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LA FASE CRITICA

La vera identità di Elena Ferrante? Un bene da proteggere, fino a ieri…

  • 23 maggio 2016
  • 14:38

A noi non serve sapere chi è la donna che va a fare la spesa
quando non sta scrivendo. A noi interessano altre cose,
tipo l’influenza che ha avuto su di lei “Menzogna e sortilegio”
di Elsa Morante, scrive 
BARBARA ALFANO, docente napoletana
e studiosa di Elena Ferrante trapiantata negli States.
Lo svelamento dell’identità della scrittrice e l’eventuale riconoscibilità
dei personaggi come persone reali avrebbero rabbonito
e annacquato i racconti, insiste. Tutto vero, fino a che…


Elena Ferrante non ha vinto il Man Booker International Prize. A nessuno verrebbe in mente di pensare che questa sia una sconfitta, dal momento che tutti e sei i finalisti, con i rispettivi traduttori, avevano già vinto. Si trattava di sceglierne uno. Nel caso di Elena Ferrante, però, viene in mente una domanda che, se non posta apertamente, rimarrebbe lì a ingombrare come il proverbiale elefante delle stanze inglesi.

kang-smith

La scrittrice sudcoreana Hang Kang e la sua traduttrice americana Deborah Smith sono le vincitrici del Man Booker International Prize 2016 cui erano candidate anche Elena Ferrante con Ann Goldstein (leggi l’intervista). Da quest’anno il MBIP va a una singola opera (il romanzo breve “The Vegetarian”) anziché essere il riconoscimento all’intera produzione di un autore (come in passato per Alice Munro o Philip Roth). E soprattutto il premio di 50mila sterline viene equamente diviso fra autore e traduttore

La giuria avrebbe davvero dato un premio ad un’autrice assente, proprio quest’anno che, per la prima volta, si volevano premiare autore e traduttore in egual modo e incorniciarli entrambi, fianco a fianco, come è poi successo per Han Kang e Deborah Smith? Non ho una risposta adeguata, ma so perché fino a oggi ho pensato che l’anonimato di Elena Ferrante fosse un bene nazionale da proteggere, come si proteggono la 194 e l’orso marsicano.

Fino a ieri ho creduto fermamente che rinunciare all’anonimato sarebbe costato alla Ferrante la forza della sua scrittura generata da una grande onestà di sentimenti ed emozioni che si può trovare soltanto scavando a fondo nel proprio animo e nella propria storia personale, lei stessa ha scritto: “Uso la trama, i personaggi, come una rete stretta per tirare dal fondo della mia esperienza tutto quello che è vivo e si torce, compreso ciò che io stessa ho allontanato il più possibile da me perché mi pareva insopportabile” (“La frantumaglia”, pp. 217-18). A me questo sembra a tutti gli effetti il più importante dato biografico che un autore possa svelare nella sua opera. L’eventuale riconoscibilità dei personaggi come persone reali avrebbe rabbonito le parole e annacquato i racconti.

Mi sembrava e mi sembra, invece, essenziale che la scrittura di Ferrante resti tellurica per i temi che affronta sia nei primi tre romanzi, che nella tetralogia napoletana. Le storie di Ferrante parlano di donne che devono reinventare se stesse lontano dallo sguardo maschile, che devono ritrovare una possibile relazione con la madre, donne che hanno un rapporto scomodo con la maternità, donne che devono riconoscersi nei legami con altre donne, donne fuggite da una cultura che le schiacciava. Nelle interviste che rilascia, Ferrante è sempre molto onesta nel ricondurre queste esperienze in qualche modo alla sua. Sarebbe un bene che la voce di Ferrante restasse potente in un’Italia che fa fatica a riconoscere l’azione del retaggio di un patriarcato che ne influenza ancora la cultura.

Per l’accademia, chi sia la persona Elena Ferrante non conta.[1] Tra colleghi, ce lo diciamo tanto ai convegni quanto su Facebook: non ci riguarda e non ci importa. A noi non serve sapere chi è la donna che va a fare la spesa quando non sta scrivendo. A noi interessano altre cose, tipo l’influenza che hanno avuto su di lei “Menzogna e sortilegio” e “Tu che mi guardi, tu che mi racconti” – cose da professori che si mettono lì a studiare, insomma.[2]

Eppure, senza alcuna contraddizione con la sua assenza, leggere Ferrante e insegnarla può costituire un fatto molto personale. Per me, donna napoletana che vive e lavora negli USA, si è trattato di un continuo esporsi nel traghettarsi da una cultura all’altra, tra passato e presente, e di fungere indegnamente da sfera di cristallo per una classe di giovani studenti per i quali, ad esempio, risulta difficile capire certi retaggi culturali così ancorati nei personaggi ferrantiani. Domande come “Perché Delia de ‘L’amore molesto’ fa sesso con Antonio solo per dare piacere a lui, quando a lei non interessa?” ti portano a dover raccontare i come e i perché di una cultura che ha fatto parte della tua vicenda personale. Ti accorgi, allora, che in Italia di questi retaggi così come proposti dalle opere di Ferrante non se ne parla tantissimo, se non in ambienti specifici.

Con le dovute eccezioni (vedi, ad esempio, Goffredo Fofi[3], l’Italia della critica letteraria che appare sulle pagine culturali dei grandi quotidiani si è accorta poco dello spessore dell’opera di Elena Ferrante, dedicando molto spazio alla sua assenza e commentando solo a margine il valore della sua scrittura, lasciando all’autrice il compito di mettere in relazione i due aspetti nelle varie interviste che ha concesso. E poiché alcuni critici italiani non si fidano molto degli americani quando si tratta di giudizi artistici, non ha aiutato il successo d’oltreoceano che ci ha restituito la Ferrante, di riflesso, amplificata. L’immagine di ritorno è stata percepita in maniera dubbiosa da Paolo Di Paolo, ad esempio.[4]

Abbiamo dovuto aspettare l’importante e solida intervista di Nicola Lagioia  [5] per vedere finalmente contestualizzati con serietà e in un discorso più ampio sulla narrativa, non solo italiana, i temi e lo stile dei romanzi ferrantiani. Finalmente una conversazione che sapesse di letteratura.

Il valore dell’opera di Elena Ferrante ovviamente non è sfuggito al mondo accademico né a quello della cultura femminista. Già nel 2004 Luisa Muraro ne aveva capito l’importanza e aveva scritto:

“La frantumaglia” è un vero libro, nonostante la maniera in cui è stato composto, lo è perché lo anima un pensiero di notevole energia. E quella che ha scritto i diversi testi che lo compongono, ha la capacità (forza, libertà, dono?) di dire quello che pensa così come lo sente. Io qui non farò niente che somigli ad una degna recensione, ne cavo solo elementi per qualcosa che ho dentro da mesi, anni, che è di riuscire a pensare quello che ci sta capitando, specialmente fra donne e uomini, e perciò di farmi l’orecchio alla lingua corrente, perdendo un certo linguaggio che ci rende preziose e scontate.

A confronto, il commento di Paolo Di Paolo su “La frantumaglia”, scritto per La Stampa dieci anni più tardi, stride come un gessetto sulla lavagna:

Sono abbastanza patetici, perciò, i dialoghi con giornalisti e critici raccolti nel 2003 nel volume “La frantumaglia”: gli intervistatori mandano le domande alla casa editrice e/o e poi arrivano, da chissà dove, le risposte. Pensose, con tanto di pose e civetterie di chi si concede con il contagocce e finisce per essere più irritante dei peggiori narcisi. È un libro pieno di salamelecchi, di abbracci, di finte confessioni: un corpo a corpo impossibile con la Grande Assente della letteratura italiana.[6]

Il “pensiero di notevole energia” Di Paolo non lo nota neanche. Da anni, Elena Ferrante spiega e rispiega i motivi della sua assenza, che è in realtà fortissima presenza dell’autrice nelle sue opere. Lei ha provato a farcelo capire. Disse chiaramente in un’intervista del 2003 a Repubblica quello che ha ripetuto prima e dopo, e in varie salse, a tutti i quotidiani e le riviste nazionali e internazionali che l’hanno interpellata. Per dirla con Elena Greco, la narratrice de “Lamica geniale”, provo a riassumerlo così: non c’è alcun bisogno del dato anagrafico per capire chi è l’autrice del ciclo napoletano e delle opere precedenti poiché questa si è data tutta nelle sue opere, in cui si è messa completamente a nudo, ed è l’assenza che glielo ha permesso. A un lettore che la vorrebbe visibile, lei risponde così:

“La personalità di chi scrive storie è tutta nella virtualità dei suoi libri. Guardi lì dentro e ci troverà gli occhi, il sesso, lo stile di vita, la classe sociale e la voce dell’es” (“La frantumaglia”, p. 199).

Forse bisogna sottolineare ancora una volta la possibilità di completa onestà che l’anonimato offre alla Ferrante nel raccontare le sue esperienze senza dover proteggere se stessa e altri. Quando Luisa Muraro e Marina Terragni la interrogano sulle madri napoletane, lei spiega:

Non so com’è la madre napoletana. So come sono alcune madri che ho conosciuto, nate e cresciute in quella città. Sono donne allegre e sboccate, vittime violente, disperatamente innamorate dei maschi e dei figli maschi, disposte a difenderli e a servirli anche se la schiacciano e la straziano, pronte però a pretendere che ‘anna fa’ l’uommenne (devono fare gli uomini) e incapaci di ammettere, anche con se stesse, che così li spingono a farsi ancora più bestie. Essere figlie femmine di queste madri non è stato e non è facile (Ibidem, p. 211) [7]

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 Le storie di Elena Ferrante, la Grande assente della letteratura italiana, “parlano di donne che devono reinventare se stesse lontano dallo sguardo maschile, che devono ritrovare una possibile relazione con la madre, donne che hanno un rapporto scomodo con la maternità, donne che devono riconoscersi nei legami con altre donne, donne fuggite da una cultura che le schiacciava. Sarebbe un bene che la sua voce restasse potente in un’Italia che fa fatica a riconoscere l’azione del retaggio di un patriarcato che ne influenza ancora la cultura”

È brava Ferrante a evitare sia le generalizzazioni che i riferimenti troppo specifici, ma sono certa che in presenza di una madre riconoscibile, il linguaggio essenziale, duro e onesto cambierebbe. Il racconto perderebbe la potenza della verità. È questo che bisognerebbe capire dell’anonimato di Ferrante, cioè che la verità che ne deriva giova in un contesto come quello italiano in cui la cultura dei rapporti tra uomini e donne continua a cambiare con troppa lentezza e non soltanto in una specifica classe sociale di Napoli, o al Sud in genere (vista dal di fuori, tutta l’Italia soffre dello stesso problema). I romanzi di Ferrante descrivono donne con cui non è facile confrontarsi, ma che bisognerebbe conoscere. Non intendo dire che non ci siano state autrici in Italia, prima di Ferrante, che non abbiano percorso, e con forza, la strada delle tematiche femminili impegnandosi anche attivamente nel sociale, ne menziono solo due grandi: Dacia Maraini e Oriana Fallaci. Non intendo neanche fare un’apologia dello scrittore assente e quindi auspicare che tutti gli autori si nascondano. Sto dicendo che avendo Ferrante fatto una scelta, io la trovo giustificata nel contesto della sua opera e coerente con quello che lei stessa dice di potere e voler fare.

Di tutto questo ero certissima fino a ieri. Fino alla premiazione del Man Booker International, quando ho pensato: “Ma Elena Ferrante, che ha saputo prendere le distanze da Napoli così bene, tanto da riuscire poi anche ad apprezzarla, perché non prende un po’ le distanze anche da se stessa e si fa padrona della sua opera? Ora lo potrebbe pur fare, no?”
(Barbara Alfano)


Barbara Alfano
insegna lingua e letteratura italiana al Bennington College, Vermont. Napoletana, vive negli Stati Uniti dal 1999 ed è studiosa di narrativa italiana del novecento e contemporanea con particolare riguardo ai temi dell’identità e dell’etica. Fra le sue pubblicazioni: “The Mirage of America in Contemporary Italian Literature and Film” (University of Toronto Press, 2013) e la raccolta di racconti “Mi chiedevo” (Manni 2009). Suoi saggi sono apparsi su Italica, Forum Italicum, e Variaciones Borges. Collabora con Storie dal 2003.


Note
[1] Sull’argomento dell’identità di Ferrante e sul suo successo americano, Rebecca Falkoff, docente di italiano alla New York University, ha scritto un saggio illuminante e dettagliato: “To Translate is to Betray: On the Phenomenon of Elena Ferrante in the US”, Public Books, 25 marzo 2015.
[2] Elsa Morante, “Menzogna e sortilegio”, 1948, Torino, Einaudi 1994; Adriana Cavarero, “Tu che mi guardi, tu che mi racconti”, 1997, Milano, Feltrinelli 2001. Ferrante ha indicato l’influenza sulla sua scrittura di questi due testi in un’intervista a Vanity Fair del 27 agosto 2015: – What fiction or nonfiction has most influenced you as a writer? – The manifesto of Donna Haraway, which I am guilty of having read quite late, and an old book by Adriana Cavarero (Italian title: “Tu che mi guardi, tu che mi racconti”). The novel that is fundamental for me is Elsa Morante’s “House of Liars”.
[3] Goffredo Fofi ha intervistato Ferrante per Il Messaggero: “Viaggio al centro del pianeta donna”, 24 gennaio, 2002. Fofi aveva gia inviato alcune domande alla Ferrante nel 1995 e Ferrante, pur rispondendo, non aveva spedito la lettera. Entrambe le conversazioni si trovano ne “La frantumaglia” (e/o 2003).
[4] Vedi “Il caso Ferrante: Il romanzo italiano secondo il New Yorker”, La stampa, 13 ottobre 2014.
[5] “‘Elena Ferrante sono io’: Nicola Lagioia intervista la scrittrice misteriosa”, La repubblica, 4 aprile 2016.
[6] Vedi nota 4.
[7] “Parla Elena Ferrante, la scrittrice senza volto. ‘Così racconto l’amore oscuro della madre’”. Quest’intervista è apparsa su Io Donna, il 27 gennaio 2007.


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