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INTERVISTE

Tomas Milian: “García Márquez voleva che passassi sei mesi sulle montagne colombiane a fare la rivoluzione, non pagato. Gli ho detto: Gabo, io devo mangiare”

  • 15 dicembre 2014
  • 12:29

Tomas Milian si racconta nell’autobiografia a cuore aperto “Monnezza amore mio” (Rizzoli 2014) scritta in collaborazione con Manlio Gomarasca. Cinquant’anni di carriera nei quali l’attore, che ha prestato i connotati all’immortale personaggio del poliziottesco alla romana, si è cimentato sempre con profitto in generi diversi e con registi di rango in Italia (Bertolucci, Pasolini, Visconti, Bolognini) e all’estero (Spielberg, Soderbergh, Pollack, Ferrara). Oggi fa i conti con il passato scrivendo e per la prima volta ripercorre la sua infanzia cubana, il trauma del suicidio del padre e poi la fuga negli Usa fino all’approdo nella sua amata Roma.

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 BORGHESE E TRIVIALE, LE DUE FACCE DI TOMAS MILIAN Tomás Quintín Rodríguez Milián, in arte Tomas Milian, era arrivato in Italia con in tasca appena cinque dollari. E pensare che la sua era una famiglia influente. Suo padre Tomás, era un generale del regime di Machado, che poi fu arrestato in seguito al colpo di Stato “dei sergenti” guidato da Fulgencio Batista. Il padre non accettò il cambio della guardia: si suicidò, con il figlio presente, l’ultimo giorno del 1946. Il dodicenne Tomás ne fu traumatizzato covando una vera ansia da evasione. Così nel ’57 partì per gli Stati Uniti dove studiò recitazione a Miami e New York (con Lee Strasberg). In Italia arrivò nel ’59 per il Festival di Spoleto, Giancarlo Menotti stravedeva per lui. E in Italia rimase a lungo, affascinato dal nostro cinema che ne ricambiò generosamente l’attenzione. Debuttò col suo primo mentore, Mauro Bolognini, (“La notte brava” e “Il bell’Antonio”), poi il suo stile empirico molto actors studio, la sua presenza atletica e distinta, la sua probabile faccia italiana lo legarono a registi come Visconti, Pasolini, Zurlini. Campioni di un cinema ideologico e non allineato fra i quali Citto Maselli che gli ha regalato – prima che si piegasse alla maschera popolaresca e amatissima del Monnezza corbucciano – forse il suo ruolo più intenso ne “I delfini”. Un film sceneggiato anche da Moravia che si poneva come il controcanto borghese dei vitelloni felliniani non disdegnando quell’andamento riflessivo tipico invece di Antonioni. Fu girato ad Ascoli Piceno e racconta la decadenza della provincia italiana perbenista nel cuore del dopoguerra. I delfini, erano (e rimangono, attenzione) i rampolli di famiglie che hanno già preparato il loro futuro. Milian è il bell’arrogante Alberto De Matteis che scommette sulla conquista di Fedora (una lucente Claudia Cardinale) scimunendo la sua voglia di un riscatto sociale con una sfilza di serate bamboccione e di promesse a cui lui per primo non crede. Senonché, una spericolata corsa in Ferrari (una 250 GT cabriolet Pininfarina series I, per la cronaca) con una Fedora spaventata suggella la loro condanna al matrimonio per via di una gravidanza che in fondo nessuno dei due vuole ma che ormai è sulla bocca di tutti in città. Milian è molto intonato nella parte del ribelle imploso, sprezzante ma sotto sotto impotente rispetto alla “gente che mormora”. Sarà altrettanto incisivo anche in un altro grande film dell’epoca, quel “Un giorno da Leoni” di Nanni Loy, ispirato a una storia vera della nostra Resistenza. (Carlo Federighi)

L’idea è nata, ci ha detto, “dalla voglia di tirar fuori tante cose, tanta roba. Parlo di tantissima gente, però devo dire che non menziono mai la gente che ho coinvolto veramente in questa mia vita alternativa. Ho voluto menzionato Gian Carlo Menotti, e un certo punto del libro, perché era una persona importante, direttore del Festival dei Due Mondi a Spoleto, grande compositore. Ma tanti altri li ho tenuti fuori”.

