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LETTERATURA

Calamity Jane: icona del vecchio West, pioniera dei diritti delle donne e storyteller dal cuore tenero nelle “Lettere alla figlia”

  • 9 marzo 2017
  • 12:40

Sulla veridicità delle lettere scritte da Calamity Jane alla figlia
data in adozione alla nascita gli storici non concordano.
C’è chi le giudica un’impostura. Eppure questo diario-epistolario
pieno di esitazioni sintattiche sembra provenire direttamente
dal cuore di una donna che non si ritenne mai degna
di allevare la sua stessa creatura. Una pioniera inconsapevole
dei diritti delle donne dalla scrittura profondamente toccante,
come
 racconta LOIS MICHAL UNGER con altrettanta onestà.


Quando le chiesero come si fosse procurata quel nome disse che era perché per ogni uomo che la infastidiva diventava una calamità… “Calamity Jane”, Martha Jane Cannary nacque a Princeton, in Missouri, nel 1852. Alcuni anni più tardi, la sua famiglia si trasferì nel Montana. Appena giunti laggiù, la madre passò a miglior vita. Il padre a quel punto prese Jane e i bambini e li condusse a Salt Lake City, nello Utah, dove anch’egli morì subito dopo il loro arrivo. Martha, che era la maggiore dei sei figli, divenne il capofamiglia all’età di dodici anni. Era una ragazza robusta, non aveva paura di niente e nessuno e sopravvisse in un mondo di uomini acquisendo modi da uomo, ivi compreso il vestire. Assumeva occupazioni da uomini come guidare una diligenza, andare in ricognizione per conto dell’esercito, lavorare nei saloon e giocare d’azzardo. Jane talvolta fece l’infermiera e si è mormorato che di tanto in tanto abbia fatto anche la prostituta. Una volta disse che “più grossa è la pistola di un uomo più piccolo è il suo gingillo”.

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Il libro che raccoglie le lettere di Calamity Jane a sua figlia (Shameless Hussey Press 1976). Gli errori fanno parte del suo fascino

Jane conobbe James Butler (Wild Bill) Hickok nel 1870, a Abilene, nel Kansas. Era nato nella città di Troy Grove in Illinois, nel 1837. Quando si incontrarono lui era già una leggenda, era conosciuto come esploratore, spia per l’esercito dell’Unione durante la guerra civile e sceriffo federale. Wild Bill Hickok era anche un pistolero e giocatore d’azzardo. In una lettera da Deadwood nel Territorio del Dakota, datata 1880, Jane scrisse a sua figlia:

“Sentii che una banda di fuorilegge stava progettando di ucciderlo. Non potevo raggiungere il mio cavallo così strisciai sulle mani e le ginocchia in mezzo alla boscaglia per più di un miglio oltre i fuorilegge fino alla vecchia baracca dove lui si fermava quella notte. Gli raccontai tutto e mi fece nascondere dietro la porta, mentre usciva a vedersela con loro. Lo colpirono squarciandogli il cocuzzolo e poi lo sentirono cadere a terra e accesero dei fiammiferi per vedere se era morto. Bill li uccise tutti”.

Jane lo curò per diversi giorni. Sulla strada di ritorno ad Abilene, incontrarono il reverendo Sipes e il reverendo Warran, e si fecero sposare. Il matrimonio non sembra essere stato di quelli che durano “per sempre felici e contenti”. Jane era gelosa delle altre donne, in particolare delle ragazze nei saloon. La famiglia di Hickok non pensava che Jane fosse abbastanza per lui, così lei gli concesse il divorzio e lui sposò una donna nell’Est, di nome Agnes Lake. Ma non rimase con Agnes Lake e ritornò da Jane. La loro figlia Janey nacque il 25 settembre 1873, nel Territorio del Montana.

Nel 1876 Bill fu colpito alle spalle e ucciso da Jack McCall in un saloon di Deadwood. Stava giocando a poker quando fu colpito e le carte che teneva in mano, assi neri e otto, sono diventate la leggendaria “mano del morto”. In tasca aveva una foto di Jane e della bambina. Dapprima Jane rimase nei dintorni di Deadwood con la figlia, ma alla fine permise al capitano Jim O’Neil e a sua moglie di adottarla e allevarla sulla costa orientale. Quando la moglie morì, Papà Jim tirò su la ragazza da solo.

