|
|
|
INTERNI
Musica: "Up" di Peter Gabriel Dieci anni dopo
di SALVO PETTINATO Si tratta di individui, uomini e donne, collocati in tutti gli ambiti conosciuti della società moderna, anche quelli selezionati in alto culturalmente, persone disseminate tra i ceti, tra le professioni, distribuite senza percentuali prefissate tra tutte le comunità ipotizzabili costituite tra gli appartenenti al consorzio umano. L’età anagrafica di questi “signori” non è, ovviamente, per definizione dati i “tanti anni”, di proporzione contenuta: ma resta costante il fatto che, dopo tutto quel tempo trascorso, “costoro”, volenti o nolenti, è sempre sulla base di quella predilezione di antica data che tendono a gradire o meno ogni “nuova” percezione di musica che li raggiunge per ogni “nuovo” ascolto. In modo che, praticamente, si può dire che il loro “gusto”, in materia, non è cambiato mai. Certo, dipende dai punti di vista, ed è un fatto costituito che sono tutt’altro che rari coloro che pensano che questi temi siano marginali e secondari nella vita di chiunque, e che quindi neanche meriterebbero dedizione alcuna : invece, secondo altri, dietro questo fenomeno ciò c’è qualcosa di interessante, se è vero, tra l’altro, che è realtà comune cospicua e innegabile il fatto che, all’interno di quegli ambiti umani “non giovanili” che ho menzionato, sulla base anche di un semplice accenno alla condivisione comune di quel “gusto marginale” (“Ah ! Anche a lei piacciono ancora i Beatles….”), sorgono spesso le più improbabili complicità compiaciute, i cambiamenti di prospettiva personale più integrali, magari tra gente che neanche si sarebbe rivolta la parola se non avesse scoperto quel magico tramite. Segno che qualcosa di profondo, nascosto nel fenomeno, dietro la forza quasi casuale che dimostrano quei rapidi pretesti di contatto, ci deve essere per forza. Quella lunga continuità del “gusto” riflette , oltretutto, quasi sempre, una notevole eccezione, nel panorama dellaesistenza di tutte quelle persone, dove tante e tante cose sono invece cambiate, spesso anche radicalmente. In questo quadro ambientale, capita spesso che, a un certo punto della loro vita, per il rispetto inevitabile della crescita riflessiva che di solito accompagna chi avanza nel percorso dell’età, molti di loro si fermino a chiedersi qual è, per dirla difficile, il “Fattore Morfologico Cruciale” (FMC) di quella particolare forma di musica che ha continuato a conquistarli sempre, senza cenni di defezione. Insomma, in parole sapientemente più povere, molti di costoro si chiedono quasi sempre con interesse in base a cosa il rock continua a piacere loro sempre, sostanzialmente, come quando erano giovani. In troppi campi le cose che amavano da ragazzi hanno smesso di interessarli, e quindi la domanda, magari una sera al balcone, o bloccati al semaforo, in coda nel traffico, soli dentro la macchina, magari a primavera inoltrata, arriva inevitabile e importante. Subito dopo arriva spesso anche la domanda se quel “Fattore Morfologico Cruciale” (l’FMC…suona bene, no?) esiste poi davvero, anche se dovrebbe essere non comprensibile ma perfino logico che tutte le cose che determinano una nostra reazione di apprezzamento hanno un FMC che ispira il nostro giudizio positivo, si parli di un cavallo , di un’automobile, di una persona, di un oggetto inanimato. Il rock, però, in quanto parte della musica, è una nozione astratta e specialistica, perché npn coincide con il concetto di musiza, come accade per tutti i settori delineabili nell’area delle sette note, musica classica, lirica, folk e così via. Una nozione che quindi è astratta in un modo specialissimo, che impone molta attenzione se si procede ad un’analisi di questo tipo. E’ una “cosa” con cui, finalmente oggi, dopo che esiste più o meno ben distinto da quasi cinquant’anni, abbiamo tutti la possibilità di rilevarlo e di dichiararlo, il trascorrere del tempo intrattiene una relazione del tutto particolare, forse una relazione che si può definire, unica che non si ripete in altri ambiti. Una relazione che, oltre a produrre spesso effetti sorprendenti con la memoria ( che del tempo è una delle parenti più strette ), si manifesta con modalità inaspettate, molte volte : per esempio quelle modalità indefinibili che si percepiscono al cospetto dell’affermarsi, nella nostra vita, di certi importanti fattori interni di innovazione, tra cui la stessa percezione stabilizzata della sopraggiunta nostra maturazione (la consapevolezza stabilizzata , cioè, del fatto che diventiamo o siamo diventati “grandi”). Ecco perché con il rock la domanda sull’ FMC si presenta ben più articolata e coinvolgente