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INTERVISTE

Abbas Kiarostami: “la poetica della semplicità significa guardare la vita”

  • 4 luglio 2016
  • 23:04

 “Ermanno Olmi ha detto che la prima generazione di cineasti
ha osservato la vita, e ha fatto film. La seconda generazione
ha visto i film della prima, ha osservato la vita, e ha fatto film.
La terza, poi, ha visto solo film, ha fatto film, dopo di che ha perso
il contatto con la vita. Un cinema di straordinaria perfezione tecnica
ma che non ha più alcun rapporto con la vita. Insieme ad altri cineasti
iraniani cerco di riagganciare questo rapporto”
– Abbas Kiarostami


“I suoi film sono meravigliosi. È difficile trovare le parole giuste per descriverli. Consiglio semplicemente di andarli a vedere, per capire quello che intendo”. Così Akira Kurosawa. Oggetto dell’apprezzamento, un regista iraniano che ormai molti conoscono.[1] Abbas Kiarostami, nato a Teheran nel 1940, ventitré film all’attivo (il primo “Nān va kuche – Il pane e il vicolo” del 1970; l’ultimo “Verso l’alba” del 1996). Un destino segnato fin da quando, nel 1969, entra al Kanun, l’Istituto per lo sviluppo intellettuale dei bambini e dei giovani adulti: ne organizza il dipartimento cinematografico, che diventerà uno degli studi di produzione più prestigiosi del paese e per il quale sceneggerà e dirigerà tutti i suoi film.

abbas-kiarostamiKiarostami è l’autore di punta della nouvelle vague iraniana. La critica internazionale ne riconosce le qualità, la prima volta nel 1989, al Festival di Locarno grazie a “Dov’è la casa del mio amico?”. Poi, seguono “Close up”, premiato a Riminicinema nel ’90 (film amato da Nanni Moretti, il quale oltre ad averlo “ospitato” nel suo cinema Nuovo Sacher di Roma gli ha anche dedicato un cortometraggio, “Il giorno della prima di Close up”, presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Cannes). E ancora, “E la vita continua”, premio Rossellini al Festival di Cannes 1992. Infine, “Sotto gli ulivi”, vincitore dell’edizione ’95 del Bergamo Film Meeting. Di recente, “Il cinema secondo Kiarostami”, dieci giorni di seminari, mostre e proiezioni organizzati a Palermo lo scorso marzo.

Nel cinema di Kiarostami non ci sono fantasie, né idee, né religione. Tutto viene piuttosto vissuto e raccontato concretamente così com’è, nel presente. Ci sono i valori ancestrali, quelli sì. E quel che più colpisce è che a incarnare questi valori, o a esprimere la fiducia in essi, siano i giovani, protagonisti privilegiati dei film di questo autore. Come se un leggero ma robusto filo legasse indissolubilmente il presente/futuro a un passato – glorioso, settario, integralista come quello persiano – da non rinnegare perché, nonostante tutto, linfa vitale, radice.

In un pomeriggio di fine primavera, Abbas Kiarostami prende un caffé al bar dell’Hotel Locarno di Roma. Fuma, mentre ascolta l’interprete tradurre, dall’italiano in farsi, le prime recensioni dei quotidiani all’indomani della proiezione di “Sotto gli ulivi”. I tratti sono inconfondibilmente arabi. La carnagione è scura, scuri gli occhi sotto le lenti da sole. L’espressione del volto è seria, terribilmente seria.

“Sotto gli ulivi”, come del resto gran parte dei tuoi film, parla di amore, di dolore, di lutto, di memoria. È frutto della tua cultura o pensi che comunque il linguaggio filmico debba servire a trasmettere e riscoprire valori come questi, spesso trascurati da certa cinematografia?
Per rispondere cito una frase di Ermanno Olmi il quale ha detto che la prima generazione di cineasti ha osservato la vita, e ha fatto film. La seconda generazione ha visto i film della prima, ha osservato la vita, e ha fatto film. La terza, poi, ha visto solo film, ha fatto film, dopo di che ha perso il contatto con la vita. Quindi, siamo arrivati a un cinema che ormai ha raggiunto livelli straordinari di perfezione tecnica, ma che si è svuotato della sua identità originaria, non ha più alcun rapporto con la vita. Il lavoro che io assieme ad altri cineasti iraniani facciamo è proprio quello di cercare di riagganciare questo rapporto.

