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LETTERATURA

La sera passava Umberto Eco: il peso delle radici e la sua Alessandria nei ricordi compaesani di Roberto Cotroneo

  • 22 febbraio 2016
  • 11:49

Gennaio 1981, libreria di via Dante, ad Alessandria.
Eco è tornato nella sua città per parlare dei suoi libri.
Un ventenne
ROBERTO COTRONEO lo avvicina
realizzando così la sua prima intervista,
in un incontro che cambierà il suo destino


Ricordo che in quegli anni Cesarino Fissore teneva gli economici della Laterza vicino al banco della cassa. Era un pomeriggio di gennaio. Il 1981. In libreria passavo quasi tutti i giorni. A cercar edizioni esaurite, o libri che cortesemente non venivano riprezzati, e costavano il giusto per un giovane studente. E spesso si passavano ore al piano di sotto della libreria; a cercar Bompiani o Einaudi d’annata, vecchi Sansoni, autentiche rarità che non avresti trovato da nessun libraio, e che lì costavano poco. Quel pomeriggio stavo scorrendo però un saggio di Roman Jakobson, uscito per la Piccola biblioteca Einaudi. E mentre sfogliavo il volume ho inavvertitamente sentito che da lì sarebbe passato Umberto Eco per presentare “Il nome della rosa”. Avevo letto tutto di Umberto Eco. O quasi. E avevo letto, in meno di due giorni “Il nome della rosa”. Così tornai, e chiesi a Cesarino se potevo intervistarlo. Quell’intervista diventò uno dei miei primi articoli pubblicati su un giornale (forse il primo in assoluto). Ancora oggi Umberto ricorda divertito che io gli chiesi, con l’indisponenza dei ragazzini, come avesse fatto a scrivere un saggio su Joyce visto che in quegli anni non sapeva ancora bene l’inglese (“parto dal presupposto”, mi rispose: “che Finnegans Wake non sia scritto in inglese”). Per una serie di motivi, che sarebbe troppo lungo elencare, quell’incontro avrebbe segnato il mio destino. Di lì a poco Eco mi avrebbe dato un’altra intervista. E con un’intervista a Umberto Eco sotto il braccio mi presentai, due anni dopo alla redazione milanese de L’Europeo.

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► Roberto Cotroneo: “…gli chiesi, con l’indisponenza dei ragazzini, come avesse fatto a scrivere un saggio su Joyce visto che in quegli anni non sapeva ancora bene l’inglese (‘parto dal presupposto’, mi rispose: ‘che Finnegans Wake non sia scritto in inglese’)”

COS’ERA ECO PER NOI RAGAZZI DI ALESSANDRIA – Eppure, per tornare a quel pomeriggio un po’ freddo di gennaio, per me Eco non era solo l’autore di un grande best-seller; e neppure soltanto l’autore di saggi come “Opera aperta” e “Apocalittici e integrati”. Per noi nati e cresciuti ad Alessandria, Eco era l’uomo che aveva scritto articoli come “Pochi clamori tra la Bormida e il Tanaro”; che si poteva leggere nella raccolta di saggi “Il costume di casa”. E in quell’articolo, noi ragazzi con ambizioni intellettuali, capivamo finalmente come eravamo fatti, e finiva che il viver nella nebbia, e in un luogo senza passioni, senza miti e con poche leggende, non era più fonte di sofferenza, ma un atout verso il mondo. Certo, sognavamo di vivere a Parigi, e di passare da Flore le sere e leggere Sartre, o magari persino Lacan; certo, è vero, aspiravamo a luoghi più magici. Ed era poco sopportabile per un adolescente una città piatta e persino prevedibile come Alessandria. Ma quell’articolo di Eco ci dava una via d’uscita, una spiegazione, una chiave di interpretazione. “Sapeste come ci si sente fieri…”, scrive Umberto. Noi non avremmo osato dirlo. Credevamo di vivere in un posto barbaro, pratico, rude nella sua concretezza. Persino un po’ prosaico. Altro che i toscani, con quelle città meravigliose, con quel dispendio generoso di energia intellettuale, o i torinesi, di fatto francesi, nei modi e nello spirito. Per non parlar di Milano: estranea, più lontana di quanto possano dire quei cento chilometri scarsi che ci separano. Forse Genova, per noi, era luogo più affine, anche se quel mare esagerato metteva diffidenza. Quando ho cominciato a scrivere la lettera a mio figlio sull’amore per i libri, sapevo che dopo “L’isola del tesoro”, dopo “Il giovane Holden”, sarei arrivato a parlare di Alessandria, e a farlo ripercorrendo le tracce, gli indizi che Umberto Eco mi aveva lasciato nella memoria, mi aveva incoraggiato a seguire. Sapevo che mi sarebbero tornati alla mente i “Pochi clamori” ma anche “Il miracolo di san Baudolino”.

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►Umberto Eco presenta “Il sogno di scrivere” di Roberto Cotroneo a Milano nel 2014

MI DAVA DEL LEI ED ERO UN RAGAZZINO – Ma voglio tornare a quel pomeriggio di gennaio del 1981. A quella libreria di Cesarino Fissore che sembrava scoppiasse di libri, con pile ovunque, dove io mi orientavo alla perfezione. Eco fumava una sigaretta dietro l’altra, io registravo. Lui mi dava del lei, anche se ero ancora un ragazzino. E io, ad esempio, chiedevo conto di Lacan, del perché polemizzò con lui scrivendo “La struttura assente”. Le risposte di Eco erano puntuali, e qualche volta credo di averlo sorpreso. Ma in quel momento era come se Alessandria si fosse allargata d’improvviso, una schiarita tra la nebbia perenne. Eco era tornato nella città per parlare dei suoi libri, e non a raccontare la sua alessandrinità, come molti avrebbero voluto. E con grande miopia in troppi non si sono accorti che spesso Eco parla della sua città, anche quando non sembra.

GLI STESSI LUOGHI – So che quando era ragazzo abitava in via Montegrappa. A due passi da dove abitavo io (e dove abitano ancora oggi i miei genitori). Lui racconta in “Lettera a mio figlio” che lo chiamavano “il terrore di piazza Genova”. Ho passato buona parte della mia infanzia a giocare in piazza Genova (che ora si chiama piazza Matteotti). Anche se non ero specializzato in assalti all’arma bianca, come lui. La cosa che mi fa sorridere è che io spesso in piazza Genova ci andavo a leggere i libri. Libri che compravo in via Dante, poco distante, da Cesarino Fissore. Lì, in piazza Genova, seduto sulla panchina che guarda la fontana e il Liceo Plana, credo di aver letto buona parte di “Opera aperta”. Nessuno potrà mai dimostrarlo, ma forse è vero che i luoghi hanno un potere misterioso.
(Roberto Cotroneo)


Da Storie 26/1997 – La sosta
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