La raccolta di lettere è genuina: non ci sono metafore, giochi di parole, umorismo volontario. Sono lettere che provengono dal cuore di una donna che non pensava di essere degna di crescere la propria figlia. Questo brano è tratto dalla seconda lettera, datata 28 settembre 1877:

“Un altro giorno è passato cara anzi sono passati tre giorni dall’ultima volta che ti ho scritto – stanotte sono qui seduta davanti al fuoco del mio accampamento. Il mio cavallo Satan è legato vicino a me. Dovresti vederlo con la luce del focolare che gioca attorno al suo collo liscio e ai muscoli delle spalle lucide, lo zoccolo bianco e quel diamante bianco tra i suoi occhi. Sembra un oggetto di tale bellezza. Ne sono così orgogliosa. Me lo diede tuo padre e ho anche il suo compagno di corse, King. Lo uso come cavallo da soma per i lunghi viaggi ma stavolta non l’ho con me. Riesco a sentire i coyote e i lupi e il lamento intermittente dei cani indiani vicino ai loro accampamenti – ci sono migliaia di Sioux in questa valle ma non ho paura di loro. Pensano che io sia pazza e non mi danno mai noie”.

CalamityJane

Martha Jane Cannary alias “Calamity Jane”

Nel 1876, il tenente colonnello George Custer e le sue truppe furono sconfitti dai Sioux del Lakota e dagli indiani Cheyenne settentrionali in una battaglia che è stata tramandata nella storia americana come “il massacro di Custer” (Custer’s Last Stand). Sono cresciuta con “il massacro di Custer” nelle orecchie perché mio padre era calvo e ai ragazzini della nostra famiglia raccontava sempre che aveva perso tutti i capelli combattendo al fianco di Custer, che gli indiani gli avevano fatto lo scalpo.

In una lettera a sua figlia Janey, del 28 settembre 1877, Calamity Jane scrive di aver visitato il campo di battaglia il giorno dopo la battaglia. Descrive la vista di corpi smantellati senza gambe e braccia, teste mozzate e occhi cavati.

“Vedi Custer aveva assalito un villaggio indiano, fatto fuggire le squaw e i bambini dai loro accampamenti e perciò non si può biasimarli per essersi vendicati a modo loro”.

Scrive anche di aver trovato suo zio, Cy, ridotto in pezzi.

“Ho scavato una fossa e ho messo il suo povero povero vecchio corpo nella coperta della mia sella e l’ho seppellito”.

Apprendiamo da una  lettera datata Colson, gennaio 1882, che Jane andò a trovare sua figlia e Papà Jim a Richmond, in Virginia, e lamentò il fatto che lui non le chiese di fermarsi. “Perché non sono potuta restare con te e Papà Jim?” scrisse a Janey, di ritorno a casa da quella visita. “Perché non mi ha chiesto di restare? Speravo tanto che lo facesse ma tesoro tua madre è fuori posto dentro una casa come quella che hai tu”. Le sue parole mi hanno ricordato quando ebbi l’impressione che mia figlia avesse sostituito me e la nostra famiglia con mia sorella e la sua famiglia, e sono scoppiata in lacrime.

Nella società, per quanto ne sappia fino a oggi e forse per l’eternità, c’è sempre gente che dice “ecco come dovresti vivere”. E se non lo fai ti ritrovi di fronte al loro muro di snobismo e rifiuto. In una lettera datata Clark City, Territorio del Montana, 1884, Calamity racconta a Janey di quando le donne volevano cacciarla dalla città.

Le donne rispettabili indossavano vestiti e sottovesti. Jane portava i pantaloni. Le donne rispettabili avevano familiari che erano maschi protettori. Calamity Jane viveva sola. È vero, era una vedova, ma nel suo stile di vita c’erano troppe cose che le ‘brave’ donne non potevano accettare. Sostiene di vestirsi come un uomo perché nei saloon le donne rispettabili non le lasciano entrare. Con l’andar degli anni scrive nelle sue lettere: “quando verrai quaggiù se mai lo farai Janey e qualcuno di loro ti vede e storce il naso a causa dei tuoi genitori e se mi seppelliscono accanto a tuo padre tu porta i nostri corpi a Abilene Kansas o da qualsiasi altra parte”. Prosegue dicendole di voler essere sepolta accanto ai suoi genitori.

“C’è una cosa che dovrei confessarti ma proprio non posso. La porterò con me nella tomba – perdonami e sappi che ero sola”

Mi colpisce che racconti a Janey i suoi desideri. In tutta la vita non pensò mai di avere il minimo diritto di allevare sua figlia perché fu sempre povera, con poco cibo, perdeva tutti i soldi a poker, la notte dormiva da sola negli accampamenti… Forse in questo caso vagava su una nuvola fra il sogno e la fantasticheria. O era soltanto ubriaca, come al solito?

Da Billings, nel 1889 scrive:

“Vorrei pareggiare i conti per tuo padre Janey. Ora so che a ucciderlo è stata una trappola tesa a Deadwood. Sol Shose mi ha detto che non volevano legge e ordine né avevano interesse a tenersi uno sceriffo federale con del fegato”.

Il 25 settembre 1891 nel giorno del compleanno di Janey scrive:

“Ho fatto una vera follia… Ho sposato Charley Burke… Ma tesoro non lo amo. Sono ancora innamorata di tuo padre Bill Hickok”.

Continua dicendole che “il matrimonio non è tutto un idillio in ogni caso”. Durante la sua permanenza a Billings, nel 1891, il tono delle lettere comincia a cambiare. Janey è cresciuta. Scrive a proposito di una visita a Janey che ora è fidanzata con un uomo di nome Jack Oaks. Leggendo le lettere successive, non sembra che abbia poi compiuto quel viaggio.

Wild Bill Hickock

 “Ho fatto una vera follia… Ho sposato Charley Burke… Ma tesoro non lo amo. Sono ancora innamorata di tuo padre Bill Hickok” (dalle lettere di Calamity Jane alla figlia)

Jane comprò un ranch da 130 ettari a Canyon Creek nel Montana, nel 1893, sette o otto miglia a est di Billings. Lo pagò un dollaro a acro. Voleva un posto che fosse tutto suo. C’era una baita sulla proprietà e un capanno dove vivevano alcuni fuorilegge. Jane cominciò a cucinare per soldi. “Ciò che fanno non è affar mio” scrive. “Lascia stare il can che dorme è il mio motto”.

Nello stesso anno, il 1893, Calamity Jane fu invitata al Wild West Show di Bill Cody. Scrisse a Janey che avrebbe cavalcato un cavallo stando in piedi, sparando un paio di volte al suo vecchio cappello da cowboy prima che le ricadesse sulla testa dopo averlo tirato in aria.

Nel 1896, lo show andò in scena a New York City. Scrisse a Janey: “Lo spettacolo è un successo. Folle impazzite che gridano e applaudono”. E aggiunse: “Da qui andremo a Richmond”. Perfetto, Richmond in Virginia. Avrebbe potuto vedere la figlia che amava. Ma fu così perfetto? La settimana successiva scrisse da Richmond:

“Ti ho vista stasera e anche tu mi hai visto ma tu non sai che quella donna che guardavi sparare in piedi sul dorso di un cavallo senza sella era tua madre. Ho visto ammirazione e stupore nei tuoi occhi – con il cavallo mi sono avvicinata a te e Jim quanto più ho potuto osare e dopo lo spettacolo mi ha detto quanto era fiero di te… e pensare che la sua nave salpa lo stesso giorno di quella noleggiata da Bill Cody e che posso salire sulla Madagascar con te. Striscerei sulle ginocchia pur di starti accanto”.

Non è quasi incredibile che una madre così vicina alla figlia possa aver tollerato tanta pena senza rivelarle la sua identità? Jim avrà parlato da solo con Calamity dopo lo spettacolo? Perché non ha portato Janey da sua madre? Perché Calamity non ha insistito per poter parlare con sua figlia?

In un’altra lettera del 25 luglio 1893, dopo aver scritto a Janey le sue ricette preferite, le disse:

“Tuo padre James Butler Hickok mi lasciò dopo la tua nascita e per fargli dispetto ti lasciai adottare dagli O’Neil. Era impaurito da quella donna che tutti ritenevano sua moglie e mi lasciò sola e ammalata”.

Leggendo ciò mi sono chiesta perché abbia raccontato queste cose a sua figlia, anche se forse sentiva di doversi togliere un peso dal cuore.

Dopo l’Europa Calamity era contenta di essere tornata negli Stati Uniti, giù nel West. Scrisse a Janey da Deadwood nel luglio 1898:

“Sono diventata troppo triste per il nostro vecchio West e ho il disgusto di gironzolare per il mondo – Signore! Quanto ho detestato l’Inghilterra tutti quegli snob le sue donne buone a niente con tutte le arie che si danno e quell’accento”.

C’era la guerra ispano-americana. La sua lettera del 1898 continuava così:

“Sono stanca e mi sento tanto vecchia. Se non fossi così vecchia andrei a curare i nostri ragazzi che sono ammalati e muoiono. Sono sempre sfuggita a queste guerre”, continua. “Avevo solo dieci anni al tempo della Guerra civile e ora sono troppo vecchia per questa con la Spagna”.

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Jean Hickok Burkhardt McCormick, figlia di Calamity Jane e Wild Bill

Non penso che Jane abbia mai spedito queste lettere a sua figlia. Penso siano state messe nelle mani della figlia dopo la sua morte. La lettera del 1898 proseguiva così: “Se mai riceverai questa mia”, scrisse, “allora saprai chi era veramente quella donna a bordo della nave di Papà Jim”.

Mi chiedo se a Janey quando le lesse le lettere parvero un dono o se l’abbiano fatta sentire terribilmente afflitta per ciò che aveva perso, ciò che avrebbe potuto essere. Fu Papà Jim a dire “è meglio così”? O fu la stessa Jane? Mi piace pensare che col passar degli anni Janey abbia tenuto care le lettere, le abbia amate, lette e rilette, toccate e ritoccate come se in questo modo avesse potuto toccare sua madre.

