rivista internazionale di cultura

INTERVISTE

Ann Goldstein (volle, fortissimamente volle) tradurre Elena Ferrante in americano

  • 16 maggio 2016
  • 15:18

Il volto di Elena Ferrante nel mondo anglofono
è oggi quello della sua traduttrice, Ann Goldstein.
Editor del New Yorker, sentinella del suo prestigio,
il 30 marzo di quest’anno è tornata da ex allieva
al Bennington College 
 lo aveva lasciato nel 1971 –,
dove ha incontrato un piccolo drappello di studenti
prima di concedersi a una serata alla lecture hall del campus.
BARBARA ALFANO, che laggiù nel Vermont insegna da anni
letteratura italiana, ne ha raccolto una testimonianza
di quasi sovrumana determinazione.


LA COMMEDIA DI DANTE E IL NEW YORKER –
Quale demone ti ha spinta, a trentasette anni, a imparare l’italiano per poter leggere la Divina Commedia in originale e tutta, non solo l’Inferno, come invece fanno in genere gli studenti negli Stati Uniti?

ann-goldstein

Ann Goldstein. “Quel lavoro lo volevo io!”, ha confessato agli studenti di Bennington

È stata l’ansia di scoprire l’altro mondo tra le parole di chi ha raccontato di esserci stato, o ti è venuta la smania perché ti hanno spiegato che Dante è il padre della lingua italiana e tu, direttrice dei copy editor del New Yorker, forse stanca di abbellire i racconti altrui, eliminare gli avverbi inutili e cambiare di posto alle virgole, hai deciso di imparare una nuova lingua alla fonte?
Perché tu sei anche uno dei curatori della rivista, sentinella del suo prestigio, e lo sai che certe cose o si fanno per bene o non si fanno proprio, quindi bisognava cominciare da Dante per imparare l’italiano.
È andata così? Che ti è preso nel mezzo del cammino della tua vita newyorchese, densa e operosa?

Questo avrei voluto chiedere ad Ann Goldstein (1950) appena l’ho conosciuta, ma eravamo sedute in un’aula del Bennington College, in Vermont, di fronte a quindici studenti ansiosi di farle domande su Elena Ferrante e i suoi romanzi che Ann ha tradotto tutti. Lei, timida e sorpresa quanto gli studenti di ritrovarsi all’alma mater a cui non era più tornata dal 1971, anno della laurea in lettere, sedeva silenziosa tra me e Ben Anastas [1] che l’aveva invitata e con cui insegnavo il corso di letteratura “In Search of Elena Ferrante”.

Quando ho finalmente avuto modo di chiederle perché Dante, lei mi ha risposto che si è trattato di desiderio imperioso. Dopo aver letto la Commedia in inglese, “Volevo leggerla in italiano e ho convinto alcuni colleghi che anche loro avrebbero dovuto imparare l’italiano e leggere Dante”.

Così, dal 1987, al New Yorker si è studiato italiano con un insegnante privato ogni settimana per tanti anni, abitudine che Ann e i colleghi hanno ripreso di recente. In quel primo periodo, cominciarono a leggere Dante dopo solo un anno di lezioni. Quello stesso anno, Goldstein, che lavorava al New Yorker dal 1974, fu contemporaneamente messa a capo della sezione di copy editing e promossa a editor, cioè curatrice.

DA ALDO BUZZI A PRIMO LEVI E FERRANTE – Prima di approdare al New Yorker, Ann aveva studiato per un breve periodo filologia comparata – greca e latina – a Londra, University College, imparando anche un po’ di sanscrito; ma a tradurre, non ci pensava nemmeno finché, nel 1992, un amico italiano non le ha passato un breve saggio di Aldo Buzzi, “Čechov a Sondrio”, pubblicato poi in traduzione sul New Yorker. Lei disse che ci avrebbe provato, a tradurlo. In realtà, ha fatto molto di più: ha vinto il premio PEN Renato Poggioli per la traduzione del volume collettaneo di scritti di Buzzi “Journey to the Land of the Flies and Other Travels” (1996).

