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LETTERATURA

Storia di Héctor Rojas Herazo, conversatore infinito

  • 2 ottobre 2017
  • 12:02

Héctor Rojas Herazo è stato uno stimato giornalista,
poeta e pittore colombiano ma per chi lo conosceva,
come
García Márquez che sedette prima di fronte alla
sua cattedra e poi accanto alla sua scrivania, in redazione,
era soprattutto un “conversatore infinito”, traboccante
di “parole enormi” che continuava a intonare “con una
voce da tuono” finché non aveva stregato il suo interlocutore.
Ecco perché la loro fu un’amicizia intrinsecamente dialettica,
fatta di discorsi che si rincorrono per sfuggire l’eternità.
E che rappresentano il lato intimo di quella frenesia
espressiva che anima chi “vive per raccontarla”.


Allora non poteva certo sapere che le scie terrose che lasciava il gessetto sulla lavagna annunciavano già i tratti nervosi che la matita avrebbe tracciato sui fogli sparsi per la redazione inseguendo i lineamenti di colleghi o avventori in caricature magistrali e spassionate. E che le parole impazienti delle sue brevi lezioni al Collegio San José di Barranquilla anticipavano già le discussioni inverosimili e febbrili che avrebbero estenuato le loro notti lungo il Paseo de los Mártires a Cartagena.

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► Héctor Rojas Herazo è autore, tra l’altro, di un romanzo (“Respirando el verano”, 1962) considerato per molti versi precursore di “Cent’anni di solitudine”. Racconta infatti quasi un secolo di storia della famiglia Domínguez durante la guerra civile colombiana con un’aderenza storica che non soffoca mai il lirismo di una prosa immaginifica

Il quattordicenne Gabriel García Márquez non poteva certo immaginare che sarebbe diventato amico di un’amicizia così calzante con quel professore che appena qualche anno prima aveva saputo folgorare la sua memoria giovane. Che infatti lo ricordò subito quando il direttore Zabala disse che voleva presentargli quel tale, Héctor Rojas Herazo, e subito lo riconobbe quando lo incontrò, alto alto come in classe dove entrando toccava l’architrave della porta e doveva chinarsi per disegnare alla lavagna. L’altro invece, il fu professore nel frattempo diventato rubricista del quotidiano El Universal di Cartagena, non sapeva di aver conosciuto quel ragazzo che si trovava di fronte, e a lungo non l’avrebbe saputo, perché le parole sterminate che i due si sarebbero scambiati avrebbero attentamente omesso quella rivelazione.

Héctor Rojas Herazo (Santiago de Tolú 1920 – Bogotà 2002) è stato uno stimato giornalista, poeta e pittore colombiano ma per chi lo conosceva, come García Márquez che sedette prima di fronte alla sua cattedra e poi accanto alla sua scrivania, era soprattutto un “conversatore infinito”, traboccante di “parole enormi” che continuava a intonare “con una voce da tuono” finché non aveva stregato il suo interlocutore. Ecco perché l’amicizia tra lui e un altro insaziabile oratore come Gabito non poteva esser fatta d’altro che di parole, riguardo un po’ tutti gli argomenti, futili o solenni, purché dette tutte d’un fiato, “senza mai bere, respirando appena e fumando come turchi per paura che la vita non ci bastasse per tutto quello di cui dovevamo ancora parlare”. Un’amicizia intrinsecamente dialettica, fatta di discorsi che si rincorrono per sfuggire l’eternità. E che rappresentano il lato intimo di quella frenesia espressiva che anima chi “vive per raccontarla”.
(Giulia Borioni)


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