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LETTERATURA

Kazuo Ishiguro nei silenzi di Mr. Stevens, uomo e maggiordomo

  • 5 ottobre 2017
  • 16:20

Mr. Stevens è il maggiordomo di Darlington Hall, la dimora
che Kazuo Ishiguro descrive in “Quel che resta del giorno”.
Le sue mansioni e le abitudini che lo accompagnano
mutano improvvisamente con il cambio della proprietà,
a partire dall’occasione di un viaggio in Cornovaglia
e dall’opportunità di assumere un nuovo dipendente.
In automobile, da solo, scorre i ricordi di una vita trascorsa
a organizzare il servizio. Perfino la morte e l’amore
li ha conosciuti attraverso la dignità della sua uniforme..
.


Prologo: l’uniforme
A cavallo degli anni trenta (tra il 1928 e il ’32), Hermann Broch lavora al suo capolavoro: la trilogia “I sonnambuli”. Le vicende dei tre romanzi che la compongono si svolgono in epoche differenti, a distanza di quindici anni le une dalle altre (1888, 1903, 1918), e senza presentare connessioni di rilievo sul piano dell’intreccio o dei Pasenow_Brochpersonaggi. L’unità dell’affresco è data dalla continuità di uno stesso tema, il disfacimento dei valori. Secondo Broch si può leggere la storia moderna come disgregazione progressiva dei valori condivisi; i volti della verità, che siano della chiesa o dello stato o della tradizione, si fanno vizzi e rugosi, maschere senza voce e senza autorevolezza. Il mondo è una trappola di sentieri disordinati e insicuri. Di fronte ad essa Broch individua tre possibilità di esistenza e le rappresenta nei tre protagonisti dei suoi romanzi.

Ci soffermeremo su Pasenow, il primo di essi, perché è caratterizzato dal motivo dell’uniforme. Il sottotitolo del romanzo a lui dedicato è il Romanticismo, ovvero “l’attaccamento sentimentale ai valori ereditati”. Alla Storia, che disarticola, allenta, disperde, Pasenow reagisce rimettendo in ordine e soffocando il dubbio, “si abbottona fino al collo nell’universalità della sua uniforme”. L’uniforme, militare o ecclesiastica, o da maggiordomo, è simbolo della certezza di fronte alla precarietà individuale; abito concreto che ricopre chi lo indossa di un sistema dove il bene, il giusto, l’onorevole hanno un volto limpido e definito; i giudizi sono già dati e l’imprevisto può essere escluso con indifferenza. L’uomo in uniforme cammina da solo per una lunga via tranquilla.[1]


Il viaggio (1956)
Mr. Stevens è sul punto di intraprendere una spedizione che lo condurrà fino alle coste occidentali del paese, in Cornovaglia. Rimarrà così lontano da Darlington Hall per cinque o sei giorni, dopo aver compiuto per anni solo brevi escursioni nei dintorni, sempre limitate dalle proprie responsabilità professionali. L’occasione è offerta dal nuovo datore di lavoro, un politico americano che ha rilevato la dimora appartenuta per oltre due secoli alla famiglia Darlington. Questi ha mantenuto il personale di servizio del suo predecessore, cosicché Mr. Stevens, maggiordomo depositario della tradizione aristocratica inglese, ha dovuto abituarsi a comportamenti poco consueti, come questa inaspettata concessione di alcune giornate di libertà.

Era compito di Mr. Stevens regolare le mansioni e i tempi dei suoi collaboratori, affinché all’interno della casa regnasse un ordine silenzioso ed efficiente. Il fatto che egli stesso, nelle settimane precedenti, si fosse macchiato di alcune sviste durante le occupazioni quotidiane, lo aveva portato a dubitare dell’efficacia della sua organizzazione e a considerare la possibilità di un ritocco. Aveva compreso infine di essersi sobbarcato un carico eccessivo di compiti e decise per l’assunzione di un nuovo dipendente.

ishiguro_quel-che-resta-del-giornoUna circostanza inattesa aveva offerto la soluzione di tale mancanza. Dopo anni di semplici biglietti natalizi, giungeva una lettera di Miss Kenton. Governante a Darlington Hall dal 1923, Miss Kenton aveva interrotto il servizio nel ’36 per trasferirsi a Little Compton, in Cornovaglia. Nei lunghi brani della sua lettera Mr. Stevens aveva letto una certa nostalgia per Darlington Hall e alcune allusioni al desiderio che ella avrebbe avuto di ritornarvi.

Il viaggio occupa la mente di Stevens con varie questioni pratiche, le spese e l’itinerario, ma anche con quella all’apparenza meno essenziale, gli abiti. Per quest’occasione imprevista, nata dal caso in mezzo alla situazione scombinata di una dimora aristocratica rimasta vuota dopo due secoli, di una società che ha trascinato nel suo rovescio le regole e le abitudini della tradizione, per quest’occasione imprevista, dicevamo, Mr. Stevens non ha abiti e ciò gli dà una qualche inquietudine. Dopo anni, per la prima volta si trova ad abbandonare la sua uniforme da maggiordomo composta ed elegante, il cravattino e le code di rondine della marsina. Senza l’abito diligentemente indossato dall’assunzione del suo incarico sotto Lord Dariington, può accomodarsi sulla Ford e inoltrarsi nella campagna.