di quanto può accadere a proposito del cavallo, dell’automobile e dell’oggetto inanimato: capire se c’è qualcosa di preciso che ci ha intrappolato a vita in quell’apprezzamento intoccabile, che storicamente è partito – salvo eccezioni da laboratorio - quando si era giovani, è un interrogativo che risulta talvolta impegnativo davvero. In questo contesto così ampio, che a molti non interesserà neanche per un millimetro, mentre ad altri sembrerà una questione importante perché rinnova sensazioni già attraversate, è solo come caso esemplificativo, certo non trascurabile, che ho voluto usare, nella riflessione che propongo sommessamente, gli spunti che recentemente mi ha sollevato, inavvedutamente, naturalmente, spontaneamente e inevitabilmente, l’ascolto del compact disc uscito a novembre 2002 chiamato, dal suo grande autore, “UP”, con i suoi 10 complessi brani. Brani pieni non solo di note ma anche di tante potenziali “implicazioni”. Sopra Ma non è detto che i germi vitali della loro linfa siano stati sempre azzerati da queste vicissitudini e dagli agi, che alla fine è proprio vero che contano e non contano, in tutti i sensi. All’interno di questo “parterre de roi” di alta classe, comunque, Peter Gabriel, per il profilo speciale che sembra possedere, a noi che non lo conosciamo di persona ma che lo seguiamo con attenzione lo stesso, si presta a porsi in un modo particolarmente stimolante sul piano delle idee, e non solo su quello della musica. L’uomo, infatti, sembra condannato più degli altri al logorio – mica al solo “piacere”, che spesso anzi non c’è affatto - di una dimensione di attualità e modernità creativa sempiterna che sembra inesorabile. Una dimensione che, con tutta probabilità, deve pressarlo non poco nell’intimo considerato quanto interessa in modo immediato, cioè senza alcuna logica di recupero o curiosità storica, i giovani, cioè gli utenti di presa diretta della musica nuova, quelli con cui comunque, anche per tracciare le corrette linee di determinazione, tutti, parlando di musica, sentono di dover fare i conti. Altra testimonianza, questa, della magia che entra sempre in gioco con gli affari di musica, anche con quelli di conto minore. Questo “interesse immediato” generalizzato, per lui, deve essere una gran soddisfazione, ma è sicuro che rappresenta anche un rischio aleggiante sul perdurare della sua creatività, perché implica a suo carico una più attenta gestione dei capitoli a venire. Pensiamo a quanto più semplice è , da questo punto di vista, il compito dei mostri sacri scolpiti nella roccia, come Paul McCartney cui si fa fatica, talvolta, a perdonare le pause imbarazzanti di molti suoi dischi nuovi, come “Run Devil Run” o “Driving Rain”, che sembrano consegnati agli archivi già al primo giorno di uscita nei negozi. Il fatto è che Peter Gabriel ha sempre avuto il potere speciale e raro, vero segno di missione divina che precorre quasi l’esito del processo creativo, che lo determina e lo caratterizza, di delinearla da solo, di persona, in modo diretto e immediato, l’attualità. E questo lo si è colto da sempre, a prescindere da intuizioni geniali come quella della world music, ma proprio in stretto riferimento al suo prodotto artistico personale e interiore. Non ha mai dovuto inseguirla, lui, l’attualità che tutti invocano, risultando, fino ad ora, in sostanza, un “contemporaneo a vita”, a priori, con la conseguenza che il suo futuro risulta segnato ben di più rispetto a quanto avviene di norma agli altri uomini: esso si svolgerà linearmente, cioè, fin quando le creazioni gli sgorgheranno fuori come quelle precedenti. Eccola la splendida prigione esistenziale che con il potere dell’inventiva speciale un artista può crearsi. Una prigione la cui incombenza, per anticipare già ora una notazione sul lavoro del disco, ho avuto la sensazione di cogliere ascoltando il penultimo brano di UP, “ Signal to noise”, uno dei due di chiusura del “messaggio” complessivo, in cui Gabriel sembra indicare con tenerezza di uomo indifeso, come tutti siamo, a chi lo segue i confini terminali del suo “genio” e ha la capacità di sviluppare musica che non nasce con alcun intento di gradevolezza, come solo gli autori massimi della storia, compreso il Mozart del Requiem, hanno avuto la possibilità, il coraggio e la limpidezza di fare. Questo isolamento, anche dai migliori compagni della partita, si è manifestato sempre con tutti i suoi LP post Genesis, e si è rinnovato anche con UP, in una certa misura, sia pure in termini che a me sono parsi leggermente diversi dal solito, ma senza che ciò sottindenda alcunché sul piano del giudizio personale di qualità.. Spiritualità
