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INTERVISTE

Gigi Proietti: “L’attore come figura sociale sta finendo. Oggi sono altri i protagonisti”

  • 9 marzo 2017
  • 12:40

Le preoccupazioni e le convinzioni di un grande
interprete in un incontro ai confini dell’autunno.
Tutt’intorno il mondo dello spettacolo sta cambiando
(siamo nel 1988) e l’attore sta perdendo l’aureola per
consegnarla a nuovi protagonisti che si chiamano Agnelli,
De Benedetti, Gardini. Il teatro diventa allora una metafora
mai abbastanza ovvia di questo cambio della guardia
nella società multimediale, mentre il volto e la maschera
dell’istrione sembrano consumarsi al cospetto del
tempo, riflettendo su protagonismo e protagonisti…


Liolà è uscito di scena [1]. È sceso dalla zolla di terra sulla quale recitava la notte a Taormina e si è infilato i panni di Gigi Proietti. Dallo Stretto di Messina, l’ex eroe pirandelliano ha raggiunto Ponza e tra il successo estivo e il lavoro che l’aspetta a Roma ha interposto il mare. È in quest’isola, ai confini fra Lazio e Campania, che Proietti-uomo resta protagonista suo malgrado. Dal pescatore giù al porto al turista di passaggio, tutti indicano con esattezza la casa dove trascorre le vacanze: “Accanto alla chiesetta di Santa Maria, in cima alle scale bianche”.

gigi-proietti

Gigi Proietti: “Sono nato il 2 novembre 1940, il giorno dei morti. Il mio segno zodiacale (scorpione) direbbe che sono un lussurioso. Ma credo di essere un iracondo, in grado però di gestire la sua ira. Diciamo che sono romano di adozione e di preferenza. Mio padre è infatti umbro di Amelia, e mia madre laziale. Comunque, sono nato a Roma, sono stato educato a Roma, ho scelto Roma, mi piace Roma. I primi dieci mesi di vita li ho passati in via Sant’Eligio, vicino via Giulia. Da lì è iniziato l’intero giro della città”

Le sue sono ferie tra virgolette, perché “si diffonde il numero del telefono ed ecco riproporsi il ritmo di vita romano: interviste, prove teatrali. Sta di fatto che adoro la mia attività e non posso sostituirla con una nuotata o una gita in gommone”. La voce l’imposta in maniera profonda e l’accompagna con ampi gesti lenti delle braccia. Veste un paio di pantaloni bianchi tagliati al ginocchio. È tutto. Ponza a fine estate è ancora calda. Se è vero che l’istrione ormai è pura reminiscenza e “può paragonarsi a un mobile d’antiquariato”, lui arreda con la sua sola persona una stanza affacciata sul mare. Anche sul ruolo del protagonista la pensa in termini di eutanasia: “L’attore sta finendo”.

Sta finendo?
Sì, ancora qualche sprazzo qua è là per poi scomparire. Intendo l’attore come figura sociale. Oggi sono altri i protagonisti. Si chiamano Agnelli, De Benedetti, Gardini. E si dovrebbe parlare di patronato. Il successo bisogna saperlo amministrare, è un potere contrattuale. Per avere potere, quello vero, occorre essere un pessimo attore, cambiare attività e poi divenire Reagan. Basta vedere che due attori sono diventati uno papa e l’altro presidente degli Stati Uniti. Ma forse è solo una coincidenza. E ride. Però attenzione a mantenere un’integerrima condotta personale. Affibbiano un’amante a un politico che sta facendo una campagna elettorale, candidato a esser protagonista, e gli scalfiscono l’immagine. Crolla tutto.

Se la star è l’industriale o il politico, il protagonista del mondo dello spettacolo dove è andato a finire, cosa è diventato?
Prendiamo il cinema. Il protagonismo cinematografico italiano oggi è totalmente lontano dal talento. Non è fino a pochi anni fa che si doppiavano ancora gli attori? Il successo riguarda la produzione, la regia, ma non l’artista. In Italia gli attori non li hanno fatti nascere. In Italia Robert De Niro non sarebbe mai potuto nascere. E passiamo alla televisione. L’attore dalla TV è stato sbalzato fuori. Non c’è più. C’è Lino Banfi che essendo attore diventa presentatore. Per gli sceneggiati servono solo delle facce interessanti. Adesso si sta delineando un nuovo tipo di protagonista. È un Giuliano Ferrara che è un giornalista e che in una trasmissione interpreta le notizie. Lo spettatore accende la TV e segue il conduttore che più gli piace, del quale fidarsi di più. Ma potrà mai identificarsi con Pippo?