I ricordi: la morte (1924: Giornata piovosa alla fine di marzo)
Miss Kenton aveva preso servizio a Darlington Hall l’anno precedente, all’incirca nello stesso arco di tempo nel quale Mr. Stevens senior assumeva l’incarico di sotto-maggiordomo. In quella giornata di marzo si svolgeva a Darlington Hall un congresso con politici e aristocratici da tutta Europa, occasione nella quale le incombenze e la tensione del personale di servizio si moltiplicavano perché l’immagine della casa fosse la più degna e autorevole. Mr. Stevens senior era a letto, malato da alcuni giorni.

Tardo pomeriggio. Dal vano di una porta aperta Miss Kenton fa un cenno a Mr. Stevens perché la raggiunga:

– Mi dispiace tanto, Mr. Stevens. Vostro padre è spirato circa quattro minuti fa.
– Capisco.
– Mr. Stevens, mi dispiace tanto, vorrei riuscire a dirvi qualcosa.
– Non ve n’è alcun bisogno, Miss Kenton.
– Venite su a vederlo?
– Sono molto occupato, in questo momento, Miss Kenton. Tra poco, forse… Vi prego, Miss Kenton, di non voler giudicare eccessivamente sconveniente il fatto che io non salga a vedere mio padre proprio nel momento in cui è deceduto. Ma, vedete, sono certo che egli avrebbe desiderato che io non interrompessi il servizio proprio ora.
– Naturalmente, Mr. Stevens.
– Se facessi altrimenti, sento che lo deluderei.
– Naturalmente, Mr. Stevens.

Di fronte al dolore, come di fronte all’amore, faccia a faccia cogli eventi improvvisi che disarticolano l’ordine dell’esistenza, come un calcio sulla schiena ad un uomo che sostiene un vassoio largo e colmo di cristalli, l’uniforme permette la ricomposizione istantanea. È giustificato lo sguardo che si china e si volge altrove, sollevato di non dover fissare diritto.


La “dignità” e il trionfo
A bordo della Ford Mr. Stevens percorre la campagna inglese, l’andatura lenta del viaggiatore pensoso, la calma di chi si adagia in quella linea molle di salita e discesa continua, senza strappi di pendenza per il motore, né per gli occhi. In una delle fermate si accomoda a guardare il panorama da un’altura. Cerca di definire la sensazione che percepisce: la “grandezza”. Azzarda l’ipotesi. che sia “la mancanza stessa di drammaticità o di spettacolarità del genere più ovvio a consentire alla bellezza della nostra terra di distinguersi. Ciò che le e proprio è la calma insita in quella bellezza, la sensazione di riserbo che essa racchiude”.

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Anthony Hopkins è Mr. Stephens (e Emma Thompson è Miss Kent) nel film “Quel che resta del giorno” (1993) di James Ivory, tratto dall’omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro

La contemplazione del paesaggio rivela a Mr. Stevens la risposta a una domanda che lo aveva costantemente visitato lungo la sua carriera: che cos’è che fa grande un maggiordomo? L’essenza della professione si disegna ora tra quelle linee ondulate, dall’equilibrio conscio e intoccabile: la “dignità”. I grandi maggiordomi vivono profondamente il loro ruolo professionale, sono individui che non si fanno sconvolgere da eventi esterni, per quanto sorprendenti, allarmanti o irritanti questi possano essere. La percezione di avere assolto il proprio compito con assoluta dignità si impadronisce di Mr. Stevens con un grande senso di trionfo.
Così accadeva ogni volta che ripensava, pur tra la tristezza, alla sera del 1924 nella quale morì il padre. Lo stesso senso di trionfo l’aveva sollevato al termine di una giornata di parecchi anni dopo.


l ricordi: l’amore (1936)
Lord Darlington aveva in programma un incontro politico in casa, della massima riservatezza e importanza. Poco prima di cena si era presentato un altro ospite inatteso, che doveva essere ricevuto e sistemato con la consueta sollecitudine. Tutto ciò aveva creato qualche preoccupazione, comunque senza troppi turbamenti.

Stevens scende nel salottino di Miss Kenton:

– È arrivato Mr. Cardinal, Miss Kenton, stasera avrà bisogno della sua solita stanza.
– Molto bene, Mr. Stevens. Me ne occuperò prima di andar via.
– Ah. Uscite, questa sera, Miss Kenton.?
– Certamente, Mr. Stevens. Voi ricorderete che abbiamo discusso la cosa due settimane fa.
– Sì naturalmente, Miss Kenton. Vi domando scusa, mi era solo sfuggito di mente per un attimo.