e materialità “E allora ?”,mi si dirà. “Forse chi fa del rock deve ritirarsi presto o addirittura morire giovane per forza, come i vari noti eroi i cui dischi sono anche per questo sempre più in voga? Per carità, non è certo un discorso di questi quello che mi riprometto. Anzi per certi versi intendo provare a sviluppare ragionamenti che esprimono una filosofia che di ciò è l’esatto contrario, salvo non rinunciare a sottolineare, ma solo con intenti di chiarezza e di approfondimento, che gli anni che passano si vedono, si sentono, ci sono sempre, anche nel rock, ed è anzi colpevole cercare di “imboscarli”. Essi , ovviamente si colgono sempre abbondantemente, talvolta in positivo e talvolta meno, anche in UP. A questo proposito io credo con partecipazione che, siccome l’arte deve continuare ad essere sempre verità massima, su tutto ciò che di essa è l’oggetto, perché è incompatibile con le finzioni e con le contraffazioni di tutti i tipi (che spesso sono oggetto di qualche tentativo nel campo, che però non regge mai al tempo, che viene sempre scoperto e condanna il falso artista senza clemenza) non è lecito far finta di niente con questo fattore del tempo che è passato e con le modificazioni che ha determinato nella creatività o nella capacità di espressione del musicista. O, peggio, cercare soluzioni che ignorino questa realtà che è particolarmente innegabile nella produzione rock degli ex ragazzi anagrafici. La spinta alle riflessioni che propongo in queste righe trova origine comoda anche nella considerazione, che è obbiettiva, storica ed evidente, che questo è forse il primo periodo temporale di sempre in cui la musica più trasgressiva della storia, il rock and roll cioè, evoluto nel più ineffabile rock, è diventata su larga base effettivamente adulta, attraverso il generalizzato invecchiamento di tanti dei suoi portabandiera, quasi tutti i più noti, la cui età è diventata in massa, ovviamente, cioè contemporaneamente, piuttosto elevata . Anche questo nessuno lo può negare, ma non impedisce a quegli autori di produrre creazioni suggestive, accattivanti, affascinanti talora ( si ascolti “Love” di Paul Simon, su “You’re the one”, che sembra scritta nella stessa stanza d’albergo e dieci minuti dopo la fin troppo celebrata Yesterday dei Beatles), creazioni che sono più o meno collegate con la spinta creativa che all’origine conferì agli “ex ragazzi” loro la specificità creativa che è poi divenuta la base della loro cifra artistica. E il fascino della riflessione sta nella ricerca della connessione tra quella spinta creativa giovanile e la maturità raggiunta da ciascuno di loro, nella certezza che il più sciatto modo di guardare al fenomeno è quello che la qualunquista TV italiana del sabato riserva a personaggi come il pur rispettabile Gianni Morandi di cui essa esalta di continuo, manieristicamente, il noioso quanto falso profilo di “eterno ragazzo” di cui nessuno ci fa niente di piacevole, e che anzi essendo una caratteristica che non si può trasmettere rappresenta il contrario dell’esercizio dell’arte. Gli anni sopra il
rock Al contrario essa ha interessato sempre spazi sensoriali e percettivi molto più ampi della percezione acustica, del “listening”, dei “consumatori”, termine orribile che i giornali usano per indicare coloro che di questa musica, attraverso quello che agli estranei sembra un ascolto insistente e ripetuto, fanno tesoro nella vita. Concetto minimalista e fuorviante, perché il cultore del rock, anche quello non assiduo, cerca quasi sempre di definire, attraverso questa musica, veri e propri processi di identificazione del suo carattere, di miglior indagine sulla persona propria, perché comprende nel segreto dell’intimo il rapporto speciale che nasce, e non vuole con l’ascolto e l’attenzione solo di trovare delle modalità di passatempo. I “destinatari” di questa musica, già negli anni sessanta a dir poco, dietro il rock hanno trovato progressivamente un codice espressivo speciale, da mettersi a fianco come compagno nel guardare intellettivamente il mondo intero durante la loro crescita. Possiamo parlare tranquillamente di “crescita” in modo generalizzato perché è certo che in quel tempo, e poi anche in seguito ovviamente, il rock coinvolgeva solo (non si limitava, cioè ad “interessare”, parola troppo fredda nel caso) le fasce giovani delle popolazioni, dapprima solo occidentali e poi, progressivamente, senza limiti territoriali nel mondo. Fasce che dunque ci diventavano “grandi” con le passioni e le predilezioni musicali, che ci trovavano gli amori, li chiudevano, ma ci trovavano anche simpatie culturali e politiche, amicizie, spunti per le scelte di vita, sapori esistenziali. Poi però tutti insieme, musica, rock, fan e rocker, si è diventati progressivamente più adulti, fino ai capelli bianchi generalizzati, e il legame tra i tre punti cardinali è diventato più complesso da definire, è diventato anche una possibile accenda tra persone “grandi”, capace di rapportarsi con le indiscutibilmente diverse aree di vitalità di chi era cresciuto. Tanti di loro, non hanno nessuna voglia di continuare a crescere ma semmai di capire meglio, in modo più confortevole attraverso le sensazioni prodotte dalla musica. Al tempo della scuola le cose erano diverse, e lo sono ancora per chi a scuola ci va oggi. Lo spazio vitale di chi studia non è esteso come quello di chi lavora ed ha famiglia o cerca di farla, anche se il bisogno di musica può non essere scemato. Comunque, i dischi che circolano di cartella in cartella, che prendono posto nelle prime librerie delle stanze da studente, che diventano oggetto di scambio o di corrispondenza, ormai anche elettronica, non sono mai stati degli oggetti semplici nell’immaginario di nessuno. Il codice espressivo della musica prediletta, sempre più elaborato se si vuole, già quarant’anni or sono iniziava a crescere di importanza, fino a diventare progressivamente un segnale di identificazione anche infragiovanile, cioè di distinzione all’interno del “pianeta giovani”. Quella tendenza non si è mai interrotta ed è rimasta tipica negli anni settanta, ottanta , novanta e sempre. Da tempo, in questo “pianeta “, però, non si sviluppa più, come un tempo, attraverso le predilezioni musicali, la sola distinzione generale tra chi aveva meno o più di una certa soglia di età, ma in base ai gusti musicali si determinano sodalizi amichevoli e affettivi tra coetanei, che vanno al di là delle semplici distinzioni “culturali” di ampia base. Tra chi stravede per i Black Crowes o i Public Enemy e chi ascolta Eros Ramazzotti, tanto per fare uno dei moltissimi esempi possibili di contrapposizione, possono correre vere e proprie incomunicabilità incolmabili, capaci di catalizzare forme distinte e lontane di rapporti con l’esistenza. Qualcosa che assomiglia al fenomeno delle nuove simpatie di cui si parlava prima a proposito dei più adulti che scoprono attraverso il rock spazi di convergenza umana. In ogni caso resta confermato che sarebbe superficiale pensare che si sta parlando, a proposito di questa musica, di un profilo proprio marginale della vita delle persone, giovani o meno che siano. La
“musica accanto” e l’identificazione Ma questo fenomeno non può apartenere alla sola fase finale della diffusione del messaggio musicale, al risultato in sé, bensì probabilmente influenza anche la fase creativa della produzione musicale, perché l’artista sa che arrivare all’”utenza” - obbiettivo che in qualche misura, sia pure in modo sempre diverso, accompagna ogni creazione artistica, perché si riconnette alla sua comunicazione, aspetto che è parte vivente di ogni opera - oggi implica l’attivarsi di un fenomeno ben diverso da quello che era l’accadimento di “comunicazione” che si determinava con le opere di Haydn o Strauss , “date” ogni domenica per il pubblico abbastanza automatico dei teatri viennesi, quando era il censo il fattore discriminativo principale, unito a quello dell’eventuale qualità di cultore attento di qualche loggionista sempre conservatore e scontato, capace di seguire il piano sequenziale delle sole note per cercare al suo interno, come il maestro che mette i voti sul compito, la prova-testimonianza del valore artistico del musicista che aveva composto il “prodotto”. Nel processo odierno di arrivo al pubblico di “ascoltatori” ( parola orribile, perché, l’ho detto, non si tratta di ascoltare ma di acquisire pian piano l’opera immettendosela nell’esistenza, che è diversa in tutti noi che al brano ci rivolgiamo) contano moltissime cose, che in termini ampi si possono differenziare molto incisivamente, e insisto, anche in rapporto all’età che si ha. Ecco la necessità di cogliere nel concetto di rock adulto non una diversa musica ma un più complesso fenomeno dinamico che la musica in questione va a creare. Ed ecco, di nuovo, il necessario e articolato riferimento al “tempo di tutti” cui facevo cenno all’inizio. E’ evidente che io che scrivo ora queste cose, per i miei non più verdi anni, sono parte in causa: perché rivendico non il diritto (ci mancherebbe…..) ma il riconoscimento ampio della speciale valenza del piacere che il rock può generare anche quando si ha più di cinquant’anni. Cioè, poi, la stessa età di Gabriel, di Santana, di Waters, di Winwood, di Springsteen di Neil Young e così via: una valenza la cui specialità è influenzata dall’innegabile presenza di consapevolezze che trent’anni fa, quando io già amavo, coi miei compagni di scuola, Gabriel, Santana, Winwood e gli altri, mancava. E sarebbe stata superflua, allora, perché forse comunque infondata. E’ adesso che essa, invece, ha cominciato ad avere un suo inaspettato senso tangibile che continua a migliorare la cita senza passare per il noiosissimo fenomeno della nostalgia.. La rappresentazione e il