E nel teatro?
Nel mio teatro il pubblico, dopo gli attori, è il protagonista più importante. Attraverso i suoi rumori, i suoi atteggiamenti da pubblico, scandisce i ritmi dello spettacolo, né più né meno di come fa la musica o l’artista. E io ipotizzo le sue reazioni durante la stessa regia. In un film invece il pubblico non è protagonista. Una pellicola va anche avanti da sé. Il teatro invece è una rappresentazione. Come la messa. La messa non si può celebrare se non c’è una persona che assiste. Altrimenti il rito non si compie e nel teatro è lo stesso. Teatro e spettacoli sono rapportabili rispettivamente a chiesa e messe. Solo attraverso i riti esiste la chiesa. Solo attraverso le rappresentazioni esiste il teatro.

Ma per protagonismo cosa intendi?
Non lo so più. L’unico protagonismo connaturato, fisiologico, autorizzato nei confronti della professione, è quello degli attori. Perché è l’unico protagonismo innocuo, che non prevede sfruttamento, che non significa prevaricazione sugli altri. Significa affermazione del proprio lavoro grazie allo strumento della recitazione.

proietti-febbre-da-cavallo

Con Enrico Montesano e Francesco De Rosa in una scena di “Febbre da cavallo” di Steno (1976), film che ha segnato la consacrazione di Proietti sul grande schermo. Il sodalizio col cinema non ha però dato i frutti attesi (“Il mio con il cinema è stato un fidanzamento che non è arrivato al matrimonio”, dirà lui). Negli anni, dunque, alla scena teatrale Proietti ha affiancato perlopiù quella televisiva (che continua a dominare con consumato mestiere) oltre che il lavoro di doppiaggio

Se è così, rapportare il protagonismo alla prepotenza è atteggiamento reazionario…
Bisogna vedere se l’aspetto progressista prevede ancora protagonisti, se nel futuro, nelle necessità, sono ancora in programma uomini in grado di distinguersi. Finché esisterà della gente capace di entrare in un libro di storia, il protagonismo non sarà un’espressione reazionaria.

E il gigionismo è sempre protagonismo?
Il gigionismo è un fatto tenero, è un modo di recitare che purtroppo uso sempre meno. No. Corrisponde di più all’esibizione, al narcisismo.

Edipo conta nel destino di un attore?
Conta. Conta se oggi Edipo non è riferito solo alla madre, ma anche all’ambiente in generale che lo ha formato. Nel caso specifico, mia madre è una persona molto…

Si chiama?
Giovanna. È una persona molto comica, ironica. Lo dico in senso affettuoso. Insomma, capace di farti ridere, di cogliere l’aspetto ridicolo anche nelle situazioni tragiche. Per forza di cose tutto quello che faccio contiene un’epicità involontaria nella quale è racchiusa una natura drammatica. Come indole, credo che sarei stato un attore tragico se non avessi avuto questo gustaccio del divertimento. Se voglio riesco a farti commuovere per otto minuti, poi ti smonto il meccanismo e ci sbudelliamo dalle risate. Il pubblico avverte che c’è uno scombinamento, uno spiazzamento nella comunicazione e ne è rapito. Questo è il genere di “A me gli occhi please”, modernissimo dieci anni fa e modernissimo oggi: una sorta di palinsesto televisivo, di summa di mondi teatrali dove recitava un attore archeologo.

