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LETTERATURA

Gay Talese: il New Journalism l’ho imparato nella sartoria di mia madre

  • 24 ottobre 2016
  • 12:25

Insieme a Tom Wolfe, Normal Mailer, Truman Capote, Hunter Thompson e George Plimpton, Gay Talese (recentemente al centro delle polemiche sollevate dal suo “The Voyeur’s Motel”) è considerato tra i fondatori del New Journalism. Se Wolfe ha impresso al nuovo stile la sua arguzia mondana, Capote il suo cinismo indagatore e Thompson un estro vagamente psichedelico, nelle mani di Talese il giornalismo narrativo ha assunto i tratti di quella che lui chiama “letteratura della realtà”, ovvero una letteratura che presta attenzione alla vita e alle preoccupazioni quotidiane delle persone “comuni” senza bisogno che vengano sconvolte da un crimine, da un grave incidente o da qualche altro motivo straordinario che di solito giustifica l’interesse dei media, degli storici o dei biografi.

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Gay Talese all’età di 8-9 anni (sulla destra) con il padre Joseph (di origini calabresi), la madre Catherine e la sorella Marian a passeggio sul lungomare di Atlantic City nei primi anni ’40. La sua infanzia ha lasciato un’impronta indelebile nella personalità e nella carriera di Talese: “Vengo da un’isola e da una famiglia che hanno rafforzato in me l’identità di americano periferico, outsider, alieno nel mio stesso paese. Tuttavia, se questo da un lato può avere impedito la mia assimilazione alla corrente, dall’altro mi ha guidato lungo un sentiero tortuoso ma affascinante, seguito dai molti che, in cerca di qualcosa, diventano scrittori”

Dal momento che, come osserva lui stesso, “in America la vita di tutti i giorni è raccontata soprattutto nelle fiction, nelle opere dei romanzieri, dei commediografi e degli scrittori di racconti che possiedono il talento creativo di rendere memorabili le esperienze più banali”, la sua missione è sempre stata quella di occuparsi della gente “normale” anche nella letteratura che non è di finzione.

Un lavoro ben certificato dall’antologia “Frank Sinatra ha il raffreddore” (BUR 2010) che raccoglie alcune delle migliori storie scritte da Talese nell’arco di cinquant’anni e pubblicate sulle più autorevoli testate americane. Raccontano dei gatti randagi e dei dropout di New York, dell’autore dei necrologi del New York Times, della “Seconda Statua della Libertà” e, nei quattro capitoli conclusivi, della sua vita e della sua carriera, chiarendo i moventi e la genesi di quanto letto fin lì.

Persino quando scrive di celebrità (da Frank Sinatra a Joe Di Maggio e Peter ‘O Toole), lo fa cogliendole in momenti in qualche modo defilati della loro esistenza, lasciando emergere la loro umanità, la persona autentica dietro il personaggio. E ci riesce, lo spiega nei brani che proponiamo qui di seguito, soprattutto tenendo a mente l’esempio di sua madre, grande oratrice e ancor più attenta ascoltatrice delle signore che frequentavano la sartoria di famiglia a Ocean City quando lui era bambino:

Dopo la scuola lavoravo come fattorino nella sartoria dei miei, che offriva i propri servizi a signore distinte, ampie nella figura come nei mezzi. Erano le mogli dei pastori metodisti e dei banchieri, le giocatrici di bridge, le portatrici di storie. Erano le signore in guanti bianchi che d’estate evitavano la spiaggia e la passeggiata sul lungo mare per impiegare una quantità considerevole di tempo e denaro nella via principale, in negozi come quello dei miei genitori, dove, tra il basso ronzio dei ventilatori e le premurose attenzioni di mia madre nei camerini di prova, si misuravano gli abiti parlando della loro vita privata oltre che degli affari e delle disgrazie dei loro amici e vicini.

Il negozio si trasformava in una specie di talk-show, che sbocciava intorno alle maniere accattivanti e alle domande tempestive di mia madre; e io, un ragazzino non molto più alto dei banconi dietro cui mi nascondevo per riposarmi un attimo e origliare, assimilavo un sacco di cose che mi sarebbero tornate utili negli anni a venire, quando avrei iniziato a intervistare la gente per i miei articoli e i miei libri.

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“Frank Sinatra ha il raffreddore” è un’antologia delle migliori storie scritte da Talese nell’arco di cinquant’anni e pubblicate su alcune delle più autorevoli testate americane (dal New York Times a Esquire)

Imparai ad ascoltare con pazienza e attenzione e a non interrompere mai, nemmeno quando i miei interlocutori si spiegavano con difficoltà, perché è proprio in quei momenti balbettanti e imprecisi (come mi insegnava l’arte dell’ascolto della mia paziente madre) che spesso ci si rivela di più: ciò che si esita a dire può raccontare molto su di noi. Le pause, l’evasività, il repentino cambio di argomento sono indicatori attendibili di ciò che mette in imbarazzo o irrita una persona, di ciò che considera troppo privato o imprudente da rivelare a qualcun altro in quel particolare momento. E tuttavia sentii molte donne aprirsi candidamente con mia madre su argomenti che solo un attimo prima avevano sfuggito: penso che fosse dovuto non tanto alla natura indagatrice della mamma o alle sue domande, poste al momento giusto, quanto al fatto che le persone a poco a poco arrivavano ad accettarla come confidente degna di fiducia. Le migliori clienti di mia madre erano donne che, più che di un vestito nuovo, avevano bisogno di comunicare.
[…]
Le accoglieva in negozio come fossero a casa, le accompagnava verso le poltrone di pelle rossa davanti ai camerini e si offriva di mandarmi al drugstore all’angolo a prendere gazzosa e tè freddo. Non permetteva che le telefonate interrompessero i loro discorsi: erano mio padre o i commessi a prendere le chiamate; e anche se in un paio di casi qualche signora approfittò della sua tolleranza come ascoltatrice e andò avanti a blaterare per ore, tanto da indurla a rifugiarsi in magazzino quando la vide tornare la volta successiva, la maggior parte di quello che vidi e sentii in negozio fu molto più interessante e istruttivo di ciò che imparai dai censori in tonaca nera della scuola cattolica.

