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STORIA
di Fabio Insenga
Mancano pochi giorni alla
scadenza e la tesi è a un punto morto. Non riusciamo a trovare effettivi
riscontri alle nostre congetture. Il titolo è ambizioso: “Sul malinteso
finale: le trattative per la resa del Giappone nella Seconda Guerra
mondiale”. Un’intestazione ancora provvisoria, che rischia di rimanere
un tentativo pretenzioso. Abbiamo bisogno di nuove informazioni per
sostenere le ragioni del
tragico epilogo del conflitto. Non vogliamo riscrivere la storia, ma
approfondire quanto lascia intendere fra le righe la ridotta produzione
storiografica. Una parola, un significato frainteso, o l’utilizzo
deliberatamente ambiguo che ne è stato fatto, avrebbe cambiato il corso
della storia. Ad aggravare la carenza di materiale, lo scoglio di una
lingua che non siamo neanche in grado di leggere. Abbiamo rovistato intere
biblioteche, cercando improbabili traduzioni da resoconti dell’epoca. A
questo punto, l’unica via d’uscita rimane il tentativo di raggiungere
una fonte diretta, uno storico giapponese.
Dopo
giorni di ricerche individuiamo il nostro obiettivo e riusciamo a fissare
un appuntamento.
Prof. Noboru Manako, docente di Storia contemporanea all’università di
Osaka. È
il nostro referente all’Istituto Superiore di Storia giapponese. Le
indicazioni parlano chiaro: quinto piano, in fondo al corridoio a destra,
la quarta porta a sinistra. Eppure troviamo una porta chiusa, senza
nessuna etichetta affissa. Bussiamo più volte, poi attendiamo qualche
minuto, ma il piano è completamente deserto. È
il 12 agosto del resto, quasi tutto il personale è in ferie. Da una delle
stanze accanto esce un uomo anziano, giapponese, capelli bianchi,
piuttosto trasandato, apparentemente sulla settantina. Immaginiamo sia un
custode e chiediamo del Prof. Manako.
“Sono io, sono io, vi stavo aspettando, seguitemi”, apre la porta
di uno studio piccolissimo, sommerso da centinaia di libri sparsi ovunque.
Si siede, noi ci sediamo di fronte a lui. La luce è concentrata sulla
scrivania e si intravedono appena le stampe appese alla parete, dietro le
sue spalle. Una enorme cartina geografica del Pacifico e una decorazione
di guerra redatta in giapponese. Il professore reclina la poltrona e
scrive su un blocco, senza aprire bocca. Gli occhiali appena appoggiati
sulla punta del naso e lo sguardo fisso al suo pezzo di carta. “E’
questo il vostro progetto, vero?”: interrompe il silenzio e ci mostra
uno schema elementare: Giappone-Usa, freccia, resa incondizionata,
freccia, mokusatsu, freccia, Hiroshima e Nagasaki! . Al telefono
avevamo appena accennato alle condizioni della resa incluse
nell’ultimatum di Potsdam, il riferimento immediato alla nostra parola
chiave “mokusatsu” ci sorprende. “Professore, sì,
“mokusatsu” è proprio questo il problema”. Il professore si
alza, fruga negli scaffali della libreria e consulta rapidamente alcuni
vecchi testi. Appunta qualche riga sul suo blocco, poi si risiede.
Si tratta di quantificare il peso di un termine ambiguo nell’economia di
una contrattazione internazionale, un equivoco che ricorre nel processo
storico. Mi vengono in mente episodi riconducibili alla stessa tipologia.
La guerra franco-prussiana del 1870 ha inizio effettivamente in seguito ad
una provocazione di Bismark, allora cancelliere prussiano. In un
comunicato alla stampa, sfruttando la difficoltà di traduzione di un
termine tedesco, lascia intendere che l’ambasciatore francese è stato
bruscamente messo alla porta. Immediata la risposta bellica francese.
Ancora più evidente, il caso del trattato di Uccialli del 1889 fra
Abissinia e Italia. In questa circostanza, viene frainteso in maniera
sostanziale il significato stesso del documento di pace. Redatto in due
diverse versioni, quella italiana e quella aramaica non coincidono. Da
parte italiana viene dato per scontato il protettorato sull’Etiopia, da
parte abissina si intende un semplice patto di amicizia, prevalentemente
commerciale. Dalle diverse interpretazioni di uno stesso documento
deriveranno altri violenti contrasti.
