rivista internazionale di cultura

LETTERATURA

Che fine fanno gli scrittori: il fardello dell’archivio letterario e il ritorno di Le Carré a Oxford

  • 21 novembre 2016
  • 11:08

Al di là della più o meno sana eredità letteraria di uno scrittore, intesa come influenza su lettori e su altri scrittori, c’è l’eredità materiale. Quella che resta ammassata in polverosissime mansarde ed è fatta di manoscritti incompleti o inediti, bozze d’autore, giornali, lettere, appunti, fotografie o diari privati. Una massa informe che, a detta di Rick Gekoski (scrittore e commerciante di libri rari oltre che giornalista del Guardian) somiglia tanto a una rana pescatrice, “così invitante quando viene servita in piccoli bocconi accompagnati da riso e insalata quanto sgradevole vista allo stato naturale, tutta intera”.

archivi-letterari

“Manoscritti incompleti o inediti, bozze d’autore, giornali, lettere, appunti, fotografie o diari privati. L’eredità di uno scrittore è spesso composta da una massa informe che, a detta di Rick Gekoski (scrittore e commerciante di libri rari oltre che giornalista del Guardian) somiglia tanto a una rana pescatrice, “così invitante quando viene servita in piccoli bocconi accompagnati da riso e insalata quanto sgradevole vista allo stato naturale, tutta intera”

“Mi è capitato più volte di scartabellare tra la miriade di scatoloni rimasti negli scantinati o negli studi degli scrittori”, continua Gekoski, “e posso dire che c’è qualcosa di cupo in quell’atto, qualcosa di sporco e di invasivo che ti fa sentire l’impellente bisogno di una doccia, sia in senso letterale che figurato”.

Lo stesso vale per quella smania filologica che sostiene l’opera di studiosi un po’ feticisti indaffarati a ricostruire il percorso creativo di un autore: se da un lato è un lavoro meraviglioso e interessante, che alimenta mostre, biografie e tutta la pubblicistica di settore, dall’altro è una fatica sterile e in fondo votata a sminuire il prodotto finito, la forma definitiva che l’autore ha deciso di dare al suo inchiostro e di consegnare al pubblico.

Per non parlare della tentazione economica insita nel possesso di materiali preziosi legati a una firma di sicuro successo. In più di un’occasione ha giustificato annose contese tra eredi ed editori in lotta fino all’ultimo cavillo del diritto d’autore (dal caso Hemingway all’affaire Stieg Larsson fino alla sofferta disputa sul lascito di Bassani).

Ci sono però anche casi in cui la previdenza degli stessi scrittori sottrae il proprio patrimonio alle avide mani di presunti amici (si veda il caso dei 36 manoscritti di Verga recentemente sequestrati dai carabinieri) o alle cure interessate, maniacali o semplicemente inesperte di fondazioni, collezionisti e familiari. È il caso di Le Carré, il quale già qualche anno fa ha dichiarato: “Penso che la Bodleian è l’istituzione dove mi troverò a riposare meglio”. Lo ha detto in seguito alla decisione di regalare il suo intero archivio letterario alla rinomata biblioteca dell’Università di Oxford, dove lui stesso ha studiato e dove è nata l’ispirazione per George Smiley (Le Carré si è rifatto al reverendo Vivien Green, suo tutor al college), la spia protagonista de “La talpa” e uno dei suoi personaggi più celebri. Quello che, passando accanto alla Bodleian, a un certo punto del romanzo, si trova a pensare “io ho lavorato qui dentro”.

john-le-carre

John Le Carré: “Penso che la Bodleian è l’istituzione dove mi troverò a riposare meglio”. Lo ha dichiarato lo scrittore in seguito alla decisione di regalare il suo intero archivio letterario alla rinomata biblioteca dell’Università di Oxford, dove lui stesso ha studiato e dove è nata l’ispirazione per George Smiley, la spia protagonista de “La talpa” e uno dei suoi personaggi più celebri

Il primo carico che ha lasciato l’ex fienile della fattoria della Cornovaglia dove Le Carré vive e lavora contava ben ottantacinque scatole, poi è seguita la sua voluminosa corrispondenza. “Sarà un modo per capire come nascono le sue storie e come le sue idee si sono evolute nel tempo con il coinvolgimento di editori e redattori”, ha sottolineato Richard Ovenden, vicedirettore della biblioteca.

Le Carré, infatti, è uno scrittore vecchia maniera, che usa penna e inchiostro. La prima versione dei suoi romanzi è scritta a mano, puntellata di cancellature, aggiunte a lato, scarabocchi, in una calligrafia ben leggibile. Poi sua moglie trascrive tutto a macchina, e lui continua a lavorarci, incollandoci sopra o graffettando all’originale strisce di carta con le correzioni. Così, in cinquant’anni di carriera, Le Carré, vero nome David John Moore Cornwell, ha composto ventidue romanzi esemplari, tradotti in trentasei lingue e si è affermato come uno dei più popolari e autorevoli (com’è noto, lui stesso ha lavorato per l’intelligence britannica) autori di thriller del nostro tempo.

“Gli siamo enormemente grati”, ha aggiunto Ovenden all’epoca della donazione, “specie in un momento in cui, per i tagli ai fondi pubblici, la concorrenza con gli atenei americani (a cui molti scrittori vendono i loro archivi originali) è impossibile”. Gli siamo grati pure noi, visto che la Bodleain metterà l’intero incartamento Le Carré sul web.
(Betti Alesi)


Approfondimenti >

Storie

altri approfondimenti >
leMAG

English dept >

Storie

more >
momentismo-banner

Storie da leggere >

Storie

altre Storie da leggere >

A FUOCO | l'eccezione

Storie online: cultura dall'Italia e dal mondo. Ogni giorno

error: