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Stephen King: “Shining” è un romanzo morale, non moralista, e per ben 9 ragioni

  • 28 aprile 2017
  • 11:45

Che nel personaggio di Jack Torrance ci sia molto di
Stephen King è noto. Ma lo spunto autobiografico basta
a far scoccare il romanzo, poi intervengono suggestioni
e stimoli letterari che si rifanno quasi tutti al repertorio
fantasy (da Bradbury fino a Lewis Carroll), in
un tributo già intriso
di rinnovamento visto che
King – maestro e vero redentore dell’horror – stava
trasformando quella letteratura da linguaggio rigidamente
conservatore in codice profondamente morale…


A New York è notte fonda e un grande gatto grigio nebbia se la dorme sul jukebox di Jasper’s, tanto che Stephen King è costretto a tirarlo su di peso ogni volta che vuole scegliere un brano. Tra un sollevamento e l’altro, King racconta all’editor della Doubleday Bill Thompson l’intreccio del suo nuovo romanzo (allora s’intitolava “The Shine” riprendendo un verso di “Instant Karma” di Lennon). Ascoltandolo, quest’omone alto dalle spalle larghe comincia a raggomitolarsi sul bourbon appoggiato di fronte a lui sul loro solito tavolino, reggendosi la testa tra le mani.
“Non ti piace”, deduce King.
“Mi piace moltissimo”, ribatte Thompson.
“Allora cosa c’è che non va?”, lo incalza King.
“Prima la ragazza telecinetica, poi i vampiri, ora l’hotel infestato di spettri e il bambino telepatico. Finirai etichettato come scrittore dell’orrore”, spiega l’editor. “E l’etichetta potrebbe non rendere giustizia alla tua bravura”.

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Stephen King: “Ero il tipo che aveva scritto ‘Shining’ senza nemmeno accorgersi che stava scrivendo di se stesso […] In Jack Torrance ho visto una faccia che m’ipnotizzava perché era la mia. Il libro fu un falò rituale di odio e paura, realizzato in una tranquilla stanza in affitto con vista sulle Flatiron Mountains”

Per come la vede King, è sempre meglio essere un autore di genere che uno scrittore “importante” o, ancora peggio “brillante”, di quelli che scrivono “testi oscuri per accademici intelligenti che mangiano macrobiotico e guidano vecchie Saab con adesivi sbiaditi ma ancora leggibili di ‘McCarthy presidente’ sul paraurti posteriore”. Per cui conclude serenamente: “Ok Bill. Sarò uno scrittore dell’orrore se è questo che la gente vuole. Andrà benissimo. Basta che gli assegni vadano all’incasso”. Detto questo, lascia sul tavolo il manoscritto con tutto il fardello emotivo che contiene e se ne va. Il libro uscirà un paio di anni dopo e custodirà per sempre l’immagine tormentata dell’autore all’epoca in cui lo scrisse.

Che nel personaggio di Jack Torrance ci sia molto di Stephen King (l’alcolismo, gli istinti violenti, il passato da insegnante e il presente da aspirante scrittore) è cosa nota e raccontata in più occasioni dallo stesso King. Ma lo spunto autobiografico basta a far scoccare il romanzo, non a sostenere il lavoro di un autore che con “Carrie” e “Le notti di Salem” aveva già cominciato a ridefinire i contorni di un genere, l’horror, di cui sarebbe diventato maestro e vero redentore. Quel sostegno arriva allora dalle suggestioni e gli stimoli letterari accumulati negli anni che, nel caso di “Shining”, si rifanno quasi tutti al repertorio fantasy e horror, in un tributo che ha più il sapore di un rinnovamento dal momento che King stava trasformando quella letteratura da linguaggio rigidamente conservatore in codice profondamente morale. Preoccupato cioè non tanto di mostrare i terrificanti rischi che si corrono nel sovvertire l’ordine stabilito quanto a distinguere il bene dal male, soprattutto dentro di sé, in un confronto serrato con i propri demoni interiori a cui King per primo, in quegli anni cruciali della sua vita, non ha potuto sottrarsi.

Stephen King: “Nella struttura della maggioranza dei racconti dell’orrore si ritrova un codice morale così rigido che farebbe sorridere un puritano”

Come qualsiasi scrittore Stephen King ha risposto più e più volte alla domanda di rito su quali siano i modelli letterari che lo hanno ispirato e, per quanto riguarda “Shining”, troviamo raccolte le sue risposte nel saggio “I segreti di Shining. King contro Kubrick” (Barney Edizioni 2015) di Alessandro Gnocchi. Com’è evidente fin dal titolo, il libro è in realtà incentrato sul confronto (notoriamente aspro) tra lo scrittore e il regista, illustrando la distanza che separa l’immaginario del libro da quello del film. Ma nel farlo sviscera la genesi dell’uno e dell’altro, rivelando i rispettivi motivi fondanti e gli spunti creativi che, nel caso di King, includono ovviamente Poe ma anche i meno scontati Bradbury, Lewis Carroll e Shakespeare. Eccoli, ispirazione per ispirazione.
(G. Bo.)

1. “L’incubo di Hill House” di Shirley Jackson è un’influenza dichiarata e discussa da King nel saggio “Danse Macabre”. In questo splendido romanzo del 1959 il professor Montague decide di compiere un esperimento paranormale in una casa isolata tra le colline boscose del England. Hill House ha fama di essere infestata dagli spettri ed è stata testimone di eventi tragici. La Casa è sgradevole, labirintica e dotata di una propria malvagia personalità. Hill House sembra osservare il professore e i suoi tre ospiti, due ragazze dai poteri ESP e il fatuo erede dell’edificio stesso. Il personale di servizio, composto dai signori Dudley, è una presenza ostile, sembra un’emanazione di Hill House. Si direbbe una coppia di automi in accordo con le oscure presenze che si manifestano di notte. La Casa ha effetti perturbanti sulla psiche, tira fuori il peggio di ciascuno: le mancanze, i difetti, le debolezze, le paure. In particolare, a soffrire è Eleanor, che passa da un penoso sentimento d’inferiorità e inadeguatezza a uno stato di esaltazione inquietante perché ingiustificato. Eleanor sarà condotta alla rovina dalla Casa nella quale vorrebbe restare in eterno. E questa è l’unica certezza di un finale aperto a interpretazioni diverse, non necessariamente soprannaturali. Basterebbe questo per chiarire il debito di Shining con “L’incubo di Hill House”. Si può andare oltre. Gli spettri a Hill House si annunciano con rumori sordi “come se qualcosa stesse percuotendo le porte con un bricco di ferro, o una spranga di ferro, o un guanto di ferro”. Colpi regolari, che si abbattono contro le porte, avvicinandosi e allontanandosi dalle camere in cui si barricano Eleanor e gli altri inquilini terrorizzati. Sulle pareti di corridoi e stanze da letto compaiono scritte vergate col sangue. Non mancano le visioni di un passato che cerca di invadere il presente, facendo collassare la cronologia e lo svolgimento ordinato degli avvenimenti. Jack Torrance che avanza nei corridoi dell’albergo, impugnando la mazza da roque e colpendo le pareti, la scritta “Redrum” che tormenta Danny, le spettrali feste nei saloni… Il repertorio de “L’incubo di Hill House” è molto simile a quello di “Shining”. La Casa della Jackson dunque è parente stretta dell’Overlook Hotel ed Eleanor ha un profilo psicologico comparabile a quello di Jack. Se poi volessimo allargare lo sguardo, potremmo osservare che Eleanor da ragazzina, in seguito alla morte del padre, ha scatenato una terribile tempesta di pietre sull’abitazione della propria famiglia. Il nome di sua sorella è… Carrie.

2. “The Sundial”, altro claustrofobico (e perfetto) romanzo di Shirley Jackson, inedito in Italia. Dick Hallorann, cuoco dell’Overlook, deve il suo nome proprio a casa Halloran di “The Sundial”, appunto.

3. Un’altra influenza notevole, e sempre ammessa dall’autore, è “Burnt Offerings” di Robert Marasco. Uscito nel 1973, tuttora inedito in Italia, è un’ottima variazione sul tema della casa infestata. Nel 1976 fu adattato per il cinema. Il risultato fu un film di culto: “Ballata macabra”, regia di Dan Curtis, nel cast Bette Davis, Oliver Reed e Karen Black. L’intreccio è molto semplice. La famiglia Rolf, in fuga per l’estate dal Queens di New York, affitta una burnt-offerings-robert-marascosplendida e trascurata tenuta per trascorrere l’estate in riva al mare. La pigione è irrisoria ma i proprietari pongono due clausole. Gli inquilini dovranno dare una pulita alle stanze, colme di oggetti di valore e di mobili d’antiquariato, e soprattutto dovranno sopportare la presenza della vecchia madre “barricata” in un’ala della casa. Ogni giorno, per tre volte, si limiteranno a lasciare un parco vassoio di vivande di fronte alla camera della donna, che non ama farsi vedere. I Rolf sono in quattro. Il professor Ben, che non riesce a preparare le sue lezioni nel sontuoso studio della nuova abitazione. La moglie Marian, subito innamorata della sistemazione. Il piccolo David, vivace esploratore come tutti i bambini. La zia Elisabeth, un’anziana e vigorosa signora, appassionata di pittura. Presto la situazione degenera. Ben cade in uno stato di abulia da cui esce solo per manifestare impulsi violenti contro il figlio e per cadere preda di spaventose allucinazioni. Marian, ossessionata dalla Casa e dall’invisibile ospite, si isola e inizia a coltivare una singolare insensibilità verso chi le sta intorno. David cade nel mutismo e trascorre ore solitarie davanti alla televisione. Elisabeth sembra invecchiare molto velocemente. Qualcosa, forse la Casa, sta consumando i Rolf. […] Ben assomiglia a Jack, col quale condivide l’improduttività intellettuale, gli scatti d’ira verso il figlio, gli incubi a occhi aperti. A lungo Marasco gioca sull’ambiguità dei fatti narrati. Potrebbero essere gli effetti della Casa, dotata di un’identità disturbante, oppure il frutto di un galoppante esaurimento nervoso di Ben. L’enorme spazio a disposizione della famiglia ricorda da vicino i corridoi e i saloni dell’Overlook. E anche nel libro di Marasco c’è una stanza proibita, quella dell’invisibile padrona del palazzo, l’equivalente della camera 217 del romanzo di King. Altri dettagli sono simili. A esempio, Marian resta affascinata da una serie infinita di fotografie che ritraggono la Casa in diversi momenti della storia, oltre ad alcuni misteriosi personaggi in qualche modo legati a essa. Le immagini hanno all’incirca lo stesso ruolo ricoperto in “Shining” dall’album sul passato dell’Overlook trovato da Jack nei polverosi locali accanto alla caldaia.

4. Edgar Allan Poe è un’altra influenza denunciata da King fin dall’epigrafe, tratta da “La maschera della Morte Rossa”. La splendida festa (di morte) del principe Prospero, che si illude di tenere lontano il morbo dalla sua fortezza, riecheggia il sontuoso ballo in costume messo in scena dall’Overlook per sconvolgere definitivamente la mente vacillante di Jack. E Jack stesso, con la sua illusione di controllare una situazione in cui gioca la parte della marionetta, è il principe Prospero di “Shining”.

5. Naturale poi citare un altro capolavoro di Poe, “La rovina della casa degli Usher” in cui il crollo della psiche dell’ultimo degli Usher, tormentato dall’idea di aver sepolta viva la sorella, si riflette nelle crepe dell’antica magione.

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Kubrick con Jack Nicholson sul set di “Shining”. “Stanley ha un carattere molto freddo – pragmatico e razionale – e quindi aveva grosse difficoltà a concepire, anche solo teoricamente, un mondo soprannaturale”, ha dichiarato King. “Non che la religione debba essere coinvolta in un horror ma uno scettico viscerale come Kubrick semplicemente non poteva cogliere la chiara disumana malvagità dell’Overlook Hotel. Così ha cercato il male nei personaggi e ha trasformato il film in una tragedia domestica con solo qualche vaga sfumatura soprannaturale”

6. La fonte più suggestiva è lo straordinario racconto “Il veldt” di Ray Bradbury. L’autore, un autentico umanista della fantascienza, immagina un futuro distopico in cui i figli organizzano l’omicidio dei genitori che impediscono loro di giocare con una nuova, affascinante tecnologia messa in moto dalla sola forza della mente: una stanza che si trasforma nell’ambiente desiderato. Le pareti sono coperte da schermi televisivi in cui appaiono le immagini evocate dai ragazzi. La passione per questo giocattolo diventa totalizzante e i bambini trascorrono ore interminabili sognando le grandi pianure africane. Oltre la porta, i genitori sentono levarsi il ruggito dei leoni. La stanza rivela il potere di trasformare il virtuale in reale. I figli attirano i genitori in una trappola e lasciano che le fiere li facciano a pezzi. Finalmente sono liberi. Fin dal 1972 King pensava a un romanzo, ambientato in un luna park, che sviluppasse l’idea di Bradbury. Il titolo previsto era “Darkshine”. King rinunciò all’idea per vari motivi, non ultimo il timore che la storia finisse con assomigliare troppo a un’altra opera di Bradbury, il romanzo “Il popolo dell’autunno”. Non tutto però andrà perduto, non solo perché “Darkshine”, moltissimi anni dopo, sarà alla base di “Joyland”. L’eredità più interessante è un’altra. In “The Shine” c’è un parco giochi. Le siepi sono a forma di animale. Ci sono un coniglio, un pastore tedesco, un cavallo, una vacca e alcuni leoni. Le siepi prendono vita e aggrediscono i Torrance. Sono belve a guardia dell’Overlook. Questa invenzione, tra le più originali del romanzo, quasi certamente è un perfezionamento dell’idea di “Darkshine”, ispirata da “The veldt”. Anche se la fantasia di King era accesa dal ricordo dei giardini figurati, in forme geometriche, osservati sulla Route 6 che attraversa Camden, Maine.

7. Importante, anche se meno evidente, è il ruolo del “Re Lear” di William Shakespeare. Non a caso, la prima edizione di “The Shine” era divisa in cinque atti come una tragedia.

8. Da tenere presente “Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll. All’inizio del romanzo, Danny, quando “luccica”, attraversa lo specchio magico in cui appare il suo amico immaginario, Tony, senza riuscire a ricordare precisamente ciò che ha visto. Solo alla fine scoprirà cosa lo attende oltre lo specchio, nell’ultimo scioccante viaggio con Tony.

9. Un’altra fonte letteraria di “Shining” è suggerita da Kubrick nel corso di un’intervista con Michael Ciment. Analizzando il diverso ruolo che il sovrannaturale ha nel libro e nel film, Kubrick dice di aver trovato straordinario il bilanciamento mantenuto da King tra psicologia e sovrannaturale. “Sei portato a credere che il sovrannaturale si possa spiegare con la psicologia: ‘Jack sta immaginando tutto quanto perché è impazzito’. È soltanto quando Grady, il fantasma del precedente guardiano, apre il lucchetto della dispensa, permettendo a Jack di scappare, che ti rimane una sola spiegazione: il sovrannaturale”. Proprio da questo bilico trae spunto il parallelo con “The Blue Hotel” di Stephen Crane. Lì, continua Kubrick, “subito si capisce che il protagonista è un paranoide. L’uomo si mette a giocare a poker, decide che un tizio lo sta imbrogliando, lo accusa. Scoppia una lite al termine della quale il personaggio principale è ucciso. Il lettore è portato a credere che la morte fosse inevitabile perché il giocatore paranoide desiderava scatenare una sparatoria fatale per lui. Alla fine però si scopre che il rivale era davvero un imbroglione. Ecco, credo che ‘Shining’ depisti allo stesso modo [ma questo è vero più per il film che per il libro, n.d.r.], per evitare che si capisca che i fatti sovrannaturali stanno accadendo davvero”.


Alessandro Gnocchi, “I segreti di Shining” 
(Barney Edizioni 2015)


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