Mr. Stevens volta le spalle per andarsene, ma viene fermato da Miss Kenton che esclama:

– Mr. Stevens, ho qualcosa da dirvi.
– Sì, Miss Kenton?
– È a proposito di quel mio conoscente, la persona con la quale esco questa sera. Mi ha chiesto di sposarlo, ho pensato che voi aveste il diritto di saperlo.
– Certamente, Miss Kenton, è una cosa molto interessante.
– Io ci sto ancora pensando. Questo mio conoscente dal mese prossimo comincerà una nuova attività sulla costa occidentale del paese. Come dicevo, sto ancora dedicando alla cosa una certa riflessione. Comunque ho ritenuto che doveste essere informato della situazione.
– Vi sono molto grato, Miss Kenton. Mi auguro davvero che trascorrerete una piacevole serata. E adesso se volete scusarmi.

All’incirca venti minuti più tardi Mr. Stevens incrocia Miss Kenton con occhi furibondi dal fondo di una scala:

– Mr. Stevens, ho capito bene che voi desiderate che io rimanga in servizio questa sera?
– Niente affatto, Miss Kenton. Come voi stessa avete sottolineato, me ne avevate data notizia qualche tempo fa.
– Ma mi rendo conto che siete molto scontento del fatto che io esca, questa sera.
– Tutto il contrario, Miss Kenton. Non vi è assolutamente alcun motivo perché voi questa sera non dobbiate uscire.
– Io intendo farlo con o senza la vostra benedizione, Mr. Stevens, e desidero che questo sia chiaro. Avevo preso accordi settimane fa.
– C’erta mente, Miss Kenton. E, ancora una volta, intendo augurarvi una serata molto piacevole.

Al rientro della donna Stevens era impegnato cogli ospiti, la ricevette con il tono secco e rispettoso che gli era solito, alla svelta perché questioni della massima importanza stavano avendo luogo nel salotto:

– Non vi interessa minimamente sapere che cosa è accaduto questa sera tra il mio conoscente e me, Mr. Stevens?
– Non vorrei essere scortese, Miss Kenton, ma devo proprio tornare di sopra senza ulteriori indugi.
– E quando mai non è così, Mr. Stevens? Molto bene, se dovete scappar via, mi limiterò a dirvi che ho accettato la proposta del mio conoscente.
– Come dite, prego, Miss Kenton?
– La sua proposta di matrimonio.
– Ah davvero, Miss Kenton? In questo caso vorrei porgervi le mie felicitazioni.

Scendendo in cantina per scegliere una bottiglia di vino Stevens attraversò il corridoio davanti alla porta di Miss Kenton; nel viaggio di ritorno capì dalla luce che filtrava da sotto gli stipiti che lei era ancora lì dentro. Si fermò nella semioscurità con il vassoio tra le mani, e una convinzione si fece strada dentro di lui, che a pochi metri di distanza, dall’altro lato di quella porta, Miss Kenton in quel momento stesse piangendo.

Nell’ora successiva, in piedi sotto l’arco del salone, a poco a poco un sentimento profondo di trionfo tornò a visitarlo; aveva appena attraversato una serata molto difficile, nel corso della quale era riuscito a conservare una “dignità” pari all’altezza della posizione che occupava.


Finale: la dedizione
A volte le azioni umane mancano di una causalità, hanno un aspetto misterioso, inafferrabile. Il mistero è nella balbuzie momentanea di fronte all’occasione: la possibilità di un altrove che esige un atto di coraggio. Il rifiuto ha bisogno dì una ragione falsa per consolarsi, non può rimanere vacante, per permettere una fila di parole di nuovo fluide. La dignità e il trionfo, ogni depressione acuta conosce il momento nel quale si rovescia in euforia.

A bordo della Ford, Mr. Stevens ha pensato alla guerra da poco terminata, a come non abbia sconvolto quel paesaggio morbido. E poi ai popoli orgogliosi che millenni prima avevano difeso quella terra ed erano stati sconfitti. I conquistatori continentali esigevano la dedizione, ovvero la resa incondizionata degli averi e della libertà dei sottomessi: l’atto estremo della sconfitta. Tale strana questione sorse al pensiero di Mr. Stevens, e quella parola ronzante complicò alquanto le domande sulla sua condotta professionale. Ma di ciò il maggiordomo non intende parlare.
(Giovanni Santucci)


L’articolo è tratto da Storie 35/1999 – Chi pensa alla casa
storie35


[1] Le osservazioni del Prologo sono di Milan Kundera e si trovano nelle “Note ispirate dai Sonnambuli”, in M. Kundera, “L’arte del romanzo” (Adelphi 1988). I dialoghi sono tratti, con alcuni tagli e adattamenti, dal romanzo di Kazuo lshiguro, “Quel che resta del giorno” (Einaudi 1990).


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