Nel caso che ci interessa, è necessario considerare alcuni elementi
indispensabili. Innanzitutto, la situazione politica e sociale di un
Giappone stremato, ma ancora sorretto da un irriducibile orgoglio
nazionalista. Nella primavera del ‘45 la guerra è evidentemente persa:
il territorio giapponese è continuamente bersagliato dagli attacchi aerei
alleati, che distruggono città, strade, ponti, ferrovie rendendo
impossibili le comunicazioni e l’approvvigionamento di viveri. La
popolazione, per lo più senza tetto, non può sopportare oltre. Ma il
comando supremo non ha intenzione di deporre le armi, l’impero
giapponese avrebbe resistito fino alla fine. Il ministro della guerra, il
generale Korechika Anami, promette alla nazione che gli Americani saranno
cacciati da Okinawa. Ma l’opposizione ai militaristi ingrossa le proprie
fila, raggiungendo anche le alte sfere del potere. Un gruppo di
diplomatici dissidenti avvia delle intense trattative con la Russia,
allora ancora neutrale, per ottenere una mediazione favorevole nella
discussione delle condizioni della resa. A Potsdam, Stalin accenna a
Truman delle richieste giapponesi, ma aggiunge di non averne tenuto conto,
supponendo che i Giapponesi non fossero sinceri.
Professore, ci scusi, non la seguiamo. Come è possibile che una questione
così complessa sia affidata a sensazioni umorali?
È
un’obiezione ragionevole, ma ho bisogno di altri elementi per spiegarmi
meglio. Le ragioni del comportamento russo si dimostreranno evidenti in
seguito. L’ultimatum di Potsdam al Giappone viene emesso il 26 luglio
del 1945: firmato da Stati Uniti, Gran Bretagna e Cina, chiede al Giappone
la resa immediata. Le condizioni sono assolutamente favorevoli: il
Giappone non sarebbe stato distrutto come nazione, i Giapponesi avrebbero
potuto scegliersi il proprio governo, l’imperatore sarebbe potuto
rimanere sul trono. L’imperatore si pronuncia senza esitare in favore
della resa e il consiglio dei ministri si riunisce al gran completo per
discutere l’ultimatum. All’esito di questa drammatica seduta ho
dedicato anni di studi. Ho analizzato tutti i resoconti ufficiali e tutti
concordano nell’indicare, in linea generale, che in quel 27 luglio il
consiglio si esprime per la pace. L’accanita ostilità del ministro
della guerra Anami e dei Capi di Stato Maggiore viene, di fatto, messa in
minoranza. Ci sono contemporaneamente una serie di circostanze che
spingono i ministri alla cautela. Sono in pieno corso i contatti con la
Russia per una mediazione forse più vantaggiosa, la dichiarazione di
Potsdam non è ancora giunta attraverso canali ufficiali (il governo
giapponese apprende la notizia attraverso i punti di radio ascolto), è
prevista per il 28 luglio una conferenza stampa che si annuncia infuocata.
Questi elementi spingono il Consiglio a comunicare di non avere ancora
preso una decisione in merito alle richieste alleate. E sarà, questa,
l’ultima occasione non sfruttata per fermare l’irriducibile partito
della guerra. Il 28 luglio 1945 il Primo ministro Suzuki dichiara alla
stampa che il governo si attiene a una politica di mokusatsu.
Eccoci dunque alla parola chiave. Questo termine non ha un equivalente
nelle lingue occidentali e ha un significato ambiguo anche in giapponese.
Può voler dire ignorare, ma viene più comunemente usato come
“astenersi da commenti”. I traduttori dell’Agenzia giornalistica
Domei, traducendo in fretta in inglese, scelgono il significato sbagliato.
Dalle antenne di Radio Tokio viene trasmessa al mondo intero la notizia
che il governo di Suzuki ha deciso di ignorare l’ultimatum di Potsdam.
L’interpretazione alleata è chiarissima: il 28 luglio 1945 il New York
Times titola a sei colonne: “La flotta attacca perché Tokio ignora
le condizioni di resa”. E abbiamo un altro importante documento che
supporta questa teoria. L’allora segretario della guerra Henry Stimson,
spiega nella sua relazione sulla decisione definitiva di usare la bomba
atomica: “Il 28 luglio il Primo Ministro giapponese Suzuki respinse
l’ultimatum di Potsdam...(...)...di fronte a questo diniego non potemmo
fare altro che dimostrare come l’ultimatum significasse letteralmente
quel che diceva...(...)...e la bomba atomica era un’arma quanto mai
adatta a questo scopo...”. E’ inutile soffermarsi sull’inumana e
perversa logica della decisione americana. Hiroshima e Nagasaki
rappresentano il punto più basso nel controverso cammino del progresso
culturale e tecnologico della società contemporanea. E anche il punto di
non ritorno della follia giapponese. Entriamo a questo punto su un terreno
che ho cercato di esplorare con ostinazione.
Professore, ci colpisce il suo giudizio severo sulla condotta giapponese.