messaggio silente Una domanda precisa, al riguardo, ce la possiamo certo permettere. E cioè : quando Peter Gabriel, che ha dimostrato mille volte di essere una persona che capisce bene tutto, un intelligente insomma, prepara, impiegando qualcosa come dieci anni circa, un LP come UP che progetto musicale persegue, cosa vuole trasmettere, ammesso che tutto sia materialmente sotto il suo controllo cosciente ? La risposta è certo molto personale, “opinabile” come si dice dottamente. Innanzitutto va detto che oggi – e ciò non avviene da poco tempo – il disco, chiamiamolo ancora così, non si esaurisce certo nella sequela dei brani in quanto prodotto della maestria musicale. La composizione, cioè, è come la prima mano di un affresco, quella con cui, sul muro preparato, si abbozza il soggetto figurativo, gli angeli, la jungla, una strada, una vallata…. Non può essere trascurato che il lavoro di composizione è diventato da tempo un “prodotto di suono” completo, rappresentato cioè dalla combinazione materiale tra sequela musicale da eseguire e caratteristiche tangibili del suono proposto comunicando il brano, che non sono più concentrate nella percezione degli appassionati ma anche nelle modalità di “apparire” della musica creata che ne sono diventata parte. Senza la garbata inaccantonabile raucedine dell’organo Hammond di Mattew Fisher l’attacco di “A whiter shade of pale”, dei mitici Procol Harum, non creerebbe più il tuffo al cuore che da quasi quarant’anni accompagna inesorabilmente l’ascolto del brano. Quello che al tempo si chiamava “sound” è oggi parte integrante dell’opera, non è più modalità esteriore, morfologica, il che amplia e magnifica lo spazio creativo degli autori soprattutto quando, com’è il caso di UP, essi fanno tutto da soli, cioè scrivono i brani e ne curano la realizzazione alla consolle della registrazione, provvedendo alla cosiddetta produzione, missando, registrando e ricombinando sui multitraccia l’impatto delle sonorità degli strumenti e degli effetti speciali aggiunti, calibrando timbrica vocale e volume di ogni cosa. Il brano che alla fine sarà riprodotto nelle mille e una fonte di diffusione non sarà solo una sintesi dell’idea musicale dell’autore, più o meno dotato in fatto di sensibilità con le sette note, come se si trattasse di un motivetto fischiettato e poi guarnito di parole per essere cantato, sarà l’esito di quel lavorio multistrato che con doti da architetto dell’antichità – doti, cioè, di varia natura non limitate alla gestione dell’intuizione ma anche alla cura attenta delle evoluzioni dell’ispirazione, accompagnata dalla determinazione metodologica che solo un dominio profondo dell’evento completo può assicurare – l’artista si è messo in grado di portare a termine. Ecco perché il rapporto tra opera e artista è diventato più articolato che mai, e non è paragonabile a quello che abbiamo studiato a scuola con la storia dell’arte…. Il prodotto di suono UP Allora : già l’espressione che ho usato (portare a termine) lascia intendere che, com’era prevedibile con Peter Gabriel chiuso in studio per anni, non si sta parlando, per UP, di semplice ispirazione che si aggira tra pentagrammi, tantopiù che a ben vedere già la stessa combinazione tra musica e cantato, tipica del rock, che quando è strumentale conta meno da sempre, impone sempre, all’origine, un’articolazione complessa, più impegnativa della storica creazione musicale in sé, perché si tratta di combinazione eterogenea per definizione. La composizione congiunta tra musica e parole non è certo nata ora, basterebbe citare Lennon e Mc Cartney per subissare quantitativamente qualunque fonte attuale. Ma il concetto è che il lavoro fatto con realizzazioni come UP è veramente qualcosa di diverso, dove la combinazione, come già detto più sopra in via generale, non si limita a realizzare la commistione musica parole (cantate) ad uso e consumo semplice della messa in opera di brani. L’obbiettivo è sempre l’”opera nuova”, in cui il senso è “molto combinato” ed è capace di restare intatto anche di fronte alla non necessaria comprensione universale delle parole stesse, perché la lingua usata è pur sempre solo una, anche se conosciuta da tantissimi ormai. Ma la sensazione che l’autore trasmette, e questo accade pienamente con UP, prescinde in gran parte dalla traduzione, dall’analisi del contenuto verbale, per restare impressa nella proposta artistica di suono che l’ascolto del disco offre. Il
