rivista internazionale di cultura

LETTERATURA

Vanessa Bell: pittrice o sorella di Virginia Woolf?

  • 30 marzo 2016
  • 15:17

Di “Notes on Virginia’s Childhood”
esistono due varianti. Quella qui presentata
è stata letta da Vanessa Bell
ai microfoni della BBC nel 1956.

Introduzione | Breve resoconto dell’infanzia di Virginia


(Vanessa Bell) – Tanto più tempo trascorro insieme ai bambini – e per fortuna è parecchio – tanto più mi rendo conto che il loro mondo è molto diverso dal nostro. È così diverso che secondo me servono una bella fantasia e molto intuito per descriverlo. E penso anche che ogni realistico resoconto di esperienze infantili debba per forza essere prolisso, infatti sono tante le cose che in un’ora di vita capitano ad un bambino e importanti i cambiamenti che attraversa in un anno. Io però cercherò di raccontarvi solo una piccola parte dell’infanzia di Virginia (e inevitabilmente della mia).

virginia-woolf--vanessa-bell

Sebbene la foto non sia di grande qualità, rappresenta comunque una testimonianza della complicità fra Vanessa e Virginia. Qui sono a St. Ives nel 1894, mentre giocano a cricket. Da buone inglesi

Noi eravamo tutti così vicini come età che non posso essere sicurissima dell’attendibilità dei miei ricordi. Come è possibile che io l’abbia davanti agli occhi con questa precisione: una bambina bella colorita, paffuta, con dei luminosi occhi verdi, seduta sul seggiolone di fronte al tavolo, nella stanza dei bambini, che scalpita impaziente di mangiare la colazione? Non poteva avere più di due anni, quindi io ne avevo solo quattro e mezzo, ma è un’immagine stampata nella mia memoria. E poi quant’ero preoccupata, non molto tempo dopo, perché non riusciva a parlare bene. Avevo paura che non avrebbe mai imparato, e sarebbe decisamente stata una sfortuna. È una fase che non deve essere durata troppo perché eravamo ancora piccoli quando la parola divenne un’arma micidiale nelle sue mani. Se Thoby (il fratello che come età stava tra noi due) ed io eravamo arrabbiati l’uno con l’altro o con lei, risolvevamo la questione insultandoci a chiare lettere oppure facendo la spia quando ci sentivamo particolarmente vendicativi. Come faceva invece lei a sapere che soprannominarmi “La Santa” era un sistema molto più efficace visto che otteneva come risultato di farmi prendere in giro sia dagli adulti che dai bambini? Io a malapena mi rendevo conto che non sarebbe stato possibile vendicarsi con le stesse armi. Niente da fare, l’unico nostro (di Thoby e mio) sistema di contrattacco era farla diventare, così dicevamo, rossa dalla rabbia. Non mi ricordo cosa facessimo, mi ricordo solo che guardavamo le sue guance colorirsi fino a diventare di un bellissimo rosso intenso, poi sospetto che intervenissero le bambinaie. Ma lei ci soffriva davvero? Non ne sono sicura.

Rivedo noi bambini sempre nelle nostre due stanze quasi in cima all’alta casa di Hyde Park Gate. Ci vivevamo per quasi dieci mesi all’anno e, anche se c’erano le gioie della nostra casa in Cornovaglia, a volte facevo fatica a sopportare di andare così di rado a camminare nei boschi in primavera e praticamente mai all’inizio dell’estate (Brighton era l’abituale surrogato di questi svaghi e infatti io da allora non ho smesso di odiarla).

vanessa-stell-virginia-Stephen-1896

Vanessa era la prima dei quattro figli di Leslie Stephen, docente universitario, critico letterario, storico e curatore del “Dictionary of national biography”, e di Julia Jackson, donna affascinante, saggia e malinconica. Leslie Stephen era anche un esperto scalatore: il suo “Il terreno di gioco dell’Europa” (Torino 1999) è un classico della letteratura alpinistica. Essendo i genitori entrambi vedovi, oltre ai due fratelli, Thoby e Adrian, e alla sorella Virginia, Vanessa aveva quattro fratellastri. Laura, figlia di suo padre e di Harriet Marian Thackeray, e poi George, Stella e Gerald Duckworth, figli di primo letto della madre. In questa foto, da sinistra: Vanessa, Stella Duckworth e Virginia ritratte nel 1896