Ci aspettavamo da parte sua un atteggiamento più indulgente.
Non
si tratta di scegliere una linea piuttosto che un’altra. Ci sono fatti
inconfutabili e responsabilità che non devono essere taciute. Il
problema del “mokusatsu” acquista reale valore storico solo se lo
consideriamo in una prospettiva più ampia. E’ difficile, soprattutto,
occuparsi di rapporti informali e di situazioni ambientali contingenti
senza scadere nel campo delle illazioni. E’ infatti apparentemente
inspiegabile come l’errore del mokusatsu non sia stato tempestivamente
corretto. Nel momento in cui il Consiglio è chiamato a decidere, il
Giappone è di fatto nelle mani dei militaristi. Gli stati maggiori
dell’esercito arrestano e perseguitano gli oppositori, compresi coloro
che ricoprono le più alte cariche dello Stato. Ogni decisione politica è
condizionata dal fanatismo nazionalista che si respira ovunque. Il
Giapponese, dal più povero dei contadini all’Imperatore, è esasperato
ma anche ferito nel suo profondo amore patrio. Anche coloro, forse la
maggioranza, che sono convinti che la pace sia l’unica via d’uscita,
si muovono con timorosa cautela. L’atteggiamento del Primo Ministro e
del Consiglio è evidentemente quello di affidarsi ad una attesa
interlocutoria, nella speranza che i buoni offici della Russia evitino una
compromettente resa incondizionata. Accettare l’ultimatum di Potsdam
avrebbe scatenato la dura repressione dei militaristi. Fra la conferenza
stampa del 28 luglio e l’attacco atomico su Hiroshima del 6 agosto
passano nove giorni. E’ un breve arco di tempo, in cui tacciono i canali
diplomatici, ma si intensificano le trattative riservate. Le circostanze
che ho già analizzato spingono sempre di più i vertici giapponesi a
scegliere la Russia come unico interlocutore. Ma la politica di Stalin ha
bisogno dell’ultimo attacco americano. Gli attacchi atomici su Hiroshima
e Nagasaki fanno invadere ai Russi la Manciuria, con un’indisturbata
avanzata che dura per oltre dieci giorni dopo la resa giapponese. Quando
la guerra è ufficialmente finita, la posizione della Russia in Estremo
Oriente è enormemente rafforzata...
Per quale ragione questa interpretazione non ha avuto la giusta
considerazione?
È
una questione di interessi inviolabili, almeno in alcuni Paesi. Non si
tratta di materiale che ha innegabile riscontro nei fatti, ma di
ricostruzioni verosimili. Non ci sono documenti che attestano
inequivocabilmente le responsabilità sovietiche, ma qualsiasi analisi
storica equilibrata giunge alla stessa conclusione. Ci sono diversi
trattati che alimentano questa teoria, ma nessuno è in grado di
assicurarne la certezza. In questi casi, soprattutto in Giappone, si
innescano meccanismi di bassa politica accademica che ostacolano la
ricerca della verità storica.
Cosa
intende precisamente?
Il
Giappone in questo momento è attraversato da un movimento di grande
involuzione. È
una tendenza economico-finanziaria innanzitutto, ma anche culturale e
sociale. Si potrebbe parlare di una crisi d’identità: il modello
giapponese è in crisi e gli sforzi maggiori sono rivolti a salvaguardarne
l’immagine in pericolo. E l’élite intellettuale, soprattutto quella
accademica, si sta facendo risucchiare da questa ansia propagandistica.
Non c’è spazio per uno studio che proverebbe un’imperdonabile
ingenuità nella gestione dell’epilogo bellico. Il Giappone ferito
dall’inopinata crudeltà americana, si rialza con le proprie forze e
innesca il miracolo economico. È
questa l’intelaiatura della storia che va salvaguardata...
Mentre il professore parla, lo guardiamo ammirati. La sua è una
esposizione appassionata, che non ricalca i freddi schemi didattici.
Veniamo assorbiti dal suo racconto e ci rendiamo conto di aver perso di
vista anche i rigidi obiettivi della nostra tesi.
Saimo interrotti dal telefono. Il professore scambia alcune battute in
giapponese, poi si alza e raccoglie le carte che ha davanti.
Ragazzi,
mi dovete scusare ma mi attendono in riunione. Siamo l’élite
intellettuale di cui vi ho parlato, non abbiamo tempo da perdere. È
inutile, ne faccio parte e alla fine mi allineo. Comunque, non vi
preoccupate, abbiamo finito. Siamo arrivati alle lamentele disordinate di
un vecchio burocrate. Siamo arrivati al punto in cui mi sono fermato. È
lì che finisce la storia e iniziano le illazioni. Il solito punto morto.
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