Da allora, Ann Goldstein occupa con la traduzione tutto il tempo che il lavoro al New Yorker le lascia – fine settimana, vacanze, ore libere e lunghe nottate. Ha tradotto, in ordine sparso, Alessandro Baricco, Giacomo Leopardi, Pier Paolo Pasolini, Alessandro Piperno, Antonio Monda, Serena Vitale, Roberto Calasso, Giovanni Paolo II, Jhumpa Lahiri e Primo Levi. Di quest’ultimo, ha curato il monumentale lavoro di traduzione delle opere complete in tre volumi, coordinando nove traduttori e traducendo diversi scritti lei stessa. Un fatica durata anni e pubblicata nel 2015, che ha avvicinato la traduttrice di origini ebree alla storia dell’olocausto in Italia.

La fama, però, è arrivata grazie alla quadrilogia napoletana di Elena Ferrante. Nel settembre del 2012 uscì negli USA “My Brilliant Friend” e a gennaio 2013, James Wood pubblicò sul New Yorker un lungo articolo dedicato all’opera di Ferrante che segnò l’inizio di un grande successo internazionale, diventato poi la “Ferrante fever” con la pubblicazione dell’ultimo volume della tetralogia, “The Story of the Lost Child”, ora candidato al Man Booker International Prize, premio prestigioso che onora i romanzi in traduzione.

Ann Goldstein at Tishman Lecture Hall

► Ann Goldstein e Benjamin Anastas durante la serata alla Tishman Lecture Hall del Bennington College (30 marzo 2016)

Di Ferrante, Ann traduce tutto, comprese le interviste. A novembre di quest’anno uscirà in traduzione anche “Frantumaglia”, il testo che raccoglie più di vent’anni di lettere e scritti vari dell’autrice riguardanti il suo lavoro. Il rapporto di Ann con i romanzi della Ferrante era cominciato già nel 2005. Come nel caso della Divina Commedia, galeotto fu il libro, “I giorni dell’abbandono” (2002), che la rapì e benché Europa Editions, sorella dell’italiana E/O, avesse chiesto a diversi traduttori di inviare solo un esempio del lavoro che avrebbero fatto, Ann mandò alla casa editrice il romanzo completo. “Quel lavoro lo volevo io!” ha confessato agli studenti di Bennington con lo sguardo acceso e un gran sorriso, svelando l’entusiasmo e il rigore professionale che ne hanno fatto una borsista del Rockefeller Center al centro studi di Bellagio (1995, 2006), dell’American Academy di Roma (1993-4, 2002) e della fondazione Guggenheim (2008).

UN’ARTIGIANA METICOLOSA – Mentre gli studenti le parlavano, io davo un’occhiata alle bozze di traduzione che aveva portato con sé a lezione e che mi aveva allungato sulla scrivania con gesto contenuto, aggiungendo a voce bassa “Se possono servire…” La risposta che cercavo era lì, in quelle bozze. Non c’erano scarabocchi, né note confuse a margine, lunghe sottolineature, o drappelli di punti interrogativi. Non c’era nulla che indicasse il tormento del traduttore così come me lo ero immaginato. C’erano invece interruttori – parole in sostituzione di altre, qua e là, che accendevano le frasi come si accende un albero di Natale. Una magia. Un breve segno a matita eliminava la parola giudicata imperfetta e la nuova, scritta in bella grafia subito sopra, illuminava l’intera frase, le dava colore, la trasformava. Quindi, ho capito.

Ho capito che a un artigiano della lingua, appassionato e meticoloso, leggere la Commedia in inglese deve aver dato un gran prurito. Quella è l’opera la cui lingua non permette traduzione che non sia un gran tradimento, seppur ben riuscito. Quello è un prurito che soltanto il ricorso all’originale può alleviare. L’unico modo per guarire dalla traduzione, allora, è praticarla.

L’INTERVISTA – Ann Goldstein non è semplicemente il volto di Elena Ferrante, come ormai la chiamano oltreoceano quotidiani e riviste, Ann Goldstein, come ogni traduttore, crea quello che l’autore non può artefare: l’opera in un’altra lingua. I traduttori non si limitano a prestare la loro lingua a un’opera. Gli organizzatori del Man Booker International vogliono che questo sia chiaro a tutti – il premio, da quest’anno, andrà diviso a metà tra autore e traduttore.

Ann, congratulazione per la nomina al Man Booker International Prize. Elena Ferrante si è congratulata con te? Ti ha scritto?
Grazie. No, ma non abbiamo un rapporto in cui ci scriviamo in modo regolare.

