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INTERVISTE

Ray Bradbury, l’intervista ritrovata: “Tolstoj, Proust? Meglio Tarzan”

  • 4 giugno 2013
  • 11:38

PALM SPRINGS – Qualche anno fa Ray Bradbury accoglie nella sua casa californiana di vacanza Sam Weller, studioso e biografo cui si devono una quantità di interviste con lo scrittore americano raccolte lungo un decennio e passa (“Listen to the Echoes. The Ray ray-bradbury-internoBradbury Interviews”, Melville House 2010). Rovistando in garage tra fogli strappati, contratti ingialliti e faldoni ricoperti di polvere e intonaco scrostato, Weller rinviene una cartellina con l’intestazione “paris review”. È il manoscritto di un’intervista mai pubblicata che risale alla fine degli anni ‘70. Sopra c’è un appunto di George Plimpton che la giudica “un po’ informale, forse eccessivamente entusiastica”. Il quasi novantenne autore – mancato un anno fa – non ricorda il motivo per cui l’intervista realizzata da William Plummer non vide la luce ma è ben lieto di riprendere la chiacchierata dal punto in cui è stata interrotta.

È un gran conversatore, Bradbury, capace di argomentare su figure della cultura contemporanea tanto distanti quanto Michail Gorbačëv, Alfred Hitchcock o David Bowie. Tutto a modo suo. Non ha problemi a toccare gli intoccabili della letteratura: “Se c’è gente che mi fa dormire, mi fa dormire e basta. Dio quante volte ho cercato di leggere Proust: gli riconosco lo stile e la bellezza d’espressione. Ma mi fa venire sonno. Lo stesso con Joyce. Joyce non ha molte idee”. Quanto a “Guerra e pace”, si rifiutò di scriverne la sceneggiatura per il film di King Vidor: “Non è per me. Non riesco a leggerlo. Ci ho provato, ma non ce la faccio”.

La libertà intellettuale è una scoperta precoce per il dodicenne Bradbury, convinto autodidatta che comincia con Poe e i fumetti: “Ho sempre desiderato avere una striscia tutta mia, per cui non solo scrivevo di Tarzan, ma disegnavo anche le mie tavole domenicali”. Alla domanda “Per lei è molto importante, vero, seguire i propri gusti?” risponde netto: “Dio mio, sì, è tutto”.

Ed è un piacere sentirlo raccontare del suo deposito di storie abbandonate. Mai tenuto un taccuino, “tutto è fatto nel momento stesso un cui mi viene l’idea”. E gli incompiuti? Finiscono in uno schedario e come uccellini affamati restano in attesa di essere nutriti e completati: “Chi di voi ha bisogno di essere finita oggi? E la storia che grida più forte, l’idea che allunga di più il collo e spalanca la bocca, è quella che riceve il cibo. La tiro fuori e la finisco nel giro di qualche ora”.

Tutto questo grazie a Mr Electrico, un mago di strada che nel lontano 1932 sfiorò la testa del giovanissimo Ray con una spada elettrificata facendogli rizzare i capelli al grido “Vivi per sempre!”. Si accorse che gli era capitato “qualcosa di strano e meraviglioso in seguito all’incontro con Mr Electrico” e da allora non passò giorno senza che scrivesse qualcosa. Lunga vita a Ray.
(E.B.)

 

→ L’intervista di William Plummer a Ray Bradbury ripresa da Sam Weller è infine apparsa nel 2010 sulla Paris Review

→ In italiano l’intervista integrale (anticipata su la Repubblica, 3 giugno 2013) è contenuta nella raccolta: “Cento Racconti. Autoantologia” (Mondadori)


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