Non è che ci annoiassimo nemmeno a Londra. Rispetto ad oggi i Giardini di Kensington erano abbastanza selvaggi e nell’erba alta tra la Flower Walk e il Round Pond una volta trovammo, con nostra grande emozione, il cadavere di un cane, un cagnetto nero. Poi quattro bambini hanno molte opportunità di divertirsi e di cacciarsi nei guai. Forse dovrei parlare di tre perché Adrian era ancora un bebè o un bimbetto fragile ed era Thoby il fratello che Virginia ed io adoravamo. Lei l’ha fatto rivivere così chiaramente nelle pagine de “La stanza di Giacobbe” che a me non resta nulla da aggiungere. Ma lui ed io avevamo avuto un legame intenso prima che comparisse lei, facevamo insieme ogni cosa, e dopo tutto diventò più interessante ed emozionante, ma anche più difficile. Persino allora lei aveva il potere di riuscire a creare all’improvviso un’atmosfera di insostenibile tristezza. Credo che ne sia sempre stata capace, forse è un’abilità tipica degli Stephen, ma io non mi rendevo conto di come la creasse. Improvvisamente il cielo si rannuvolava e io piombavo nella tristezza. Poteva durare un’eternità (agli occhi di un bambino) e poi dissolversi. Ma ero io che l’avevo provata, non gli altri due, e credo proprio (adesso, perché non ricordo di averlo capito all’epoca) che si trattasse del risultato del mettere insieme due piccoli esseri di sesso femminile con uno di sesso maschile. O era qualcosa di diverso e di intimamente connesso con il suo modo di essere?

I bambini sono delle creaturine invidiose e i fratelli e le sorelle cresciuti in una famiglia numerosa hanno uno svantaggio sui figli unici. Nessuno dice come è gentile Mary o come è graziosa Jane, ma sempre che Mary è più gentile di Jane e Jane più carina di Mary. Sono cose che capitano e fare paragoni è il sistema più semplice di esprimere un’opinione. Ma può creare dei guai. Non mi ricordo di essere mai stata invidiosa del fatto che il suo aspetto fisico e la sua chiacchiera avevano molto successo con gli adulti. Si divertivano alle sue battute, ma lo facevamo anche noi e io probabilmente mi rendevo conto come gli altri del suo spirito e del suo garbo; mi ha sempre ricordato un fiore di pisello odoroso di un particolare rosso acceso. Ma c’era l’odiosa faccenda dei padrini. Noi non eravamo stati battezzati, ma avevamo lo stesso delle specie di padrini. I miei erano noiosissimi: un decrepito cugino che viveva a Ceylon e la moglie di un giudice che non potevo sopportare. Invece Virginia aveva l’ambasciatore americano, James Russell Lowell, grande amico dei nostri genitori e personaggio importante per noi bambini. La prassi era che lui tirasse fuori il suo borsellino con la catenella e desse una moneta d’argento da tre penny ad ognuno di noi, tranne che a Virginia a cui dava sei penny. Ma non era quella la cosa importante, anche se era molto evidente: quello che invece ci fece consumare veramente per l’invidia fu il dono a lei fatto di un uccellino, un uccellino vivo, nella sua gabbietta. Credo che il poveretto si sarebbe stupito se avesse saputo quali furie aveva scatenato.

Le due stanze in cui vivevamo erano la camera dei giochi e la cameretta da letto, dove noi quattro e la bambinaia dormivamo, facevamo il bagnetto e tutto il resto in quello che, per gli standard moderni, credo fosse un ambiente decisamente poco sano. La finestra veniva aperta per la notte? Non credo. C’era un bel caminetto acceso quando andavamo a letto, c’erano carbone, cibo, acqua calda e qualcuno che ci prendeva in braccio un mucchio di volte al giorno. Ci sentivamo al sicuro anche se era un ambiente poco arieggiato e ovviamente ci raccontavamo delle fiabe a letto prima di addormentarci. L’unica che mi ricordo era a puntate, una per sera. I personaggi erano reali, cioè i nostri vicini di casa che noi prendevamo in giro perché avevano l’erre moscia. Io davo l’attacco dicendo con la voce strascicata “Cle-mente, creaturina mia”, Virginia assumeva il ruolo di Clemente e la rappresentazione aveva inizio. La trama raccontava del rinvenimento sotto il pavimento della loro stanza dei giochi di una immensa quantità d’oro. Proseguiva con il racconto delle meraviglie che si potevano di conseguenza comperare, cibo soprattutto, a volontà, anche se si trattava soprattutto di modestissime uova e pancetta, il nostro piatto preferito. Ma man mano che ci assopivamo le nostre idee si facevano confuse e avevamo l’impressione di scivolare in un oceano di benessere e di sonno. Il fuoco tremolava, uno per uno cadevamo addormentati e nel giro di poco tempo la battuta “Cle-mente, creaturina mia” non riceveva replica. La fiaba doveva attendere fino alla sera successiva.

