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INTERVISTE

Lawrence Kasdan: “A un certo punto ho capito come si scrive cinema”

  • 23 gennaio 2018
  • 13:20

All’autore de “Il grande freddo” e “Grand Canyon”
non è mai piaciuto scrivere. Una volta ha detto:
“È un lavoro solitario. Mettersi all’opera ogni giorno
è una sfida, e non diventa mai più facile”.
Eppure dalla sua penna sono nate avventure fantasiose
come “I predatori dell’arca perduta” o, passato alla regia,
film in cui le persone si cercano per tornare a parlarsi.
Una lezione di perseveranza, la sua, che comincia
dal saper accettare i no e dal saperli dire a propria volta.
Al momento giusto.

 

(a cura di Letizia Ciotti Miller) – Negli ultimi anni [1] è stato difficile andare al cinema senza imbat­tersi nel nome di Lawrence Kasdan fra i titoli di testa: per la sceneggiatura de “L’impero colpisce ancora”, “I predatori dell’arca perdu­ta”, “Il ritorno dello Jedi”, per la sceneggiatura e la regia di “Brivido caldo”, “Il grande freddo”, “Silverado”, “Turista per caso” e “Grand Canyon”, fra gli altri. Ai critici e piaciuto il ritmo e l’esprit del lavoro di Kasdan soggettista e la sua raffinatezza di regista. Ma non è stato sempre così. Kasdan, nato a Wheeling nel 1949, ha studiato letteratura inglese e pedagogia all’università del Michigan e cominciò poi a lavorare in un’agenzia di pubblicità. Di sera, di notte e durante i weekend scriveva sceneggiature; lo fece per anni senza mai ricevere un’offerta da uno studio e neppure da un agente. Nel 1977, quando ventottenne viveva a Los Angeles, finalmente Kasdan fece Bingo: in tre mesi vendette due copioni…

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Lawrence Kasdan sul set di “Brivido caldo” (1981). William Hurt è Ned Racine, avvocato di non belle speranze

Che cosa l’ha spinta a scrivere “Brivido caldo”?
Negli anni settanta scoprimmo che non potevamo più fare quel che ci andava e ci trovammo a doverci misurare con una congerie di valori che all’improvviso si dimostrarono più attraenti, per noi, di quanto avessimo mai pensato ai tempi del College. Per alcuni c’era la frustrazione di non poterla avere più vinta semplicemente girandosi intorno alla ricerca di rapide soluzioni per la propria felicità. Tutto a un tratto, si misero a cercare quella grande occasione di lavoro che gli avrebbe permesso di ammassare una fortuna e gli avrebbe fatto comprare la libertà. Ned, in “Brivido caldo”, è uno di questi individui. Emana una tale simpatia ed e dotato di una tale disinvoltura che probabilmente ne è stato avvantaggiato a scuola e poi in seguito al College e alla facoltà di Giurisprudenza. In un certo senso lui è come se avesse attraversato tutte quelle prove galleggiando comodamente sull’acqua e non aveva avuto nessun bisogno di essere particolarmente bravo per riuscirci. Ora si trova a fare un lavoro del tutto insoddisfacente, nella sua vita non esiste un obiettivo e le cose che desidera sono costantemente al di là delle sue possibilità di raggiungerle.

È meno incline a lasciare la sua impronta su una sceneggiatura se l’idea non e sua?
Se si mette alla prova l’orgoglio in ciò che si scrive, allora porti te stesso anche dentro l’idea di un altro, a meno che uno si senta così distaccato da un incarico che lo fa senza potersi rapportare a quel progetto. Io ritengo che “I predatori dell’arca perduta”, “L’impero colpisce ancora” e “Il ritorno dello Jedi” siano radicalmente diversi perché li ho scritti io. Non voglio dire che non sarebbero stati altrettanto meritevoIi se li avesse scritti qualcun altro; però adesso hanno la mia impronta.

In progetti come questi, che dipendono tanto dal lasciar libera la propria fantasia, fino a che punto lei spinge l’inventiva?
Le farò un esempio. Nella prima stesura di “Predatori”, l’eroe, Indiana Jones, sta andando in volo dagli Stati Uniti al Nepal. È in aereo e si addormenta. C’è un comune assortimento di passeggeri, una vecchietta, dei turisti, alcuni orientali. Mentre Indiana dorme, l’equipaggio e tutti i turisti si alzano in piedi insieme, si mettono i paracadute e in punta di piedi abbandonano l’aereo, lasciandolo là da solo. Il pilota ha chiuso a chiave la cabina e l’aeroplano si dirige verso l’Everest o qualche altra montagna di tutto rispetto. Indiana si sveglia, si guarda attorno affannosamente e tira fuori una zattera gonfiabile. Se l’avvolge intorno al corpo mentre non è ancora gonfiata e salta dall’aereo, tirando la cordicella di rigonfiamento, dopodiché va a cadere con un bel balzo, sano e salvo, sulla neve. Poi scende lungo la montagna servendosi della zattera come di una slitta. Dopo aver visto la scena ci è sembrato che avessimo calcato troppo la mano.

Kasdan durante le riprese di “Silverado” (1985) con, da sinistra, Kevin Kline, Scott Glen, Kevin Costner e Linda Hunt (di spalle)

Come ha avuto l’occasione di dirigere?
Con i “Predatori” e “L’impero” andò a finire che lavorai più di un anno per George Lucas. Ma sentivo che era arrivato il momento di fare regia. Era per quel motivo che avevo cominciato a scrivere soggetti e sceneggiature. Una volta deciso che il passo successivo era la regia, fu facile respingere ogni altra offerta.

Cosa pensa delle prove?
Sono, in assoluto, i periodi più preziosi che si vivono con gli attori. Una volta che si comincia a girare, è pressoché impossibile trovare il tempo, privato ed esteso, da passare con loro. Inoltre, è durante le prove che si scopre che noi siamo gli unici a vedere il copione in un determinato modo; che per quanto entusiasmo gli attori sentano per il progetto, loro su quelle pagine vedono un film completamente diverso. Si ha modo di scambiarsi opinioni su quello che il copione intende essere e si scopre che alcune delle loro idee sono meglio delle tue. Il periodo delle prove ti dà una base, cosicché quando si entra nel caos c’e un certo punto di riferimento.

Quali film e quali registi hanno influito su di lei?
Moltissimi scrittori e registi hanno influito su di me. Credo però che colui che ha avuto il maggior significato sia Akira Kurosawa. Senza dilungarmi troppo su di lui, dirò che Kurosawa è lo Shakespeare del cinema; i suoi film, in ogni momento, agiscono e si muovono su vari livelli. Possono venir presi come mero intrattenimento popolare, ma possono anche venir sbucciati come una cipolla o scuoiati, diciamo, per scoprire veramente che cosa vuole comunicarci. È uno che si è servito di ogni “genere” per le proprie finalità ed ha lavorato interamente fuori e al di là dei “generi”. E per di più ha un incredibile stile visivo, un meraviglioso senso della scrittura. I suoi film sono emozionanti. I suoi film sono comici. Quando ero bambino, nel West Virginia, negli anni cinquanta, vedevo esclusivamente i prodotti di Hollywood. John Sturges è stato un regista importante per me. “La grande fuga”, “I magnifici sette”, “Sfida all’O.K. Corral”, questi film hanno avuto un grande impatto su di me. Sono un grande fan di Robert Towne. Non credo che ci sia miglior sceneggiatore in giro: “Chinatown”, “Shampoo” sono scritti in modo eccezionale, ti ispirano. Quando ero al College ho studiato letteratura inglese. Conrad, Lawrence, Forster. I loro romanzi, quelli di Fitzgerald e di Bellow e di Nabokov, è questo che ha formato le mie idee sullo scrivere bene. Una volta le sceneggiature erano firmate da scrittori, giornalisti, uomini di teatro. Professionisti, intendo, in possesso dei ritmi narrativi. Oggi, invece, gli sceneggiatori vengono dalla televisione, guardano solo la televisione, pensano a un pubblico televisivo. E i risultati sono storie piatte, lente, noiose.

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“Conrad, Lawrence, Forster. I loro romanzi, quelli di Fitzgerald e di Bellow e di Nabokov, è questo che ha formato le mie idee sullo scrivere bene

Da dove hanno inizio i suoi copioni? Dalla trama, dai personaggi o dalle idee in generale?
Credo che comincino con i personaggi, però tendono verso la narrativa e il dramma. Ho cominciato a scrivere quando ero al College, in Michigan. E il mio “addestramento”, chiamiamolo cosi, è stato nel teatro. Ho seguito dei corsi di drammaturgia, scrivevo delle pièce che venivano messe in scena all’università. Se l’apprendimento è come quello che ho seguito io, si tratta di teatro classico, in cui si impara come sono stati costruiti i drammi fin dalle origini. Tutto questo mi è stato utilissimo a Hollywood, perché molti sceneggiatori non hanno certo studiato simili discipline. A loro non interessa la struttura drammatica e non hanno alcun retroterra letterario. Molti giovani sceneggiatori oggi vengono dalla televisione: sono cresciuti a base di televisione e credono che il modo in cui la narrativa viene presentata sul piccolo schermo sia narrativa e invece non è così. Di conseguenza, semmai, io credo nella costruzione drammatica classica e credo nella forza e nell’impeto in crescendo che la buona narrativa crea mentre costruisce su se stessa. Ho avuto questa sensazione facendo “Grand Canyon”. Ho raccontato la verità, la vita che da noi non e facile, la società malata. Ad ogni modo c’è anche tanta gente onesta e questo autorizza a sperare in qualcosa di migliore. Con “Grand Canyon” non ho voluto attaccare la California, Los Angeles o Inglewood. Volevo illustrare un disagio diffuso in tutti gli Stati Uniti non solo di una crisi o consuntivo generazionale come ne “Il grande freddo”. Credo che la violenza è nella società prima ancora che sullo schermo. Il fatto che la critica abbia sostanzialmente apprezzato “Grand Canyon” significa che gli Stati Uniti sono un paese più aperto di quanto pensassi.

Che tipo di incoraggiamento dà a coloro che stanno ancora cercando di “entrare”?
Frank Pierson (sceneggiatore e regista) dice che una volta stava pensando di rinunciare e un amico gli disse: “Sai, le uniche persone che stanno facendo qualcosa sono quelle che non hanno smesso”. E in effetti è tutto qui. Prima o poi, certo, bisogna avere fortuna, ma la fortuna ti può baciare soltanto se sei ancora per la strada e per ciascuno di noi quella strada, quel viaggio, ha una lunghezza diversa. Il segreto è insistere, insistere, in qualunque modo possibile. E più vicini si arriva a fare quel che realmente si vuol fare, meglio sarà per voi, dato che l’industria è così miope. Quei signori non guardano mai in un altro settore per vedere se sia possibile trarre qualcosa da là. E quindi può non essere particolarmente utile diventare l’aiuto assistente di qualcuno. Non mi avrebbero mai permesso di dirigere se io non avessi detto: “Voglio fare il regista”. Quel che io dico agli scrittori è: se prendete un impegno, se accettate un incarico perché vi serve per campare, assicuratevi che sia un lavoro impossibile per voi, veramente odioso. In quel modo non verrete mai sedotti e indotti a pensare che lo volete fare tutta la vita. Questo vi tiene in pista. Se detestate quel che fate ogni giorno, non potrete dimenticare quel che sul serio volete fare.


[© Dialogue.
Intervista scelta e tradotta da Letizia Ciotti Miller per Storie 2-3/1992 – I piani di fuga
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