Il tuo rapporto con lei è cambiato negli anni?
Non molto. All’inizio la scrittrice era più riservata e quando avevo dubbi chiedevo agli editori di e/o, la sua casa editrice italiana. Loro inoltravano le domande alla Ferrante. Non so esattamente perché ma ho continuato questo rapporto “a distanza”, per così dire, anche se immagino che adesso potrei essere in contatto, sempre via email, con l’autrice.

Gli organizzatori del Man Booker International hanno deciso, da quest’anno in avanti, di premiare i traduttori delle opere in concorso tanto quanto gli autori. Boyd Tonkin, presidente della giuria, ha parlato di traduzioni di prima classe. Così si riconosce finalmente ai traduttori un ruolo pari a quello degli autori?
È un risultato gratificante, il riconoscimento del traduttore. Non direi che il ruolo del traduttore sia pari a quello dell’autore, ma ovviamente è importante nel senso che un libro non esisterebbe in un’altra lingua senza il traduttore. Sicuramente tutti i traduttori hanno subito l’esperienza di una recensione in cui sono citati lunghi brani del libro senza alcun accenno a loro, o al fatto che questi brani sono stati tradotti da un’altra lingua. 

“Mentre gli studenti le parlavano, io davo un’occhiata alle bozze di traduzione che Ann Goldstein aveva portato con sé… Non c’era nulla che indicasse il tormento del traduttore così come me lo ero immaginato. C’erano invece interruttori – parole in sostituzione di altre, qua e là, che accendevano le frasi come si accende un albero di Natale. Una magia”

Elena Ferrante ha detto di essere anche traduttrice. [2] Che effetto fa sapere che la scrittrice le cui opere traduci da più di dieci anni condivide in qualche modo la tua professione e che si fida di te completamente (parole sue)? È comune che un traduttore si fidi ad occhi chiusi di un altro?
Ho idea che lei riconosca e  capisca le difficoltà della traduzione e dunque apprezzi il lavoro. Credo che legga in inglese e abbia letto le traduzioni, almeno quelle dei primi libri.

A te è mai venuto in mente di scrivere un romanzo?
No. Lascio questo compito agli altri.

Il primo romanzo di Ferrante che hai tradotto è stato “I giorni dell’abbandono” e lo hai fatto tutto d’un fiato. Raccontami di quell’esperienza.
È stata un’esperienza intensa, come puoi immaginare. È un libro in cui manca l’aria, in un certo senso, e questa mancanza si comunica al lettore che può sentirsi soffocare. Siamo nella testa della protagonista e non è un posto tranquillo, neanche facile. Spesso volevo scappare ma non era possibile, o lo era solo per un breve periodo. Essendo la traduttrice, non potevo scappare, dovevo tornare a leggere, a rivedere, a riflettere sulle parole, le frasi e su come renderle in inglese.

Non ti chiedo se il traduttore è traditore perché a te non piace tradire: tu resti vicina il più possibile al testo originale. Eppure, con il ciclo napoletano di Ferrante, sei dovuta scendere a patti con un italiano volutamente radicato nella napoletanità della storia, con espressioni come “tamarro,” “scarparo,” “mappina,” “sciacquati la bocca”. Hai dovuto tradire a malincuore? Qual è stata la difficoltà maggiore che hai incontrato nel tradurre il ciclo?
Ho cercato di trovare parole o espressioni non proprio dello slang ma più colloquiali. Credo che la cosa più difficile sia stata mantenere l’intensità delle frasi o dei passi o paragrafi e, allo stesso tempo, costruire una buona sintassi inglese. Nella “Storia della bambina perduta”, dove Elena parla della storia di Napoli, ci sono descrizioni molto complicate, perché non si tratta solo di luoghi e di una storia sconosciuti agli americani/anglofoni, ma anche dello sfondo.

Restando in tema di fedeltà, io ho letto il tuo nome, per la prima volta, in calce alla traduzione di “City” di Alessandro Baricco e quel lavoro mi sembrò perfetto, senza una sbavatura. C’è da dire che il libro si presta bene a una versione in inglese fluida, vicinissima all’originale. Infatti, la mia prima impressione di “City” fu che fosse un romanzo intriso d’America anche nella lingua. Baricco, insomma, era andato a sciacquare i panni in Hudson. Lo hai notato anche tu? Alcuni stili sono più facili da tradurre di altri?
È vero quello che dici, non ci avevo pensato in termini così espliciti. “City”, un libro che amo – forse te l’avevo detto! – e che non ha ricevuto l’attenzione dovuta, ha uno sfondo abbastanza americano e dunque riconoscibile e più traducibile, forse. Ma ogni stile ha le sue difficoltà, anche uno che sembra chiaro.