vanessa-bell

Vanessa Bell a Cassis, alla fine degli anni trenta. Sua figlia, Angelica Garnett, scriveva di lei: “Vanessa aveva la pittura nel sangue. Non aveva la ricchezza di doni di certe donne artiste, capaci di esprimersi anche mediante la musica o la scrittura. È vero, spesso si faceva da sola i vestiti o si dedicava al ricamo, ma anche questo rientrava nella categoria dei piaceri visivi. Era una persona onesta e rigorosa, il che faceva sì che avesse un modo di porsi molto diretto, che incantava uomini come Roger Fry o Dunoyer de Segonzac, ma che, occasionalmente, esasperava le donne, come le cugine Fisher o la sua amica Madge Vaughan, che la ritenevano arrogante e brusca quando lei, in realtà, era semplicemente capace di farsi assorbire solo da problemi di natura astratta e visiva”

È stato nelle nostre due stanze che ci ammalammo tutti di pertosse, infatti era impossibile che qualcuno si prendesse una malattia infettiva senza contagiare gli altri. Io credo che ai bambini nel complesso piaccia essere ammalati, ma in quel caso specifico direi che lo fummo troppo a lungo. Forse la cura era completamente sbagliata, sta di fatto che restammo al chiuso per la maggior parte del tempo, ci diedero cibi speciali e un mucchio di medicine e alla fine, ridotti a quattro scheletrini, ci mandarono a Bath in convalescenza. Noi ci riprendemmo in fretta, ma mi sembra che per Virginia le cose siano state diverse. Non fu mai più rosea e paffuta e credo che fosse realmente entrata, abbastanza all’improvviso, in uno stadio di maggiore consapevolezza e che si fosse di colpo resa conto di problemi e possibilità che prima ignorava. Mi ricordo che una sera, mentre lei ed io stavamo saltellando nude per il bagno, mi chiese improvvisamente chi preferivo, se il papà o la mamma. Mi sembrò una domanda terribile – una domanda da non fare, sicuramente Thoby avrebbe mandato al diavolo chi gliela avesse rivolta. Comunque sia, una volta fatta, dovevo rispondere e avevo ben pochi dubbi su cosa dire. “La mamma” dissi, e lei replicò spiegandomi perché, nel complesso, preferiva il papà. Ma non credo che la sua fosse una scelta decisa e istintiva come la mia. Aveva analizzato entrambi criticamente e aveva, in un certo senso, riflettuto sui suoi sentimenti per loro, cosa che io non avevo mai pensato di fare, perlomeno non consciamente. Forse fu questo che diede l’impulso ad una fase di maggiore confidenza reciproca. Se si potevano dare giudizi sui proprî genitori, chi o cosa non dovevamo permetterci di giudicare? Non è chiaro come ma fu la sua domanda a dare origine ad una certa libertà di pensiero e di parola.

Prima che Thoby a dieci anni andasse in collegio io e lui avevamo studiato insieme, poi fummo io e Virginia a farlo. Mia madre ci insegnò latino, francese e storia, a mio giudizio non molto bene e con parecchi travisamenti sia da parte sua che da parte nostra. Fu un vero sollievo quando trascorse un breve periodo all’estero con mio padre e la nostra insegnante fu una inoffensiva, banale, piccola governante. È troppo snervante avere i genitori come insegnanti. Le lezioni di aritmetica di mio padre, poi, erano le peggiori e non mi spiego come il pover’uomo le sopportasse. Thoby fu l’unico dei suoi figli a cui poteva essere piacevole fare lezione. Virginia ha contato sulle dita per tutta la vita e io me la cavo appena meglio. Lei ha sempre sostenuto di non aver ricevuto un’educazione e io tendo ad essere d’accordo, se per educazione si intende imparare delle cose dai libri. Ma se lei non ne ha ricevuta, io ancora meno perché lei, se non altro, ha imparato il greco per proprio conto o comunque è andata a lezione ed è stata stimolata da mio padre a leggere dei libri che, per quanto ne so, hanno avuto valore educativo.

Ma bisognava anche seguire dei corsi. La musica, naturalmente, essendo noi delle ragazze ci doveva venire inculcata e la maestra di piano riuscì ad annoiarci a morte. Le lezioni di canto però erano abbastanza divertenti perché c’erano degli altri bambini. Scoprimmo che Miss Mills, all’epoca un’insegnante di un certo prestigio, era intensamente religiosa. Così quando, un giorno, ci chiese seriamente se nessuno di noi conoscesse il significato del Venerdì Santo, Virginia cominciò a ridacchiare – ovviamente, essendo delle piccole senzadio, non ne avevamo la minima idea. Quando la prima della classe, una seria creatura con il naso adunco, la frangetta e l’incredibile nome di Pensa Filly, fece un passo avanti e disse qualcosa (credo con precisione) a proposito di Nostro Signore che era stato crocifisso in quel giorno, fu troppo e Virginia dovette essere allontanata a causa del suo attacco convulso di ridarella. Si divertì molto anche quando Conor O’Brien, un orgoglioso ragazzino irlandese, scoppiò a piangere perché non era il primo della classe – ma quella volta fu lui a dover essere portato via, mentre sgambettava e strillava, dalla sua imbarazzata madre. Il genio era Timmy Jeckyll. Lo diceva lui ed era ovviamente vero.