Nell’aprile 1902 Jane scrisse da Deadwood:

“Credo che il mio diario sia quasi arrivato alla fine. Sto diventando cieca – ci vedo ancora abbastanza per scriverlo ma non posso continuare a vivere una vecchiaia così misera. Ogni speranza è morta per sempre Janey. Cosa mai ho fatto se non prendere una cantonata dopo l’altra… oh come vorrei poter rivivere la mia vita daccapo… Perdona tutte le mie colpe e il male che ti ho fatto”.

In giugno, ancora da Deadwood, scrisse:

“C’è una cosa che dovrei confessarti ma proprio non posso. La porterò con me nella tomba – perdonami e sappi che ero sola”.

La salute di Jane andava deteriorandosi. Aveva vissuto una vita dura, di duro lavoro e forti bevute. Morì all’Hotel Calloway di Terry nel Sud Dakota vicino a Deadwood il primo agosto 1903. Fu sepolta accanto a Wild Bill Hickok nel cimitero Mount Moriah del Sud Dakota.

Il 6 settembre 1941 il Dipartimento per il Social Welfare americano accordò a Jean Hickok Burkhardt McCormick l’assistenza agli anziani indigenti (Old Age Assistance). Nella richiesta aveva detto di essere la figlia di Jane “Calamity Jane” Cannary e di James Butler “Wild Bill” Hickok.

Nel passare in rassegna la vita e gli scritti di Calamity Jane, mi commuove la sua scelta nei riguardi di Janey e la profonda ferita che di conseguenza ne ha segnato la vita. Sono felice delle sue imprese. Mi rendo conto che senza averlo pianificato è stata una pioniera dei diritti delle donne. Ma più di tutto posso sentire la pena che lei stessa sentiva. Riguardo al valore letterario della scrittura di Jane, posso dire che è una scrittura onesta e profondamente toccante. Gli errori fanno parte del suo fascino.

Quali erano questi segreti che Calamity Jane si stava portando nella tomba? Che era un’alcolista sfrenata, una bisessuale, una lesbica, una prostituta, una madre senza tetto e un’oppiomane? Eppure descrive come un’occupazione ‘rispettabile’ l’essere una prostituta, accostandola al lavoro di infermiera. Delle lettere raccolte dal suo album originale e conservate al museo di Billings, tre o quattro che pure sono state redatte mancano in questa edizione del 1976. Nelle sue ultime volontà scritte a Papà Jim nel 1889 in una lettera destinata a sua figlia, include “Il mio ranch di Canyon Creek con la baita e questo diario, fede nuziale e spilla d’oro e perle”. Inoltre aggiunge: “La spilla ha una storia – veniva usata per contrabbandare droghe dall’oriente. Era di mia madre”. In un’altra scritta lo stesso anno descrive l’incontro con Jesse James:

“Con Jesse James ci incontrammo non molto tempo fa. Era proprio un personaggio – tu sai che è stato ucciso nell’82. La madre giurò che il corpo dentro la bara non era il suo ma quello di un altro uomo che chiamavano Tracy o Lynch. Era un cugino di Wild Bill. Non t’importerà niente di tutto questo ma potrebbe interessare a Janey se sopravvive a te e me. Si fa chiamare Dalton ma non m’imbroglia. I Dalton li conosco tutti e di certo non è uno di loro. Mi disse di aver promesso alla sua gang e alla madre che se viveva fino ai cento avrebbe confessato – tu e io non saremo qui Jim. La cosa bizzarra è che Jesse cantò al proprio funerale”.

Alla fine di questa stessa lettera scrive:

“Comincia a nevicare e ho un bel fuoco. Fin quando vivrai Jim la sua sarà una bella vita. Non dovrà vivere in un accampamento con una sella per cuscino e ben poco da mangiare.

Abbi cura di te.

Saluti –                                                               da Jane”

Con Jesse James, Wild Bill Hickok, Wyatt Earp e Billy the Kid, Calamity Jane, Martha Jane Connary, è stata un’icona della cultura popolare americana dell’Ottocento. Fu nell’era dei robber baron, “Big Jim” FiskDiamond Jim Brady e Daniel Drew, che questi fuorilegge emersero quali icone controculturali, una profezia di quanto sarebbe poi avvenuto a Hollywood. La possibilità che queste lettere rozze rientrino o meno nel pantheon della letteratura femminile americana, delle varie Emily Dickinson, Louisa May Alcott e Sara Teasdale,  è una questione dubbia, se non addirittura superflua. Restano comunque profondamente commoventi e intense, e in quanto tali meritano il loro status di minore immortalità.
(Lois Michal Unger con E.L. Freifeld  trad. di Maria Teresa De Luca)


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