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LETTERATURA

Derek, il poeta dello stesso mare che scrisse solo un racconto in vita sua

  • 20 marzo 2017
  • 12:36

In “Café Martinique”, unico racconto scritto da Derek Walcott,
si confrontano due mondi. Quello martinicano dello scrittore Maurice Lamartine,
soggiogato dalla cultura francese, e quello walcottiano di Saint Lucia,
ormai svincolato dall’influenza britannica. Seduto al tavolino di un caffé,
Lamartine è raccontato da Walcott come fosse il suo doppio.
Irriducibile e inafferrabile.

Nel 2012 Storie ha dedicato un numero speciale allo scrittore caraibico,
pubblicando il racconto assieme a dei versi scelti del grande poeta,
il testo integrale di una lezione tenuta agli allievi della Essex University
l’anno precedente e un breve, intenso saggio di MARIA CRISTINA FUMAGALLI
che ne definiva il carattere rivoluzionario, anzitutto, e che qui riproponiamo.
Ci sembrano ancora le parole migliori per celebrarlo.


Quando nel ‘92 ricevette il premio Nobel per la letteratura, Derek Walcott confessò di essere soltanto un ottavo dello scrittore che sarebbe stato se avesse potuto riunire in sé tutti i brandelli delle lingue di Trinidad. Il suo era ovviamente un grande tributo alla qualità multiculturale dei Caraibi ma che fosse una buona notizia in effetti non ci avevo mai pensato finché non ho dovuto scrivere questi cinque minuti di discorso in suo onore…[1]

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► I libri di Walcott. Ha scritto Josif Brodskij: “Per quasi quarant’anni, senza sosta, i suoi versi pulsanti e inesorabili sono arrivati nella lingua inglese come onde di marea, coagulandosi in un arcipelago di poesie senza il quale la mappa della letteratura moderna assomiglierebbe, di fatto, a una carta da parati”. L’arcipelago letterario, poetico e teatrale del poeta di Castries in Italia ha i colori di Adelphi

Dover fare i conti con un ottavo del potenziale Walcott non è cosa da poco. Ha ottenuto talmente tanto nella sua straordinaria carriera che avrei bisogno di moltiplicare ottanta volte otto il tempo a mia disposizione per iniziare appena a rendergli giustizia. E in ogni caso, come si fa, da dove si comincia a celebrare l’opera di uno dei migliori, se non il migliore in assoluto, fra i nostri poeti contemporanei?

Beh, il “dove” non è poi così difficile. La forza propulsiva dell’opera di Walcott è sempre stato l’amore per i suoi Caraibi, i paesaggi, la gente e la cultura del paese in cui è nato. Basti il fatto che è felicissimo quando può parlarne e quando può manifestare la gioia e il privilegio che ha provato nel veder sbocciare e fiorire la letteratura caraibica. Non dobbiamo dimenticare che Walcott ha sempre creduto in questa possibilità. Fin dagli inizi della sua carriera è stato capace di vedere la freschezza delle opportunità che offrivano i Caraibi mentre altri vi vedevano soltanto privazioni, corruzione, mimetismo culturale. La forza di questa visione derivava e deriva dalla sua straordinaria capacità di concepire e rappresentare il mondo in forme che vanno al di là delle spiegazioni consolidate e delle formule preconfezionate. Affrontare le opere di Walcott significa rompere le barriere legate al proprio modo di pensare e persino al proprio modo di vivere. Si prende coscienza che è necessario ripulire il proprio vocabolario e, cosa più importante, la propria mente. Gli schemi fissi si rivelano di fatto per ciò che sono: strumenti analitici inadeguati e, soprattutto, arnesi totalmente inutili dal punto di vista rivoluzionario. Perché Derek Walcott è un rivoluzionario, un tipo di rivoluzionario molto speciale.

“Il futuro della militanza nelle Indie Occidentali”, scrisse quasi quarant’anni fa, “è nell’arte”. La sua militanza di artista caraibico si è nutrita del rifiuto ostinato alla sterile retorica della vendetta e del risentimento come pure dell’urgenza costante di prestare ascolto alla condizione della gente comune. Prendiamo una qualunque delle sue opere teatrali o delle sue raccolte: i protagonisti di Walcott sono pescatori, cameriere, casalinghe, autisti d’autobus, diseredati e profughi, schiavi ed ex schiavi. Il ritratto che fa delle loro vite va puntualmente oltre il vittimismo e una visione ipocritamente romantica della povertà attestandosi su un’opera di mediazione concreta, articolata e priva di compiacimento. Mai e poi mai assolve i colonizzatori per ciò che hanno fatto ma si rifiuta di semplificare le cose demonizzandoli. Per Walcott la prospettiva è ed è sempre stata la creazione di spazi e momenti di conciliazione e di dialogo nei quali oppressi e oppressori possano essere riuniti nel tentativo di un riconoscimento reciproco. Se da un lato la poesia di Walcott pone l’accento sul fatto che gli imperi e il potere socio-politico in generale sono transitori e che la loro posizione di predominio non è mai irreversibile, dall’altro riscrive in maniera avvincente il passato e il presente per dar vita a un futuro che apra alla poesia stessa.

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Walcott legge brani dai suoi libri (“Derek Walcott Reads”, audiocass., Caedmon), è pubblicato in francese nella raccolta “Café Martinique” (éditions du Rocher), vede sezionata la sua opera nel voluminoso tomo di Bruce King (Oxford Univ. Pr.), conversa con una quindicina di interlocutori diversi (le interviste sono raccolte da William Bauer per la Mississippi Un. Press.), scrive saggi su Hemingway, Naipaul e Robert Lowell in “What the Twilight Says” (Farrar, Straus & Giroux)

L’esigenza di restituire l’intensità locale dei Caraibi non lo ha mai reso cieco nei confronti del resto del mondo. La passione di Walcott per la letteratura ha sempre trasceso le frontiere geografiche, nazionali e temporali. L’ispirazione ricevuta dai paesaggi della pittura e della letteratura non è stata inferiore a quella dei paesaggi reali. Anzi, i suoi versi rispondono con uguale emozione e coinvolgimento alle campagne di John Clare devastate dalle enclosures, alla “sintassi visibile” di Cezanne nella serie dedicata alla montagna di Sainte-Victoire, ai paesaggi marini minimalisti di Eugenio Montale, all’algido conforto della luce nordamericana di Edward Hopper, all’Irlanda divisa di Seamus Heaney e al cuore straziato della Spagna esibito da Goya. Il fatto di non essere mai stato in alcuni di questi luoghi non ha nessuna importanza: i paesaggi di Walcott prendono consistenza sulla pagina grazie alla propulsione metrica, alla modulazione del suono e alla disciplinata esuberanza della rima, consentendo al lettore e al poeta di sperimentare l’intensità locale delle sue geografie letterarie.

Insomma Walcott non è un credente né un praticante del verso libero. Per lui la poesia è principalmente l’arte della metrica e ha più volte sostenuto che “la poesia moderna dovrebbe invadere nuovamente il teatro, anziché languire nell’atrio come un parente povero”. Tuttavia, malgrado l’amore per il ritmo e lo schema metrico, ha anche ribadito che, e qui cito: “questa maestria formale non ha alcun senso se non puzza di vita vera”. Ecco perché quella di Walcott non può essere una poesia elusiva. Ecco perché non si abbandona all’insensatezza, perché rifiuta ostinatamente di accettare che gli esseri umani non comunichino o non riescano a comunicare attraverso il linguaggio. Quella di Walcott è una poesia che crede in se stessa, in quel che ha da dire e, attenzione, crede nel lettore. E ancora – come Walcott stesso disse di Brodskij – è una poesia che con la sua straordinaria freschezza e immediatezza trasforma il lettore in poeta. Consegna, letteralmente, chi vi si affida a “un’altra vita”.

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Derek Walcott ha curato un numero della rivista Ploughshares (vol. 13 n. 1, 1987) con testi di Seamus Heaney, Josif Brodskij, Randall Barfield, Lucie Brock-Boido, Rita Dove, Stephen Dunn, Katy Aisenberg, fra gli altri. Sotto, un numero del New Yorker (April 21, 2008) presenta poesie di Walcott. A destra (sopra), le prime edizioni di “Another Life” (Farrar, Straus & Giroux 1973) e “The Gulf” (Jonathan Cape 1965)

Non ricordo quante volte ho letto “Un’altra vita”, “The Star-Apple Kingdom”, “Omeros”“Il levriero di Tiepolo”, “Epitaph for the Young”, “Ti-Jean e i suoi fratelli”, “What the Twilight Says”, fermatemi… Soprattutto, mi riesce difficile ricordare chi fossi prima di leggerli. Nel corso degli anni, la poesia di Walcott, le sue opere teatrali e i suoi saggi non mi hanno mai tradito: nelle sue parole ho trovato conforto, forza, un piacere immenso e, forse più di ogni altra cosa, un’autentica sfida intellettuale, cibo inesauribile per la mente.

Ho cominciato a leggere Walcott quand’ero una studentessa e oggi lo leggo ai miei studenti. Qualcuno ha detto che gli insegnanti sono soltanto dei postini che consegnano i messaggi di altri. Consegno la “lettera al mondo” di Walcott da un certo numero di anni ormai ed è sempre una gran gioia vedere come riesca a far vibrare i miei studenti, quanto risulti esaltante e ricca d’ispirazione per loro. Molti di questi studenti sono qui ora perché anche la loro vita è cambiata, e radicalmente, dopo l’incontro con la sua opera. Ecco perché vorrei concludere questo discorso semplicemente dicendo grazie, Derek Walcott.

“Leggiamo, viaggiamo, diventiamo” dice l’io narrante di “Prodigo”: se è vero che finiamo per diventare ciò che leggiamo, allora tu ci hai reso tutti molto, molto più saggi.
(Maria Cristina Fumagalli, trad. dall’inglese di Carlo Mello)


Maria Cristina Fumagalli
, studiosa di letterature caraibiche, insegna all’Università di Essex dal 1999. Fra le sue pubblicazioni: “The Flight of the Vernacular: Seamus Heaney, Derek Walcott and the Impress of Dante” (Rodopi 2001), “Caribbean Perspectives on Modernity: Returning Medusa’s Gaze” (University of Virginia Press 2009) e “Surveying the American Tropics: Literary Geographies from New York to Rio” (con P. Hulme, O. Robinson, L. Wylie; Liverpool University Press 2012) e “On the Edge: A Literary History of the Border between Haiti and the Dominican Republic” (Liverpool University Press 2015). Ha curato un numero speciale di “Agenda” (2002-2003) dedicato a Derek Walcott.


[1] Il saggio è una ritrascrizione del discorso tenuto dalla professoressa Fumagalli in occasione del conferimento della laurea ad honorem a Derek Walcott presso l’Università di Essex, il 4 ottobre 2008.
È apparso su Storie 67-68/2012 (Derek Walcott. Café Martinique) con il titolo “Un ottavo di Derek Walcott”.
storie67-68


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