contenuto verbale sì che è sempre personalistico: è il contenuto
musicale, come tutti dicono, a tendere all’universalità, relativamente
al quale – salve le eccezioni volute fortemente com’era il caso di
Fabrizio De Andrè o il primo Dylan - le parole sono un riempitivo, e ciò
si coglie quasi sempre quando c’è vera musica accanto. Up è anche per
questo, cioè per la sua musicalità molto elaborata e complessa, anche se
nient’affatto difficile, sia chiaro, un disco da non sentire in
macchina, prima di averlo metabolizzato abbastanza. Ascoltato senza
attenzione si perde subito nell’ambiente circostante perché non
contiene niente di imposto, niente di troppo deciso, dato che l’adulto
Gabriel ha volutamente evitato di alzare mai la voce sul serio, e questo
è uno dei suoi punti cruciali, che starà alla base del principale
gradimento o della principale delusione del disco: ma qui c’è il gioco
arbitrario delle aspettative a manifestarsi, non ostante le aspettative
dovrebbero per definizione essere un’assurdità nell’arte. Lo
diventano quando l’arte “opera” - oggi l’arte opera, agisce
cioè in concreto, specie con la musica diffusa in tempo reale nel mondo -
attraverso il passaggio per la “consuetudine”. Comunque, anche
Springsteen è adulto, ma col suo Rising ha scritto un’opera connessa
all’impatto dello smarrimento della sicurezza del quotidiano sulla gente
delle città, e quindi un po’ di forza evidente ce l’ha messa dentro,
in quella raccolta di brani, perché il tutto faceva parte di un messaggio
molto specifico ispirato dalla metabolizzazione americana dei tragicissimi
pochi minuti di tragedia a Ground Zero. Gabriel, invece, ha scritto UP in
dieci anni e con la forza non lo poteva neanche instaurare un dialogo
così lungo. E comunque nulla dell’opera mostra di avere niente a che
spartire con messaggi del genere, anzi. UP è quindi un’opera da
scoprire lentamente, con un ascolto rilassato, abbandonato possibilmente,
attraverso un tentativo serio di assimilazione. Un’opera di consumo
musicale che deve esonerare dalla domanda urgente “mi piace/non mi piace”
perché il suo contenuto diviene, all’ascolto sereno, una pratica
articolata di ausilio alla meditazione nel senso occidentale del concetto,
cioè senza necessaria riconduzione ad istanze di ispirazione
trascendenti, bensì basata sulla sua essenza centrale. Parlo, a questo
proposito, della ricerca del contatto con se stessi attraverso il distacco
dal mondo vissuto e la riscoperta dell’essenza delle proprie funzioni
vitali, come il respiro, l’autopercezione rilassata della fisicità
propria, delle gambe, della pancia, delle ginocchia abbandonate lì sul
letto o sul divano, mentre la musica distrae l’attenzione materiale e
riverbera il senso di se stessi. Resta però nell’intero UP che sono del tutto rare le alzate di ingegno vocale volte a stupire o anche solo a rendere deliberatamente gradevole la sequenza delle note ( che su certi pezzi sembra addirittura evitata volutamente), il che aumenta, in chi ha la sua età, e conosce certi meccanismi ipocriti perché spesso ha deciso a tavolino di non usarli mai, la stima morale della persona, dato che gli stagionati che si prostituiscono per mendicare apprezzamenti sono esseri di scarsissimo valore, ed è molto triste e imbarazzante rilevare la cosa ad età maturata. Sorge, qui, l’antico concetto della “pena” suscitata come fattore di massimo disprezzo. Comunque, i brani di UP sono davvero molto distinti tra loro e solo un ascolto molto distratto potrebbe liquidarli come un’espressione compatta e indiversificata del talento aggiornato del signor Gabriel: sono dieci come ho detto, e l’unicità di fondo che certamente che li pervade non sembra essere necessariamente frutto della creazione quanto esito della condizione specifica e ineliminabile del “creante”, che dopo l’alto numero di composizioni che ha già messo insieme nei tempi in cui per lui la composizione era fino in fondo un atto cosciente, appare ora intaccato nella possibilità materiale di ricombinare in proposte visibilmente innovative quanto di lui è invece portato ad esplorare meglio l’anfratto della musica riprodotta che ha già delineato nel passato. Un passato che però con UP esce rinnovato e piacevolmente esteso nei confini, anche se non rivoluzionato, per fortuna di chi apprezza l’autore, riconoscendogli qualcosa di veramente particolare e autentico, che merita la memoria. Ad ascoltare il primo brano, Darkness, titolo che è profondo in sé perché evoca il mistero, la non pienezza della possibilità del conoscere nell’oscurità, la voce piena di inflessioni vissute del signor Gabriel induce chi ascolta ad attribuirgli una gamma infinita di caratteri personali, fattore chiave questo, nel processo di acquisizione capillarizzata del “pezzo” che ho detto essere sempre alla base del gusto (mi piace/non mi piace) e quindi del successo dell’opera. Eccola, se si vuole, anche con Darkness, un’esemplificazione persino banale dell’imponderabilità del risultato della comunicazione artistica che sta dietro a ogni brano rock, oggi. Ami un certo “pezzo”, e concorri concretamente ad attribuirgli il successo per la quota che ti compete, se e quando quel “pezzo” riesci a farlo tuo, a credere di riuscire a sottrarlo dal consumo collettivo, almeno idealmente, inserendolo nelle cose tue, pervenendo a ricondurlo ad un’idea che trovi riferibile a te, operazione che è possibile realizzare solo in momenti di sano controllo, di pace, di solitudine “ricca” e non smarrita, “scempia” come dicono in Toscana talvolta. Questa è un’altra testimonianza dello splendido e poderoso potere della musica di esaltare positivamente persino la solitudine dell’uomo, che pure è una sensazione spaziale, che ci riconnette con l’universo, andando al di là del semplice piccolo mondo che ci circonda. Di esaltarla attraverso le sue manifestazioni, ed è il caso del rock, più elementari e semplici, più dirette, più terrene, verrebbe di gridare ora, un po’ in ritardo, in direzione dei cardinali riuniti a Trento. Appropriarsi di un brano musicale anche di rock, anzi spesso specialmente di rock, è un evento che la edulcora, la solitudine, e che rinforza le persone con il suo risultato finale. UP questo tipo di lavoro lo agevola più volte alla perfezione, forse meglio degli altri LP cui ho fatto riferimento, con l’unica eccezione dei lavori di Roger Waters, altro personaggio in combutta e in lotta continua, ma olimpica e non ostile, con gli anni che gli si cumulano addosso. In UP non si creano spinte emulative o accattivanti per nessuno, l’uomo che canta non mostra mai di voler sedurre perché si esprime sempre mostrando di sapere che quello non è più un compito credibile col quale intende misurarsi. Il che non è strano perché è negli LP degli artisti rock giovani, di tutte le nazionalità e i tempi, che in pratica, non si assiste ad altro che a tentativi di seduzione, fondati sui fattori più diversi, dal senso poetico alla forza muscolare al fisico che la musica deve esaltare nell’immaginazione. Ma sempre solo di seduzione si parla, perché si è giovani e la vita deve ancora portare molto, è la natura a volerlo. In UP i brani sono invece proposte soprattutto autoriflessive, esibite con la pacata serenità dei grandi, di coloro che non si sfiancano più perché ne è passato il tempo. E tutto ciò, cioè la serena disamina pubblica di quanto sanno, accade, nel migliore dei casi, con i tratti della modestia sfolgorante, assoluta e vincente, non per forza con quella dimessa, che spesso è anche antipatica. Ecco perché un ascolto di UP mescolato alle adeguate visualizzazioni che ispira ( mescolando i sensi, quindi), rispettando il senso più profondo della parola “ascoltare”, accompagnando cioè la funzione naturale uditiva con la migliore partecipazione emotiva generale, conferisce alle “visualizzazioni” (ho parlato a bella posta di “ascoltare le visualizzazioni”) che i brani provocano attraverso l’udito, uno stato che piace e soddisfa qualunque appassionato o semplice temperamento sensibile. Fatto nel modo giusto, in silenzio, rilassati, determina l’accarezzamento delle nostre corde interne, quelle che sono tese come quelle delle chitarre o dei violini, e quindi sono sensibili al tocco e alle percussioni, che sono risuonanti sempre e per questo testimoni segrete e attendibili del senso esatto della nostra vita. Con UP, da “Growing Up” a “The Barry Wiliams Show”, a “More than this” a “Signal to noise”, il brano che ci raggiunge e ci penetra è capace di generare la piacevolezza che sempre cerchiamo, o ci auguriamo, quando ci ricordiamo di quelle corde interne che abbiamo, all’interno di una fenomenologia che può rappresentare uno dei livelli massimi di intimità, che evidentemente con il “vecchio” rock delle sale da ballo, dei teatri affollati da ammiratori festanti che guardano e si fanno vedere, e delle piazze dei concerti ha un collegamento molto attenuato ed eventuale quanto mai. Il pezzo di UP non è destinato agli ambiti classici del rock in nessuna misura, e ciò è risultato