Prima di te, la letteratura italiana nel mondo anglofono ha portato, tra le altre, la grande firma di William Weaver, scomparso nel 2013. Hai mai conversato con lui, se non di persona, idealmente, nel tuo percorso di traduttrice?
Sì, lo conoscevo un po’ – conoscevo certi suoi amici. Abbiamo conversato un po’, ma quando avevo appena cominciato a tradurre. Gli ho fatto visita, una volta, in Italia – aveva una casa a Monte San Savino, vicino ad Arezzo, e c’era una bella stanza nuova, dove lavorava, che si chiamava “the Eco chamber”, perché costruita grazie ai proventi de “Il nome della rosa”. È una bella storia, ma indica un’altra difficoltà dei traduttori: il basso compenso che ricevono. Forse il nuovo sistema del Booker può gettare un po’ di luce anche su questo problema. 

A che cosa stai lavorando, adesso?
Sto finendo la traduzione di “Qualcosa di scritto”, “Something Written”, di Emanuele Trevi, un misto di autobiografia/memoir e critica letteraria su “Petrolio” di Pasolini. Per me è un testo affascinante, avendo tradotto “Petrolio”, ma potrebbe non esserlo altrettanto per chi non è interessato a Pasolini.

Se toccasse a te di proporre un autore italiano contemporaneo da tradurre, chi sceglieresti e perché?
Mi piacerebbe tradurre “Gli anni impossibili” di Romano Bilenchi: è una serie di tre racconti lunghi e ne ho tradotto uno, “Il gelo”, “The Chill”, ma credo che siano necessari tutti e tre per rendere la forza della scrittura di Bilenchi. Avevo voglia di tradurre i romanzi di Pasolini, ma adesso l’ho fatto, o almeno ne ho tradotto uno [3] (non includo “Petrolio”, che avevo tradotto anni fa).

Hai un libro amato nel cassetto che prima o poi tradurrai?
Solo nel senso che sono in ritardo con vari impegni.

Non è in ritardo per l’aereo, però, che se la porta via in Nuova Zelanda a parlare di Elena Ferrante e di Primo Levi all’Auckland Writers Festival: “‘Down Under’ come si dice qui”, e mi saluta dall’aeroporto di San Francisco. “Siamo in due”, le rispondo più tardi, quando è già nell’altro emisfero, “domani tocca a me parlare di Ferrante”.
(Barbara Alfano)


Letture

Aldo Buzzi, “Journey to the Land of the Flies and Other Travels”, Random House 1996
Romano Bilenchi, “The Chill”, Europa Editions 2009
Ann Goldstein, “Remembering Updike”, The New Yorker, March 20, 2009
Pia Pera, “Lo’s Diary”, Foxrock Books 1999
“The Complete Works of Primo Levi”, a cura di A. Goldstein, Liveright 2015
Pier Paolo Pasolini, “Petrolio”, Pantheon Books 1997
Elena Ferrante, “Our Fetid City”, The New Yorker, January 15, 2008
James Wood, “Women on the Verge: The Fiction of Elena Ferrante”, The New Yorker, January 21, 2013

I libri di Elena Ferrante pubblicati da Europa Editions:
“The Days of Abandonment” (2005)
“Troubling Love” (2006)
“The Lost Daughter” (2008)
“My Brilliant Friend” (2012)
“The Story of a New Name” (2013)
“Those Who Leave and Those Who Stay” (2014)
“The Story of the Lost Child” (2015)


Note
[1] Benjamin Anastas è autore del romanzo “The Faithful Narrative of a Pastor’s Disappearance” (2002, New York Times notable book), del precedente “An Underachiever’s Diary” (1998) e del memoir “Too Good to Be True” (2012). Insegna letteratura al Bennington College. I suoi scritti sono apparsi su Harper’s, Paris Review, New York Times Magazine e altre riviste.
[2] “Ecco perché mi nascondo”, La Repubblica.it, 26 ottobre 2003.
[3] “Ragazzi di vita”, “The Street Kids” (2016).


Approfondimenti >

Storie

altri approfondimenti >
StorieMAG

English dept >

Storie

more >
momentismo-banner

Storie da leggere >

Storie

altre Storie da leggere >

A FUOCO | l'eccezione

Storie online: cultura dall'Italia e dal mondo. Ogni giorno

error: