, i Rossellini? Perché la cultura è sempre qualcosa che cade dall’alto? Perché il Ministero dei Beni Culturali dispone di capitali pari al solo museo del Louvre? Perché un dibattito televisivo tra intellettuali diventa interessante solo se si scatena la rissa? Perché l’insegnamento scolastico, si ferma a Manzoni? Perché la sinistra ha detenuto per anni in mano la cultura, lasciandola dormire il sonno dei perdenti? E che cavolo è questa cultura di fine millennio, i club Forza Italia, la riscoperta di Evola, il vangelo di Sgarbi, il sogno di una rosa che non colsi? Dove sono le sue idee, i suoi angeli protettori? Morto Marx chi l’ha sostituito, Dylan Dog?

L’immagine, come l’orrore di cui parlava Joseph Conrad, regna padrona sul nostro piccolo Occidente. La cui crisi è però oggetto di analisi negli altri Paesi, che ritengono l’Italia un interessante laboratorio; peccato invece che da noi sulla crisi (di valori, di idee, di speranze) si è basato un intero sistema. La domanda che resta, l’ultima domanda, è se, in fondo, sia veramente tutto da buttare. Beh, come già detto, in arte sono i posteri a tirare le somme, anche perché quel che si butta oggi potrebbe essere recuperato domani, e uno dei temi più vivi dei nostri giorni riguarda il riciclaggio dei rifiuti. Certo, dagli anni del consenso – e appunto dell’immagine – sarebbe stato difficile tirar fuori grandi emozioni, grandi intuizioni. Gli yesmen non possono essere campioni di critica, e privata del senso critico, l’arte si spegne. Torna in mente al proposito “Il terzo uomo” di Graham Greene, nella cui versione cinematografica un imponente Orson Welles sottolineava come tra guerre e briganti, tra intrighi dei Borgia e avvelenamenti vari, a Roma e in Italia nasceva l’arte di Raffaello e Michelangelo mentre in Svizzera, in cinque secoli di pace, cosa erano riusciti a fare? Gli orologi a cucù.
(Fabrizio Pasanisi)


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