comprensibile, stando alle cronache, anche nelle occasioni in cui Gabriel ha esibito quei pezzi dal vivo, a Milano per esempio, dove ha quasi iniziato il tour europeo dopo un’estemporanea esibizione di settembre nella “sua”Sardegna, in piazza, senza nessun annuncio preventivo, con certi fan che nel giro di un pomeriggio sono arrivati trafelati in aereo da diversi paesi europei. Si tratta dunque di musica composta, o messa insieme sarebbe meglio dire, con tutta un’altra propensione, che in occasione dei concerti ha funzionato lo stesso perché riprodotta tecnicamente alla perfezione, con la capacità dunque di catalizzare e di rievocare, sotto l’incidenza suggestiva della presenza personale dell’uomo, l’origine “metafisica” che la contraddistingue, ma che meglio si coglie durante il suo uso proprio, che resta quello individuale, accanto a qualche forma di meditazione, sia pure del tutto occidentale. Cioè, ascoltando da soli, in condizioni riflessive. E se hai qualcuno accanto, deve essere uno di quei magici rapporti che ti fanno stare bene perché non turbano la tua autopercezione, come avviene negli amori del massimo grado, compresi quelli per i figli o per gli amici più consolidati. In tutti i “pezzi” (altra parola che stanca…) di UP – specialmente in “No way out”, che sembra cantato da una poltrona, o in “My head sounds” che esprime il paradigma impegnativo dell’intero LP, con la sua maturità e la palese rinuncia alla ricerca dell’accattivante sequenza di note volta a far dire “che carina questa musica” - la voce che si sente è dunque quella di chi si propone, magari con modestia, da maestro, da persona fidata che ha molto da illustrare se si desidera ascoltare. Anche il “maestro” mostra di sentirla la differenza dai tempi di Supper’s ready o anche di Red Rain, perché gli accenti sono meno stentorei, com’è tipico di chi sa e non di chi semplicemente declama. Questa consapevolezza appare prodotta, denunciata mirabilmente, all’interno dei brani, mostrando l’ottica di chi offre degli optional ai presenti, cioè qualcosa che potrebbe anche mancare, essere sostituita a piacimento del destinatario. Bella particolarmente la sequenza tra il brano che sembra testimoniare che Gabriel ha già in mente l’abisso del futuro che attende ogni uomo cosciente, cui viene posta di seguito la più leggera delle composizione del disco, cioè “The drop”, come a voler sdrammatizzare il segnale lanciato col brano da fine percorso mentale. La
perfezione non si ama, si contempla (Dostoiewskij) Quando, su UP, ci si abbandona a “ No way out” emerge il senso del pacifico, trasmesso dal rocker che ha conosciuto la convergenza sensuale insita in tutte le forme di tranquillità, valore immenso, e la immette nel suo messaggio artistico (ogni manifestazione artistica è un messaggio, come sanno anche i bambini….) E’ l’espressione spirituale di un uomo maturo, evento molto “bello e piacevole”, quando è sincero e autentico e non nasce solo per convogliare consensi, cioè con secondi fini, bensì sorge solo per proporre con chiarezza. Gli anni del rock di Peter sono tutti visibili anche in “I greve”, brano che avrebbe la chiara struttura fondamentale del cosiddetto “pezzo forte”, ma che perviene ad un esito diverso, non so se volontariamente o meno. Un esito blando, ragionatamente sofferto, con l’avvertenza dovuta che i sospiri di partecipazione emotiva di un cinquantenne non sono mai accostabili a quelli di un ventenne,perché manca in loro l’autenticità di ogni possibile abbandono e dunque essi sono solo un “modo espressivo”, e mai un fatto vero ( come quelli che Mick Jagger inculcava in Satisfaction e che oggi si risentono nei Calling, in Alanis Morissette in Avril Laligne, in Vanessa Carlton, in Alicia Keys, nei Coldplay, in Richard Ashcroft, in Norah Jones, sempre per selezionarne solo alcuni). Magari
l’adulto può mettere insieme, con la partecipazione, un bell’effetto
espressivo, ma resta insuperabile che è difficile accettare come verità
bensì sempre come esternazione: troppo esteso è ormai il rapporto con la
vita perché diventa credibile quella concentrazione che si nasconde
dietro un sospiro. E questo è solo uno dei tanti esempi di come una legge
dell’età invade l’espressività del rock, e con essa si ripercuote
sulle dinamiche del gusto, della predilezione e del gradimento. Fenomeni
che restano giustamente intatti ma che seguono percorsi diversi, più
complessi, che si riproducono eguali a suo tempo in chi oggi ha 20
anni ed ama Bruce Sopringsteen, Winwood, e Gabriel. Tutto nell’ambito
della meraviglia naturale e un po’ soprannaturale che resta la musica, e
non solo quella di Bach, Beethoven e Mozart. |