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T’accoltello per magia: una storia (vera) d’emigrazione e passione

mannise

► Antonio e Salvatore Tangaro “come taglialegna erano conosciuti in tutto l’Altopiano Silano. Poi un bel giorno il taglio dei boschi subisce un arresto, tant’è che delle 32 fra piccole e grandi segherie, riescono a sopravviverne soltanto cinque, in grado appena di dare lavoro a qualche decina di dipendenti…”

(A cura di Betti Alesi)A San Giovanni in Fiore tutti lo conoscevano come “il gigante”, per via della sua statura imponente; Antonio Tangaro, professione “mannise” (taglialegna), era emigrato in Argentina nella primavera del 1922. “Nella cittadina di San Carlos de Bariloche conobbe una donna di nome Irene Gilas, figlia di curandero, cioè figlia di mago”. Comincia così l’incredibile avventura che segnò il resto della sua vita e fece tanto scalpore sulla stampa dell’epoca.

Proprio grazie ai ritagli di giornale e alla testimonianza che lo stesso protagonista rilasciò poco prima di morire, Saverio Basile per Il nuovo corriere della Sila ha ricostruito questa vicenda. Una storia di un realismo autenticamente magico. Una storia d’emigrazione, una delle tante, solo più insolita…


Il suo nome all’anagrafe era Antonio Tangaro, ma la stragrande maggiornaza dei suoi paesani lo conosceva come “il gigante”, per via della sua statura poderosa di 1,90 di altezza. Con il fratello Salvatore costituivano un’accoppiata perfetta. Anche lui la stessa altezza, anche lui lo stesso mestiere, quello del “mannise”. Come taglialegna erano conosciuti in tutto l’Altopiano Silano. Poi un bel giorno il taglio dei boschi subisce un arresto, tant’è che delle 32 fra piccole e grandi segherie, riescono a sopravviverne soltanto cinque, in grado appena di dare lavoro a qualche decina di dipendenti.

Si era nella primavera del 1922 e i grandi lavori di costruzione delle dighe di Trepidò e Nocella in Sila, erano ancora di là da venire. Nella vecchia casa di via Pilla, uno stanzone affumicato con soffitta alta, dove di solito dormivano i figli maschi, sistemata proprio alle spalle del palazzo di D. Francesco Antonio Oliverio, i Tangaro cominciavano a starci stretti. “Se non vogliamo morire di fame, bisogna trovare il coraggio di andarcene”, dissero fra di loro i quattro fratelli Tangaro.

E così Giovanni e Antonio si presentarono all’indomani all’ufficio della Società di navigazione Italia, dove il rappresentante locale, Ferdinando De Paola, spiegò loro le condizioni offerte da una società argentina che chiedeva boscaioli da impiegare nelle foreste della Patagonia settentrionale. Allettati dall’offerta degli imprenditori argentini, i due fratelli s’imbarcarono qualche giorno dopo a Napoli diretti oltreoceano. Inutile evidenziare le traversie di questi due poveri “cristi” per i quali il mondo solitamente finiva a Montescuro, dietro le cui vette ogni sera tramontava, come per incanto, il sole.

“La nave è come una grande casa – scrivevano i due fratelli ai congiunti rimasti a San Giovanni in Fiore – dove si può mangiare, dormire e andare di corpo. Solo che noi non ci riusciamo ancora per aver mangiato troppe uova bollite”. Sbarcati in Argentina trovarono ad attenderli i “caporali” della società boschiva che li aveva reclutati. Antonio e Giovanni come se non bastasse lo sradicamento dalla loro terra d’origine, furono divisi anche in terra straniera.

Così il più piccolo, che era Antonio, finì sulla Sierra Colorada dove ebbe inizio, appunto, l’incredibile avventura che segnò il resto della sua vita e fece tanto scalpore sulla stampa dell’epoca. Questa allucinante storia ve la raccontiamo così come lo stesso protagonista, sulla scorta dei referti medici e ritagli di giornale, ce la raccontò qualche tempo prima di morire.

Antonio Tangaro conobbe nella cittadina di San Carlos de Bariloche una donna di nome Irene Gilas, figlia di curandero, cioè figlia di mago. Questa era stata avviata dal padre verso la pratica della scienze occulte e pensò di utilizzare come cavia per i suoi esperimenti di magia uno dei due fratelli giunti dall’Italia.

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Rientrato in Calabria Antonio Tangaro ha trovato accoglienza nella quiete del Convento dei Cappuccini di Castiglione Cosentino (nella foto), dove scacciando dalla sua memoria gli orrendi ricordi argentini, le cui cicatrici lo tormentavano ancora, ha atteso serenamente la morte”

Radunato un discreto pubblico sulla piazza principale, la figlia del curandero dopo aver ipnotizzato per bene il giovane Antonio cominciò ad infierire sul corpo del malcapitato, una dopo l’altra, ben 800 coltellate le cui cicatrici rimasero indelebili a testimonianza delle atrocità subite. L’esperimento, al quale il Tangaro non dimostrò ribellione alcuna, veniva ripetuto durente le sere successive in modo da consentire alla stampa locale di uscire in edizione straordinaria, riportando romanzesche descrizioni dei fatti e dei personaggi, in modo da fare aumentare non solo la tiratura dei giornali, ma anche il loro prezzo di vendita.

Alla fine di quest’allucinante storia, cioè quando la polizia intervenne arrestando la “strega” e i componenti del suo clan per pratica proibita della “magia nera”, il Tangaro fu ricoverato in ospedale dove i medici non seppero mai dare una spiegazione su questo giovane emigrato che riuscì a sopravvivere alle numerose ferite riportate. Forse gli esperti di magia una spiegazione ce l’avevano, ma essi preferirono tacere, com’è consuetudine di quasi tutti gli stregoni di questo mondo.

Da quel lontano 28 dicembre 1931 (data dell’ultimo spettacolo in piazza), Antonio Tangaro ha girovagato mezzo mondo alla ricerca della solitudine, lontano dai suoi simili. Rientrato in Calabria ha trovato accoglienza nella quiete del Convento dei Cappuccini di Castiglione Cosentino, dove scacciando dalla sua memoria gli orrendi ricordi argentini, le cui cicatrici lo tormentavano ancora, ha atteso serenamente la morte. È anche questa una storia d’emigrazione; una delle tante, solo forse più insolita se vogliamo.
(Saverio Basile)


© Saverio Basile
Per gentile concessione de Il nuovo corriere della Sila

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