A dire il vero nei tanti anni trascorsi da quando ho lasciato casa – il ricordo della mia giovinezza origliante e delle voci di donna che le diedero corpo è sempre vivo dentro di me – ho spesso avuto la sensazione che molte delle questioni politiche e sociali dibattute in America nella seconda metà del ventesimo secolo […] fossero state già tutte discusse nella boutique di mia madre mentre io crescevo negli anni Quaranta, durante la guerra e nel dopoguerra.
[…]
Da lei ho imparato una lezione che si sarebbe rivelata essenziale per il mio lavoro di scrittore di non-fiction, ma non è tutto: crescere in un negozio mi ha trasmesso anche la capacità di comprendere una generazione diversa dalla mia, stili, atteggiamenti e storie di vita che andavano al di là di quelle che avrei potuto incontrare nelle mie normali esperienze a casa o a scuola. Oltre alle clienti di mia madre e ai mariti che talvolta le accompagnavano, il negozio era frequentato dalle commesse che aiutavano la mamma con la vendita e la contabilità durante gli affollati mesi estivi, dai sarti anziani ormai già quasi in pensione, che lavoravano con mio padre nella stanza sul retro sistemando abiti da uomo e da donna (e spesso cercando di togliere macchie di whisky dai completi dei molti bevitori clandestini della città), dai ragazzi delle superiori che guidavano i camion per le consegne della ditta e dagli stagionali di colore che azionavano le stiratrici a pressa. Tutti quelli che lavoravano alle presse avevano i piedi piatti, e per questo durante la Seconda guerra mondiale erano stati esclusi dal servizio militare. Uno di loro era un musulmano militante, e fu ascoltando lui che mi resi conto della rabbia dei neri in quel periodo, quando subivano la segregazione perfino nell’esercito.
“Leva o non leva” lo sentii ripetere spesso, “non mi costringeranno mai a combattere in questa guerra di bianchi!”

Gay Talese: “Tutti i miei libri, in realtà, traggono in un modo o nell’altro ispirazione da elementi della mia isola e dai suoi abitanti, rappresentanti tipici dei milioni di individui che ogni giorno si incontrano e interagiscono nei negozi, nei bar e lungo le passeggiate delle piccole città, degli insediamenti periferici e dei quartieri cittadini, ovunque”

Un altro addetto alle presse, un uomo massiccio con la con la testa rasata e gli avambracci pieni di cicatrici da coltello, aveva una moglie piccola ed energica che entrava regolarmente nella stanza piena di vapore sul retro e lo sgridava perché aveva il vizio di giocare d’azzardo tutta la notte, oltre ad altre cattive abitudini. Molti anni dopo, nel 1962, quelle ramanzine mi tornarono alla memoria mentre stavo svolgendo ricerche per un articolo commissionatomi dall’“Esquire” sull’ex campione dei pesi massimi Joe Louis, in compagnia del quale ero rimbalzato da un night-club di New York all’altro la sera prima di tornare a casa sua, a Los Angeles. Mentre ritiravamo i bagagli all’aeroporto di Los Angeles, ci venne incontro la moglie del pugile (la terza): immediatamente tra loro ebbe inizio una lite domestica che mi fornì il materiale per l’attacco dell’articolo.

Quando il mio collega Tom Wolfe lesse il pezzo gli tributò pubblicamente il proprio apprezzamento inserendolo in una nuova forma di giornalismo, una scrittura che portava il lettore vicinissimo alle persone e ai luoghi reali grazie a dialoghi riferiti con precisione, descrizioni d’ambiente, dettagli intimi e personali, compreso il ricorso al monologo interiore (mia madre chiedeva sempre alle amiche: “Cosa stavi pensando quando hai fatto questo e quest’altro?” e io più tardi ho sempre posto la stessa domanda ai protagonisti dei miei articoli), oltre ad altre tecniche di scrittura da sempre legate alla fiction e al teatro. Tom Wolfe annunciò a tutti che il pezzo su Joe Louis era emblematico di quello che lui definiva “New Journalism”, ma io credo di non aver meritato i suoi complimenti perché non ho mai scritto, né allora né dopo, niente che consideri “nuovo” dal punto di vista stilistico. Il mio approccio alla ricerca e al modo di raccontare una storia si è sviluppato a partire dal negozio dei miei, si è messo a fuoco e ha attinto ispirazione dalla vita e dall’ascolto degli adulti che vedevo interagire ogni giorno là dentro come i personaggi di una pièce vittoriana: le signore in guanti bianchi sedute sulle poltrone di pelle rossa che indulgevano nelle loro chiacchiere pomeridiane, gli occhi fissi, oltre il tendone di fronte al negozio, sulla via principale torrida e bruciata dal sole, in un’epoca che sembrava averle superate e lasciate indietro. […] Se ripenso alle signore in guanti bianchi il mio ricordo è benevolo perché sono state loro, insieme agli altri che frequentavano il negozio dei miei o vi lavoravano (e alla curiosità trasmessami da mia madre), a innescare il mio primo interesse per la società di una cittadina di provincia, per le preoccupazioni quotidiane della gente comune.

(a cura di Giulia Borioni)

 

Gay Talese, “Frank Sinatra ha il raffreddore” (BUR 2010, trad. di Chiara Gabutti)


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