rivista internazionale di cultura

d'Italia

EMILIA ROMAGNA

Storia fulminea e riflessiva della misericordia extracomunitaria, a cominciare da un ambulante che forse ignora il modello evolutivo di Rostow

(Simone Santarelli)Bologna, piazza Verdi. Un venerdì sera tipico. Verso le due la serata sembra volgere al termine. Qualche drink di troppo in un locale poco affollato. Il caldo accentua gli effetti della disinibizione. La piazza si apre colma di gente. Gruppi di studenti e non seduti a terra, creano cerchi di socializzazione e scambio di opinioni. Alzare il gomito comporta notevoli effetti distensivipiazza-verdi, riuscire a guardare le cose della vita con lenti colorate. Aprirsi a scambi di opinione su tematiche di notevole rilievo, colmando lacune che, nella normalità delle situazioni, sono sostenute dalla vergogna dell’inibizione quotidiana.

Camminiamo divertiti, niente può turbare quelle ore di quiete. Passeggio tra i cerchi sociali cercando un ruolo che sia solo mio. Penso, tuttavia, di appartenere già a quel mondo di diritto. Se non altro per una questione di rete universitaria. Siamo bravi, noi esseri umani, a creare una rete sociale a partire dalla semplice appartenenza a una “casta”.

Si accosta un ragazzo. Vorrebbe vendermi degli oggetti di scarso valore. Lo percepisco con forte assenza del momento a causa dell’alcol. Quasi lo ignoro per via della futilità di tali richieste. Penso:  “Figuriamoci se compero un accendino adesso. Magari mi prenderò qualcosa da mangiare più tardi”. Lo ringrazio con assenza di tatto e si allontana. La sua presenza è avvertita a mala pena dalla folla che popola la piazza. È un povero venditore di cianfrusaglie che cerca di vivere alla giornata affidandosi al buon cuore di un gruppo di universitari che critica le “caste”, ma ne crea emarginando chi non ne fa parte.

Quell’uomo, in fondo, vive nell’indiretta consapevolezza altrui che genera una sfera di emarginazione tale da generare indifferenza attorno. Sento, ora, un senso di amarezza. Un paradossale volgere del pensiero alla costante creazione dell’immagine di queste persone, di questi “extracomunitari”. È la rostowiana teoria degli stadi a creare, di per sé, un’idea di differenza fra i popoli. Un modello evolutivo in cui siamo povere vittime del conformismo.

Pochi passi ancora e un incontro ci paralizza al centro della piazza. Questo senso di estasi è quasi il punto cruciale che separa il sonno dalla veglia. Incontriamo dei personaggi conosciuti e inizia la discussione. Mi tiro fuori dal discorso e continuo a riflettere osservando ogni singolo soggetto intralci il mio sguardo.

“Ciao, state andando a casa?”. Sento rivolgermi queste parole da un perfetto sconosciuto. Ci presentiamo, col sorriso dovuto all’allegria di una serata goliardica. Questo ragazzo, mio coetaneo, inizia a parlare dei suoi progetti universitari. Gli espongo le mie idee a riguardo e, inevitabilmente, scopro la sua nazionalità sudamericana. Mi spiega che è qui in Italia da tempo e, senza accorgermi, discutiamo sulla condizione dello straniero nella realtà nazionale.

In fin dei conti, Il problema che sconvolge la nostra società è di natura paradossale. Cerchiamo , fino all’estremo, di mostrarci naturali di fronte a uomini di altre nazionalità; non ci rendiamo conto, invece, che proprio questa naturalezza ha tutto, fuorché del naturale.

Lui mi guarda, con aria pensierosa ed esclama: “Purtroppo hai ragione”. Lo sguardo sincero di chi ha compreso. Chi ha vissuto sulla propria pelle l’impatto con la società della falsa rinascita. Purtroppo le vere rivoluzioni non hanno ancora la forza necessaria per incastonare idee nuove nella mente delle persone.

Vedo gente entrare nei bar. Fare le proprie cose e uscire come se niente fosse. Magari hanno speso le proprie monete per un caffè, l’ennesimo della giornata. Non hanno fatto la carità a un povero mendicante marocchino, infermo. Non hanno coscienza.

Parla guardando i miei occhi con estrema lucidità. Sembra che io abbia smarrito l’ebbrezza. Tutto attorno a me sembra aver perso attrazione. Immagini sfocate trascorrono la propria serata senza pensieri o rimorsi. Sento un uomo alle mie spalle. Una mano mi porge un pacchetto di fazzoletti. Sorride: “Ciao fratello”. Sorrido guardandolo in quegli occhi stanchi. Il sorriso emana lo splendore di chi denuncia, palesemente, la sconfitta della moralità negli uomini. Mai più semplicità.  Prendo le monete che avevo in tasca. Mi stringe la mano col sorriso.

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