kiarostami-abbas

Kiarostami sul set de “Il sapore della ciliegia” (1997)

Nel delineare i caratteri dei tuoi protagonisti sottolinei sempre gli aspetti di ingenuità, spontaneità, fiducia nelle “cose autentiche” della vita. Un’atmosfera che per certi versi ricorda quella del cinema neorealista italiano. Ci sono dei modelli cui ti sei ispirato, o si tratta solo di un ritratto fedele della cultura del tuo paese?
Tutte e due le cose, devo dire. Io ho scoperto il cinema attraverso le produzioni americane, però notavo che i protagonisti dei film erano solo protagonisti cinematografici, non riuscivo mai a immedesimarmi in essi. Poi, quando avevo quindici anni, è arrivato da noi il cinema italiano, tutto il Neorealismo, e all’improvviso mi sono reso conto che anche persone semplici, che io conoscevo, che incontravo nel bazar, potevano diventare protagonisti di film, di storie. Voglio citare anche Zavattini, altro illustre, il quale diceva che la prima persona che ti passa accanto può diventare il protagonista, il perno centrale della tua storia. Noi comunque le nostre storie non le prendiamo dall’esterno, ma escono automaticamente dalle persone che abbiamo intorno. Cioè scopriamo che i rapporti umani sono insiti nelle persone: tutto quel che facciamo è trasformarle, interpretarle in forma cinematografica. Ma partono sempre da una base autentica.

In una dichiarazione recente hai affermato di lavorare senza sceneggiatura, e hai anche detto che la tecnica è una grande menzogna, perché non risponde ai sentimenti e ai veri bisogni.
Io ce l’ho in particolare con un certo cinema hollywoodiano che è solamente tecnica, in cui lo spettatore viene in qualche modo vincolato ad essere affascinato solamente dalle trovate tecniche. Però, poi, vedendo appunto il cinema neorealista, o i film di Ozu, ci rendiamo conto che bastano una cinepresa, tre obiettivi e un treppiede per raccontare grandi sentimenti, senza l’uso di artifici. Credo che il cinema, per quello che è diventato oggi, non abbia altra scelta che tornare indietro, alle origini. Come dice Godard, il destino del cinema non era quello di essere solo una macchina per fare soldi. Oggigiorno si fa cinema solo per sperimentare nuove tecnologie.

In “Sotto gli ulivi” c’è una serie di ritratti di giovani la cui principale caratteristica è guardare sempre in avanti, tendere al miglioramento. Sono giovani delle campagne, ragazzi e ragazze di origine contadina che manifestano però una grande inclinazione all’evoluzione. Per un paese di cui conosciamo soprattutto l’aspetto fortemente tradizionalista, è quasi una sorpresa…
Ogni persona è in continua evoluzione, e l’errore degli occidentali sta proprio nel loro giudicare in modo superficiale. Ogni uomo sarebbe destinato a morire, se non anelasse all’evoluzione. Purtroppo è anche vero che dagli organi di informazione emerge un’immagine distorta del nostro paese, poco veritiera. Per cui, spesso si “scoprono” delle cose che in realtà rientrano nella più assoluta normalità. Venendo in Italia ho incontrato in aereo quattro giornalisti italiani. Mi hanno riconosciuto, abbiamo fatto quattro chiacchiere, gli ho chiesto quale fosse stata la loro impressione dell’Iran rispetto alle informazioni che avevano avuto prima di partire, e mi hanno detto di aver trovato una realtà completamente diversa da quella che immaginavano. Uno dei nostri maggiori problemi è proprio la mancanza di informazione reciproca. Anche noi attraverso un’informazione corretta potremmo conoscere meglio l’occidente.
(Alessandra Vitali)


→ Guarda le scene finali di “Sotto gli ulivi” fino al piano sequenza in campo lunghissimo. È questa la poetica della semplicità (e della perseveranza):

[1]
L’intervista di Alessandra Vitali ad Abbas Kiarostami è tratta
da Storie 22-23/1996 – Essi mentono
Storie22-23


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