A proposito di “A me gli occhi please”, la critica individuava nel tuo esibizionismo una ricerca d’identità, un atteggiamento proteso alla scoperta del tuo ruolo. Adesso quel ruolo l’hai compreso?
Non mi interessa più dimostrare al pubblico che sono bravo. O l’ha capito, oppure significa che non ho talento. Non ci piove. Questa ricerca di consenso è stato un problema giovanile che purtroppo è durato molto tempo. M’interessa invece stabilire con la gente un contatto basato sull’intelligenza. Non che prima non l’avessi determinato. Con il teatro tenda mi ero messo nell’ottica d’intervenire su un territorio chiamato città, di stabilire un contatto popolare. Erano scelte anche quelle. Ma erano scelte basate, poi, sulla mia persona. Mi piacerebbe adesso allargare il discorso. La mia tendenza non è tanto fare il protagonista, quanto essere protagonista all’interno delle proprie idee. Sto cercando di accostarmi il più possibile alla sincerità.

E ci riesci?
C’è un modo di rivolgersi alla gente rimanendo fuori dalle passioni di un testo. Il pubblico ha sempre capito esattamente cosa stavo facendo e non ho mai effettuato un’operazione nella quale sembrassi vero. Non mi piace l’affermazione “sembra vero”. Che significa? No, quando faccio un ruolo voglio essere finto. Finto e non falso, c’è una sostanziale differenza.

Hai mai mentito in nome del protagonismo?
Mai. Da un palcoscenico non mento mai.

Oggi la televisione non ti dà un pubblico, ti dà un target, un’audience. Lo spettatore si è snaturato, non fa scelte precise, perché non gli diamo l’opportunità di farle. La TV generalizza tutto, anche gli affetti

Come avviene in Proietti il continuo passaggio da un protagonista all’altro?
È un evento scenico irripetibile, legato alla libertà del teatro. Purtroppo molti critici non l’hanno mai compreso. Vanno avanti per schemi e non ce la fanno più a reggere uno spettacolo. Come ricettività ormai è superiore quella del pubblico. Me ne sono accorto di recente e l’esperienza di Taormina l’ha confermato. Vanno in giro cinque critici, sempre gli stessi. Fanno questa piccola gita aziendale e dicono tutti e cinque le stesse cose. Potrebbero eleggere un rappresentante così si eviterebbero il disturbo di spostarsi ogni volta. Con Liolà hanno sentenziato che il protagonista era più Proietti che non Liolà: affermazione pericolosissima che lascia il tempo che trova. Non mi risulta che Eduardo fosse più Cupiello che non Eduardo. Ho scelto Liolà perché mi somiglia. Non sempre i critici si rileggono il testo in occasione degli spettacoli. Se questa volta l’avessero fatto, si sarebbero ricordati che Liolà non ha solo un’anima nera. Ha la mia stessa vitalità. Nell’opera c’è scritto “entra, canta, balla”. Poi all’improvviso si hanno delle frenate brusche, quasi tragiche. Io l’ho fatto così, come c’è scritto.

Guai a parlare di Petrolini come il padre metaforico che ha segnato il destino di Proietti protagonista.
Io non devo niente a Petrolini. Mi sta pure antipatico. Gli devo un grazie, ma non come maestro. Mi ha interessato il periodo storico del teatro in cui operava. Quel rapporto diretto con il pubblico era tipico di quegli anni. Ma come lui ce n’erano tanti che lavoravano autonomamente. L’attore solo con se stesso, l’improvvisazione, il teatro del non testo.

L’atteggiamento dissacrante, provocatorio, che è tipico di Petrolini, è un po’ anche tuo, lo condividi?
Tendenzialmente sì e dipende dal fatto che tutti e due siamo nati a Roma.

La satira che peso ha nei tuoi protagonisti?
Mi interessa la satira ai comportamenti che non esclude anche l’autocritica.

Rivolgendosi a cantanti e attori, la scrittrice francese Marguerite Duras dichiarò “Le persone che pagano per sentirti cantare o parlare sono nemici che bisogna ‘Battere’ per poter sopravvivere. Pubblicamente, sostieni che è un dovere non deludere chi è venuto a sentirti. In realtà è un po’ più di così, sconfina nell’uccisione di colui che viene a giudicarti”. Hai mai ucciso i tuoi spettatori per affermarti come protagonista?
Il pubblico non lo sa ma paga per essere ucciso. Metaforicamente, s’intende. Sempre se si crede che l’attore l’uccida. In questo caso la morte è necessaria. Comunque sia, penso che il pubblico l’uccidi di più se reciti male. Ecco.

Qual è la paura del capocomico?
De morì. E anche questa volta aggiunge una risata.

tirabassi-brignano-reggiani

Giorgio Tirabassi, Enrico Brignano e Francesca Reggiani sono alcuni degli allievi del Laboratorio di Esercitazioni Sceniche di Roma fondato da Proietti nel 1979 e chiuso all’inizio degli anni ’90, quando venne a mancare il sostegno istituzionale. La scuola prevedeva un percorso di due anni e una didattica innovativa secondo la quale, tra l’altro, il canto era importante quanto la recitazione: “Chi non è musicale questo mestiere non solo non può farlo, ma non lo deve fare”, sosteneva Proietti, che esordì proprio come cantante nei night club romani. Tra gli insegnanti di cinema c’era Nanni Loy, ogni tanto passava Zavattini e “quando je pareva” anche il “sor” Mario Carotenuto (grande amico di Proietti) per trasmettere l’arte e i segreti “più paraculi” dello stare in scena

Protagonista contro protagonista. Come convivevano Milva e Proietti in “Di che vizio sei”?
Bene, bene. Molto bene. Io temevo all’inizio. Invece siamo andati d’accordissimo. È stata una trasmissione televisiva al disotto delle mie aspettative perché l’idea originale, che era mia, si è un po’ persa per strada. Quanto alle aspettative dell’azienda non c’è nulla da ridire. L’audience è risultata buona, considerando che era uno spettacolo di fine stagione, in onda di venerdì e per di più senza ospiti e lotterie.

C’è poi il Proietti in cattedra, il pigmalione in una scuola di giovani attori. Protagonismo da insegnare. È difficile il mestiere di prof?
Ho trovato un metodo, prendere in esame ogni tipo di tecnica e mostrarla. Far capire che esistono molti mondi teatrali. Insistendo prevalentemente su ritmo, musica e conoscenza del proprio corpo. Non stiamo a perder tempo a stabilire come dire l’endecasillabo. Volendo ci impegnamo una settimana e a fine corso possiamo recitare Dante. Le teorie insegnate nelle scuole più accademiche noi le trattiamo superficialmente. Al nostro tipo di attore non servono, gli sono utili solo per arricchire il bagaglio culturale che ognuno specializza come può.

Proietti protagonista intende invecchiare recitando?
No. Non prevedo per l’attore in genere una vita dedicata alla sua arte. Fenomeni come quello di Eduardo sono irripetibili. Il suo era un teatro con un pubblico specifico. Così come è difficile invecchiare negli altri campi dello spettacolo. Oggi la televisione non ti dà un pubblico, ti dà un target, un’audience. Lo spettatore si è snaturato, non fa scelte precise, perché non gli diamo l’opportunità di farle. La TV generalizza tutto, anche gli affetti. Non crea più miti come Anna Magnani, Aldo Fabrizi, da amare e nei quali identificarsi. Quindi mi dedicherò alla regia, magari a quella cinematografica.

Nota dolente quella del cinema. Come mai sul set non hai mai sfondato?
Non lo so. Dopo tante analisi che ho fatto su di me, devo dire che non l’ho capito. Forse ho sbagliato i ruoli. Non c’è stato il film adatto. In un primo tempo volevo fare un cinema solo d’autore e rimanevo molto sulle mie. Poi ho cominciato a scegliere anche film commerciali. O il mio viso non funziona, oppure non l’ho ancora compreso. Ma non credo che la storia sia finita qui.

Vuoi ritentare?
Sì, credo che farò un film, prima o poi. Un film mio.

Come regista?
Sì, non mi interessa più tanto di fare l’attore, il protagonista. Non mi va più.

Neanche in teatro?
Lo farò perché è il mio mestiere. Ma onestamente mi sono un po’ stancato. Intendo nel senso dell’esibizione. Mi sento, come dire, un po’ consumato di faccia.
(Vania Colasanti)

 

Intervista tratta da Storie 1/1988 (prima serie)  – L’ora di leggere
storie1-prima serie


[1] Proietti ha messo in scena e interpretato il Liolà di Pirandello nell’edizione di Taormina Arte 1988


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