Il libro parte dal racconto del suicidio di suo padre, un evento che ha segnato la sua vita. Quanto è stata importante per lei la recitazione per superare un trauma del genere?
“In qualche modo credo che tutto abbia avuto inizio da lì. Recitare mi ha aiutato a vomitare tante rogne che ho dentro di me, a tirar fuori delle cose della mia vita che non mi piacevano ma che ho dovuto fare e che non mi andava di fare. Sono una persona onesta con se stessa, con la vita, sono come un libro aperto, con le persone. Questo libro aperto è il libro che ho scritto adesso. ‘Monnezza amore mio’ è un libro che nasce dell’amore. Con amore vivo e con amore e per amore me ne andrò”.

Nel libro racconta che ha dovuto rinunciare a un’offerta di Gabriel García Márquez per fare un film tratto da un suo racconto. Ha qualche rimpianto?
“No. In quel caso non potevo ero impegnato. Volevo fare il film con García Márquez, ma lui mi ha detto che non mi pagavano, dovevo stare sei mesi nelle montagne colombiane a fare la rivoluzione. Gli ho detto: ‘scusa Gabo, io devo magnà, ti voglio bene, sei molto simpatico, ma non posso, io devo campare’. Proprio in quel periodo fra l’altro mi hanno offerto di fare un altro film dove mi davano molti soldi, un film a Roma che avrebbe mantenuto il mio box office. Io sembro matto ma so perfettamente quello che faccio”.

Nella sua vita ha spesso scelto di cambiare radicalmente direzione. Cosa l’ha guidata?
“Devo dire una parolaccia: i coglioni! Mi è sempre piaciuto rischiare, chi non rischia non guadagna e non perde. Sono stato sempre così. Anche se la cosa era difficile ho sempre voluto affrontare la responsabilità delle decisioni che avevo preso. Ho fatto sempre così nella mia vita”.

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Tomas Milian: “Volevo fare il film con García Márquez, ma lui mi ha detto che non mi pagavano, dovevo stare sei mesi nelle montagne colombiane a fare la rivoluzione. Gli ho detto: ‘scusa Gabo, io devo magnà, ti voglio bene, sei molto simpatico, ma non posso, io devo campare'”

Nell’autobiografia racconta di come sia stato danneggiato dal fatto di non aver dichiarato negli anni ’70 di essere comunista…
“Mamma mia! Non sapevo che il cinema italiano fosse così politico. Era importante dire che lo eri, ma io in quell’epoca non ero fascista né comunista, non ero niente. Avevo un fratello messo in galera da Batista a Cuba, ma dicevo sempre che Castro era un figlio di puttana, perché era quello che sentivo dire in casa. Mio fratello era comunista, mio padre fascista. Sostanzialmente ero un ingenuo, il cinema era politicamente più grande di me. Non sapevo cosa fosse fascismo e cosa il comunismo, non me ne fregava niente. Mia zia era di sinistra. era la moglie del direttore dell’università de l’Avana, una donna molto ricca, borghese, illuminata. Aiutò Fidel a lottare nella Sierra Maestra e fare la sua rivoluzione. Nessuno della mia famiglia sapeva niente che io stavo per partire da Cuba per andare per sempre in America e chiesi a lei di aiutarmi a pagare il viaggio di sola andata. Lei che era una donna colta mi disse: che persona diventerai lì? Il ragazzo che si sveglia all’una, va al club, passa da un letto all’altro? Che vita noiosa figlio mio! Mi stava dando una lezione: io non potevo continuare a essere così e avrei dovuto cominciare a cavarmela da solo, iniziare a conoscere la vita. E a sapere che c’era il partito comunista che lavorava per i poveri, per il proletariato e che invece i fascisti di umanità non capiscono un cazzo, come ha dimostrato in Italia Benito Mussolini“.

Cosa la lega a Roma, una città che ha avuto una grande importanza nella sua vita?
“Roma è una citta sexy che ti fa innamorare. Amo Roma e i romani, ho tanti amici e gli amici hanno sempre significato per me”.

L’Italia non attraversa un periodo molto facile: qual è la sua idea sul nostro paese?
“Che è meraviglioso nel macello che c’è, perché gli italiani sono un popolo meraviglioso. Duemila anni di sapenza, di conoscenza, gli italiani sanno come vivere, sanno come cavarsela quando c’è la crisi. L’italiano nel casino comincia a ridere e a creare. Il pittore dipinge, il comico inventa. È una meraviglia questo paese, ma non ve ne rendete conto?
(Stefano Milioni)


→ Guarda la corsa in macchina de “I delfini” di Francesco Maselli:


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