Poi c’era il corso di danza gestito dalla famosa Mrs Wordsworth, tutta vestita di satin nero. Aveva un bastone e un occhio di vetro sul quale passava senza sosta un fazzolettino di pizzo, gracchiava come un corvo e costringeva tutte le bambine a saltellare freneticamente su e giù. Ma noi eravamo annoiate dagli esercizi e a volte ci rifugiavamo al gabinetto e ci rimanevamo tanto a lungo quanto riuscivamo ad osare. Non so cosa le altre sessanta o settanta ragazzine facessero nel frattempo.

Non riesco a ricordarmi di un tempo della nostra vita in cui Virginia non abbia voluto fare la scrittrice e io la pittrice. Era stata una fortuna che ci fossimo organizzate così perché significava che ognuna se ne sarebbe andata per la propria strada e almeno in un settore non ci sarebbe stato spazio per la rivalità.

I pomeriggi più sereni erano quelli che trascorrevamo in una cameretta messa a nostra disposizione, affacciata sull’ampio salotto doppio. Era una simpatica stanzetta, fatta quasi tutta di vetro – con un lucernaio, una parete occupata da una vetrata che guardava sul giardino interno, un’altra finestra che si apriva nella parete che collegava la stanzetta e il salotto e una porta a vetri che dava l’accesso al salotto. C’era poi un’altra porta tramite cui si raggiungeva il resto della casa. In questa stanza passavamo il tempo io dipingendo e lei leggendo ad alta voce. Lei lesse la maggior parte dei romanzieri vittoriani in questo modo e la sua voce mi risuona ancora nelle orecchie quando leggo George Eliot o Thackeray.

Da questa stanza noi potevamo spiare gli adulti. Non vi stupirà che avessimo il nostro giornalino di famiglia, “The Hyde Park Gate News”. Virginia ne scriveva la maggior parte e durò quattro o cinque anni (conservo le copie che vanno dal 1891 al 1895). Lei era molto sensibile alle critiche e all’approvazione degli adulti. Mi ricordo che lasciavo il giornale sul tavolo vicino al divano di mia madre mentre loro erano a cena e poi scivolavo silenziosamente nella stanzetta per guardare dalla finestra e ascoltare i giudizi. Quando guardavamo, e lei lo faceva tremando per l’eccitazione, potevamo scorgere la sagoma di mia madre, illuminata dalla luce della lampada, seduta tranquillamente vicino al fuoco, con mio padre nell’angolo opposto con la sua lampada, tutti e due immersi nella lettura. Poi lei si accorgeva del giornale, lo prendeva, cominciava a leggerlo. Noi guardavamo e ascoltavamo con attenzione nell’attesa di qualche commento. “Direi che è stata brava” diceva mia madre, mettendo giù il giornale senza nessuna emozione apparente. Ma questo era sufficiente per gratificare sua figlia: aveva ricevuto un’approvazione, era stata definita brava e il nostro origliare aveva ottenuto buoni risultati.

Credo che non sia stato molto tempo dopo che lei inviò un racconto a Tit Bits, senza dirlo assolutamente a nessuno tranne che a me. Tit Bits era il nostro giornalino preferito che noi compravamo sempre, insieme ad una tavoletta da tre penny di Cioccolato Fry, per andare nei Giardini di Kensington a leggere e a mangiare, sdraiate sull’erba sotto le piante nei pomeriggi estivi. Il racconto venne respinto – mi pare di ricordare che si trattasse della storia estremamente romantica di una giovane donna su di una nave – e il segreto mantenuto fino ad oggi.

È stato pressappoco nello stesso periodo che anche Arnold Bennett ha spedito un racconto a Tit Bits (credo che avessero un concorso settimanale) e ha vinto il premio?


“Breve resoconto dell’infanzia di Virginia” (a cura di Lia Giachero) è tratto da Storie 41/2001 – Terza, quarta, quinta persona

storie41


Approfondimenti >

Storie

altri approfondimenti >
leMAG

English dept >

Storie

more >
momentismo-banner

Storie da leggere >

Storie

altre Storie da leggere >

A FUOCO | l'eccezione

Storie online: cultura dall'Italia e dal mondo. Ogni giorno

error: